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Aggiornato il  21/10/2007

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LE  FOTO

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Insegne della WEHRMACHT
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A. Kesselring
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Divisa di un Ufficiale
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Il Side-car
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Il Tac-pum
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SS di W. Reder

10 Giugno1944

Questa importante pagina di storia della Resistenza Bagnonese non l'ha ancora scritta nessuno, e nonostante le ripetute manifestazioni politiche, non ne è mai stata fatta menzione. Non è giusto, non è storia quella scritta sino ad ora, si tratta di tanta faziosità.

Di questa importante vicenda, che scatenerà l'imprevedibile, non si trova traccia, oppure è stata mal raccontata.

Fortunatamente due personaggi implicati in questa vicenda sono ancora tra noi, erano allora dei ragazzi, ma la loro testimonianza reale non può essere modificata.

É bene sottolineare che a Bagnone e dintorni, dopo l'otto Settembre 1943 al 10 Giugno 1944, non si erano manifestati atti di guerra, nonostante che le montagne si siano riempite di fuggitivi e che in parte hanno aderito al movimento partigiano. La prima vera "scaramuccia" la registriamo il 10 Giugno 1944 ed altre faranno seguito più tardi, tutte sottolineate da date importanti.

La narrazione può sembrare romanzesca, ma è bene che la racconti così, per risollevare l'animo del lettore; dare in pasto avvenimenti tragici non è sempre piacevole ed anche poco digeribile.

Era un bellissimo pomeriggio di Giugno, saranno state le ore 14:00, Bagnone sonnecchiava, mentre in Piazza Roma, ai tavolini del Bar Roma, allora gestito da Beppino, due anziani tedeschi della riserva, stavano gustando un buon bicchiere di vino che Malingambi Giuseppe gli aveva servito al tavolo, come abitualmente faceva con i normali avventori.

Ad un tratto si sparse la voce che alcuni partigiani erano presenti in paese raggruppati nel piazzale della Chiesa nuova, oggi piazza Marconi.

Il buon senso del gestore del bar, fece intendere ai due malcapitati soldati che era bene rientrassero alla loro caserma, facendogli capire che stava per accadere qualche cosa di grave.

I militari intuirono subito e pagato il conto, presero la via di San Rocco per tornare a Filetto di Villafranca, dove c'era la loro base. Erano innocui, erano della Wehrmacht, un militare era armato di pistola d'ordinanza, mentre l'altro aveva il fucile "Tac Pum".  

Wehrmacht, nome commune che in tedesco significa "forze di difesa, fu il nome de l'armata tedesca dal 1935 à 1945, in sostituzione del termine Reichswehr.

I due malcapitati, non avevano ancora percorso cinquanta metri in direzione di San Rocco, che si udirono scalpitii di passi sul selciato provenienti dal borgo di Bagnone.

Il primo ad apparire fu un uomo grande, riconosciuto per Zoppi Giuseppe detto "Piletta", il quale gridando: "I tedeschi! I tedeschi!"  Andò a nascondersi dietro la prima colonna d'angolo del Monumento ai Caduti.

Al primo affacciarsi dell'uomo per spiare, appena mise la testa fuori della colonna per guardare, risuonò lo sparo di una pistola, la cui pallottola andò a schiantarsi nel muro retrostante, passando a pochi centimetri dalla testa del Piletta. Il partigiano si nascose ancora dietro la colonna ed i due tedeschi approfittarono dell'attimo per allontanarsi e mettersi al riparo, ma nel contempo videro che dietro la colonna il partigiano spiava dal lato opposto al primo, così fecero partire una fucilata che per poco non colpì il malcapitato.

I due proiettili intaccarono le pietre d'arenaria e le impronte sono  ancora visibili oggi, a testimonianza di quanto ho appena narrato.

Naturalmente il gruppo di partigiani, dopo questa bravata, e dopo essersi rifocillati alla trattoria-bar di Bicchierai, sull'allora ponte vecchio sul Mangiola, presero la strada della montagna,  lasciando Bagnone e la sua popolazione a quei tempi di oltre quattromila anime, nelle mani della Provvidenza.

Foto memoria
La colonna
Il portico
Segni dei proiettili
Segni dei proiettili
Ecco, cosa è successo!

I due tedeschi, appena raggiunta la loro base a Filetto, hanno sicuramente fatto rapporto dell'incidente di cui sono stati testimoni, e senza dubbio hanno riferito che a Bagnone c'erano i "banditi o i ribelli" così i tedeschi chiamavano Partigiani.

Il paese, passata la prima emozione dovuta agli spari, ed al pettegolezzo che si sparse nel borgo, stava tornando alla normalità, ciascuno riprese le proprie attività abituali.

Erano le 16:00 quando alcuni spari ci fecero capire che il pericolo era imminente, che qualche cosa non aveva ben funzionato. Cosa stava succedendo? Noi ragazzi fummo immediatamente richiamati dalle voci delle nostre mamme e rincasammo precipitosamente.

Quello che ora trascrivo trova l'approvazione di Umberto Leonardi, oggi interpellato e nonostante i sessant'anni trascorsi da allora, è in perfette condizioni fisiche ed è capace di intendere e di volere.

I due tedeschi, dopo il loro rientro alla base di Filetto, raccontato l'accaduto, dettero modo ai comandanti di non perdere tempo, e ordinarono alle truppe di partire immediatamente da Filetto per raggiungere Bagnone. 

Arrivati alla località "la Centrale" dove la strada biforca, si sono divisi in tre gruppi, uno attraversò il ponte e risalì verso Bagnone sulla sponda sinistra del torrente omonimo, strada della Pandegia, ed entrarono ai margini del paese seguendo due vie differenti. Un gruppo passò dal Ponte vecchio di Bagnone e s'infilò nella stretta Via del Ponte nuovo, che conduce oggi in Piazza Europa. L'altro gruppo invece, attraversò sul Ponte vecchio ed entro in Bagnone dalla porta di Santa Caterina, dai mulini per intenderci meglio.

Una squadra si era distaccata e partita dal bivio della centrale, era salita sopra la Nezzana, discendendo su Bagnone seguendo la strada di Orturano.

Il terzo, il grosso della spedizione, incolonnato seguiva la strada principale per Bagnone, seguendo la via della stazione ed il viale Lorenzo Quartieri, sino a San Rocco.

I gruppi di militari, forse non ben coordinati e con ordini non precisi, si erano avventurati nei borghi di Bagnone con la certezza di trovare i ribelli.

Tra gli abitanti ci fu il fuggi fuggi, movimenti strani ed improvvisi di persone che cercavano un riparo, allarmarono i tedeschi i quali indirizzarono contro di loro alcune raffiche di mitra e colpi di fucile, ed una di queste pallottole andò a colpire un militare tedesco del primo gruppo, che era uscito allo scoperto dalla via del Ponte nuovo, una strada più a nord.

La sfortuna ha fatto sì che ci scappasse il morto, un soldato tedesco è stato ucciso. Immediatamente la reazione e la rappresaglia tedesca si scatenò sulla popolazione civile, vennero presi otto ostaggi, i primi che furono trovati al nord del paese, sulla strada che conduce al Castello e al Ponte vecchio, che è oggi detta via del Ponte nuovo.

Questa è la lista degli arrestati, ricordata dal Leonardi e dal Ferdani:

 - Ferdani Luigi, classe 1892, bracciante.

 - Ferdani Bruno, classe 1928, sedicenne figlio di Luigi, panettiere.

 - Fiumalbi Antonio, classe 1905, d'origini spezzine, impiegato di banca.

 - Leonardi Luigi, classe 1895, guardia municipale.

 - Leonardi Umberto, classe 1930, quattordicenne figlio di Luigi, studente.

 - Brunini Enrico, classe 1895, bracciante.

 - Davini Ettore, classe 1905, falegname.

 - Poli Remigio Euclide, classe 1907, esattore comunale.

Questa gente rastrellata in via Ponte nuovo, ammassata lungo il parapetto della strada, e dopo una lunga attesa, venne fatta marciare sino in Piazza Roma dove vennero allineati contro il parapetto sud della piazza, mentre un plotone di soldati tedeschi era anch'esso presente e pronto ad intervenire,  era stato momentaneamente dislocato innanzi all'Ufficio Postale, oggi "Bar Biffi".

Immaginate lo stato d'animo degli otto ostaggi allineati in attesa di esecuzione, Mai e nessuno si è ricordato di loro, mai e nessuno ha ricordato questo triste avvenimento, con un meritato riconoscimento pubblico.

Stà di fatto che la lunga attesa si è risolta favorevolmente per gli ostaggi. Una moto sidecar, è giunta a Bagnone portando l'ordine di condurre gli ostaggi a Filetto per essere interrogati.

 
A Filetto....

La "Selva di Filetto", fu una località scelta dai tedeschi per accampare e tenere nascosti sotto i folti castagni, automezzi ed armi d'ogni genere. Sulla Strada Statale n. 62 della Cisa era il primo avamposto di rifornimento per il

fronte, la famosa linea Gotica, che era giunta a Massa, distante da Filetto soli cinquanta chilometri.

Arrivati gli otto ostaggi vennero ammucchiati dentro un avallamento del terreno, simile ad una depressione creata dall'esplosione di una bomba, e scelti uno ad uno, vennero tutti sottoposti ad interrogatorio.

Nessuno sapeva nulla di nulla, in effetti questi ostaggi non avevano visto nulla e non sapevano quello che era accaduto prima ai due tedeschi in piazza Roma, nell'azione provocata da "Piletta".

Quello che subì maggiori danni fu Umberto Leonardi che durante l'interrogatorio pronunziò la parola "partigiani" invece di "banditi o ribelli" come pretendevano i tedeschi che fossero chiamati.

Umberto racconta che fra i tedeschi vi erano alcuni italiani arruolati, che fungevano da interpreti, e che da uno di loro, pensa fosse d'origine tirolese, lo invitò a non pronunziare più la parola "partigiani", ma di usare quella di "ribelli" per non indispettire i tedeschi.

Dopo il ciclo d'interrogatori, i tedeschi non contenti, sottoposero Umberto ad un secondo interrogatorio, pretendevano che, lui quattordicenne, dicesse la verità, si aspettavano da lui rivelazioni importanti, e che per farlo dire gli vennero dati alcuni manrovesci e pugni che gli provocarono la  perdita di un dente. Ciò nonostante, non sapeva nulla e non poteva dire cose che non conosceva.

Nella stessa buca, c'era Bruno Ferdani, giovane sedicenne, che aveva una fame da lupo, e che si sentiva chiamare dal suo datore di lavoro certo Ezio Casoni, il quale lo istigava ad andare a fare il lievito per la panificazione della notte.

Dice Bruno, che cercava di uscire dalla buca, ma che i tedeschi lo respingevano sul fondo. Sino a che il datore di lavoro riuscì a farsi fare un lasciapassare speciale per lui, in quanto era il panificatore del paese, colui che assieme agli altri avrebbe dovuto preparare nella notte il pane per la popolazione.

Tra questi interrogatori, maltrattamenti, insulti e storielle varie appare un personaggio importante, che ha fatto la storia di Bagnone durante il periodo bellico.  É il cordiale Federico Ruzzi, podestà di Bagnone, che con

Don Aurelio Filippi prevosto e col medico Alfonso Cinque, si era recato a Filetto, dove si erano prodigati per il rilascio degli ostaggi. Pare che i tre si fossero impegnati a dimostrare che la popolazione residente che era disarmata  non poteva aver sparato e colpito il povero militare tedesco. Il medico Dott. Cinque, insistette perchè fosse esaminato il corpo del defunto ed estratta la pallottola, si saprebbe sicuramente e con  certezza da chi e da dove sarebbe partito il tiro fatale. Così si fece il miracolo! La pallottola risultò essere di un tac-pun tedesco e con gioia Ruzzi e compagni riuscirono a dimostrare l'innocenza degli ostaggi.

Il rilascio avvenne a tarda sera, ma la paura fu tanta. 

Racconta Umberto che aveva percorso i primi trecento metri di strada, camminando all'indietro, per la paura di sentirsi scaricare una raffica di mitragliatrice alle spalle.

Tutti fecero ritorno alle proprie case, e questo fu il primo atto bellico avuto in Bagnone, ma che in seguito si subirà il grande rastrellamento ed altre rappresaglie che narrerò di seguito.

Ruzzi Federico
Ruzzi Federico - Il Podestà

L'indole umana è meschina, non ha il coraggio delle proprie azioni, non ricorda fatti e persone che si sono prodigate nell'interesse del prossimo, chiunque esse siano e qualsiasi sia la religione o l'ideologia politica che hanno professato. La storia raccoglie gli avvenimenti realmente accaduti e lo storico é colui che riesce a descrivere questi avvenimenti con occhio e con mano sincera, di persona logica al di fuori da ogni attaccamento viscerale di una fazione, adesione aggressiva agli interessi di una sola parte. 

Sta di fatto che il povero Federico Ruzzi è stato sino ad oggi dimenticato per settarismo e tendenziosità.

Vedi:  "RUZZI FEDERICO" LINK

  Vedi:   "Don AURELIO FILIPPI" LINK

  Vedi:   "Dott. ALFONSO CINQUE" LINK

 

Le foto

Don Lorenzelli

Il santino

Ruggeri Lorenzo

La tomba

I fatti salienti...

- Subito dopo l'8 Settembre 1943, un gruppo di giovani di Merizzo di Villafranca L. certi: Bassignani Edoardo (Ebio), Borrini Dino (Rino), Giampietri Giovanni (Jo) ed altri, entrarono nel deposito della Marina Militare di Virgoletta e si impossessarono di armi e munizioni.  Tutti elementi questi già noti per attività sovversive, estradati al confino politico dal regime fascista perchè cercavano di espatriare in Spagna.

- Edoardo Bassignani con tre russi fuggiti dal campo prigionieri di Reggio Emilia, fecero parte della costituenda 37ª Brigata partigiana, e fu il fondatore della brigata d'assalto garibaldina "Leone Borrini".

- Bassignani armò altri giovani che, nel marzo 1944 si portarono dietro al monte Barca, di fronte a Collesino, alloggiando in un seccatoio "gradile" di un certo Gamba di Ripola, in località Stazzana, sotto La guardia,  vicina al Castellaro di S. Antonio.

- 14 Marzo 1944 di mattina, tre autocarri con una quarantina di soldati repubblichini della X Flottiglia MAS, giunsero da La Spezia con delle informazioni precise. Al primo malcapitato che hanno incontrato, un certo Giuspin, venne imposto di accompagnare il manipolo in località "Ntola", percorrendo una strada mulattiera tra il verde dei castagni.

All'avvistare del seccatoio, che dava segni di vita interna, in quanto dal tetto usciva del fumo emanato dal fuoco di legna che ardeva  sotto il paiolo della polenta in cottura. Qui, il maggiore si fermò con quattro militari e l'accompagnatore, mentre il grosso del gruppo, comandato da un tenente si portarono a ridosso del seccatoio in località Stazzana, lo accerchiarono ed intimarono la resa agli occupanti.

Il fatto è noto e raccontato in ogni dettaglio da vari storici tra cui Carlo Bruno Brunelli. Gli occupanti, tredici in tutto, tentarono varie sortite ma tutte furono fermate dalle rabbiose raffiche. Finite le munizioni dovettero arrendersi lasciando due cadaveri sul posto, mentre uno, il comandante Giovanni, ferito riuscì a scappare gettandosi in un dirupo, gli altri furono fatti tutti prigionieri, compreso alcuni feriti, ma uno certo Righi gravemente ferito, e non potendo più camminare, venne ucciso ed abbandonato sulla strada mulattiera. Nove partigiani presi, furono portati a Pontremoli, nella piazza antistante il Seminario Vescovile, dove il battaglione Lupo della X MAS aveva fissato il comando.

Dopo l'interrogatorio notturno, in mattinata furono trasferiti a Migliarina di La Spezia, al comando tedesco ove processati saranno condannati a morte per fucilazione. Ricondotti a Pontremoli, alloggiati nella solita legnaia, nulla valse l'intervento del Vescovo Sismondo per salvare i malcapitati perchè la sentenza era tedesca.

Tre giorni dopo, con un treno speciale, vennero tutti trasferiti a Valmozzola in provincia di Parma e giustiziati nelle vicinanze della stazione, luogo ove era avvenuto un attacco ed uccisi alcuni tedeschi.

Perchè l'esecuzione avvenne a Valmozzola?

Perchè il 13 Marzo 1944 un gruppo di partigiani attaccò alla stazione di Valmozzola un treno diretto a Parma, sul quale militari Tedeschi e Repubblichini accompagnavano tre partigiani prigionieri per essere processati. Nell'azione perirono due tedeschi, due ufficiali e cinque soldati della X MAS ed il comandate partigiano Mario Betti di La Spezia. L'indomani ci fu l'attacco al seccatoio del Monte Barca.

Ecco i nomi dei fucilati: Parenti Gino, Trogu Angelo, Gerini Dino, Chierasco Ubaldo, Mosti Domenico, Tendola Giuseppe e due militari russi.

Un nono partigiano che venne arrestato con gli altri, certo Galeazzi Mario di Comano, fu misteriosamente graziato. 

- Tra i partigiani fucilati si ricorda Ubaldo Chierasco, ritenuto la mente del gruppo, studente di chimica presso l'Università di Pisa dove è stata affissa  una lapide commemorativa.

- Il mistero: come ha saputo il comando della X MAS dell'esistenza di questo gruppo di partigiani nella località  ben precisa, da loro chiamata "Ntola"?

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Le conseguenze

Nei mesi che seguirono ci furono varie scaramucce, tra tedeschi e partigiani:

- Ci fu l'arresto a Bagnone e l'uccisione a Compione frazione di Bagnone del benestante invalido, Cortesini Lorenzo, accusato di essere stato il Presidente dell'Opera Nazionale Balilla.

- Il 24 Giugno a Bagnone, ci fu l'arresto ed il 26 Giugno a Compione l'uccisione di Ruggeri Lorenzo, convalescente, tenente della X Flottiglia MAS, ricoverato all'ospedale di La Spezia, era venuto a Bagnone per l'onomastico del genitore, sarebbe rientrato a La Spezia in giornata.

- Il 25 Febbraio 1945 l'uccisione del noto fascista, parroco di Corvarola don Giuseppe Lorenzelli, prelevato e portato a Compione da dove riesce a fuggire; raggiunge Pontremoli e si presenta al Vescovo Sismondo, il quale dopo aver fatto le sue ricerche viene assicurato dell'immunità del Sacerdote se si ripresenta a Compione. Così fece obbediente, ed al suo arrivo tra insulti e sberleffi, venne rinchiuso e fu fucilarlo per tradimento.

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Furono troppi gli attacchi partigiani sul territorio di Bagnone che cominciarono ad allertare i comandi della X MAS prima e delle SS Tedesche poi.

Alcuni famigliari di Bagnone piangevano i morti, mentre altri invece speravano di rivederli ancora vivi, perchè venivano continuamente sollecitati dai partigiani con queste parole:

- "Se volete che Vostro figlio viva dovete dare, anche lui deve mangiare!".

La famiglia Ruggeri venne prosciugata di denaro e di derrate.

Gli abitanti di Compione, villaggio dove era localizzato il comando della Brigata partigiana "Borrini", scendevano in paese a fare spese, ed il padre del Ruggeri Lorenzo, che gestiva due commerci, conosceva bene tutti e domandava loro notizie del figlio, ma si sentiva rispondere vagamente.

Nessuno parlava, regnava l'omertà, mentre dopo soli due giorni dal suo arresto del 24 giugno, si erano svolti il processo, la sentenza e già l'esecuzione del militare. 

Fu la goccia che fece travasare il vaso.

Il feretro rilasciato ai famigliari, fu recuperato più tardi, da dove era stato sepolto, sotto pochi centimetri di ghiaia, nel greto di un canalone che scorre prima di Compione, da Rino Rapalli, l'allora giovane stagnino lattoniere di Bagnone. Il trasportò della bara avvenne a dorso d'asino sino alla strada rotabile Treschietto-Iera, quindi con il carro funebre condotto da Canton, arrivò alle porte di Bagnone, località campo sportivo, dove ad attenderlo c'erano i famigliari, il prevosto di Bagnone, il Podestà Federico Ruzzi, il Cappellano militare della X MAS con un drappello di soldati per rendere gli onori al feretro del tenente e la popolazione di Bagnone.

La tomba in marmo nel cimitero di Bagnone è stata fornita, disposta e murata dai militari inviati dal Comando della X MAS di La Spezia, ed anche l'incisione sulla lapide è stata composta da loro. Alla fine della guerra la lapide fu manomessa, dalla quale furono tolte alcune frasi.

Qui sorgono due validi dubbi. I rastrellamenti furono causati dai tristi avvenimenti sopra descritti oppure fu una vera azione militare voluta, come sotto spiegherò, dal comando tedesco?

 
 
1° Luglio 1944 - Rastrellamento

Ebbe inizio uno dei periodi più tristi della nostra storia.

AIl'inizio dell'estate del 1944, il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante supremo delle forze Tedesche impegnate in Italia, constatato il grave pericolo che costituiva il gruppo partigiano per il rientro delle sue truppe dal fronte Gotico, decise di portare contro le bande partigiane, la stessa guerra che portava al fronte, assumendo personalmente la direzione della lotta antipartigiana.

I Tedeschi impiegarono ingenti forze ben armate ed addestrate alla guerriglia, protetti da artiglieria e da mezzi da ricognizione e da

mitragliamento.

Partendo da Fornovo, ventimila uomini si divisero in tre direttrici: una verso Val Taro; una seconda verso Val Parma; la terza verso Val d'Enza; tutte dirette in Lunigiana attraverso i valichi sul crinale dell'Appennino Tosco-Emiliano. Durante queste operazioni, le truppe tedesche devastarono alcuni paesi dell'alto parmense, da Valditacca salirono al passo Cavallo e valicato l'appennino si diressero, in Comune di Bagnone, verso le capanne dei Tornini.

Contemporaneamente in Lunigiana era stato schierato un fronte da Pontremoli, Filattiera, Bagnone, Licciana Nardi, Fivizzano, in modo da completare un accerchiamento da cui nessuno avrebbe potuto scappare.

Non ci fu resistenza partigiana, l'armamento impari fece prevalere l'ordine del Comando di sganciarsi e di disperdersi nei nascondigli d'occasione o nelle boscaglie a valle.

L'arrivo delle truppe Tedesche e della Monterosa a Bagnone, è un brano che ho già trattato nel mio libro "Cinquant'anni fa c'ero anch'io", LINK Editrice Nuovi Autori - Milano, e che invito a leggere; alcuni brani li riproduco qui di seguito. 

 
Capitolo 10 - Quarto paragrafo

Era la fine di un tranquillo pomeriggio di una calda domenica d'estate.

Erano da poco terminate le funzioni religiose pomeridiane nelle quali si cantano i vespri, in piazza Roma, i gestori dei bar avevano messo, come d'abitudine, i tavolini fuori.

La gente affollava il corso Umberto I in un via vai da passeggiata, dal ponte nuovo a San Rocco, in un andirivieni continuo.

Era questa la vita di paese, dove tutti ci si conosceva e dove i giovani scherzavano tra loro in armonia, inscenando gazzarre di allegria.

Ad un tratto, la quiete venne rotta dal rumore di motori; il rumore aumentava sempre piú con l'avvicinarsi al paese.

Le ragazze smisero di passeggiare, si raggrupparono incuriosite e timorose. 

Era una colonna militare che preceduta da due staffette di motociclisti tedeschi faceva ingresso in Bagnone.

Ci fu subito un agitarsi di gente; genitori  che consigliavano, spingendole, madri e figlie di rientrare in casa, perché stava soffiando un'aria irrespirabile.

La strada carrozzabile terminava a Bagnone, per cui la colonna italo-tedesca si fermó.

Dopo queste informazioni, nessuno diede piú importanza all'avvenimento, il crocchio di gente si sciolse, la piazza si vuotó lentamente, ciascuno prese la direzione della propria abitazione, era giunta l'ora di cena.  

I comandanti, italiani e tedeschi, scesi dai loro mezzi, si scambiarono ordini con un frasario incomprensibile, decisero  quindi di fare dietro front e di tornare da dove erano venuti.  Ci passarono innanzi, come in una parata una trentina di automezzi anche blindati, con una decina di camion carichi di militari tedeschi e di alpini italiani della divisione Monterosa. Giravano in piazza, e tornavano da dove erano arrivati.

Al passare di tanta gioventú, non mancarono gli scambi di sorrisi e di saluti che le ragazze facevano ai giovani di nascosto ai loro genitori, e madri che si lasciarono scappare frasi di commiserazione e di disprezzo per la guerra.

I commenti della gente, circa quella repentina e rapida apparizione, furono dei piú svariati.  Prevalse la tesi di quelli che sostenevano che quei militari avevano sicuramente sbagliato strada, ed una volta accorti dell'errore, avevano deciso di fare il dietro front per tornare a riprendere la SS62 della Cisa.

 
Capitolo 11

All'indomani mattina siamo stati svegliati di soprassalto, da strani rumori che provenivano dalla strada. A questi si aggiunsero grida e pianti.  

La mamma non si rendeva conto di quanto  stava succedendo fuori, scese dal letto, si affacció alla finestra e vide dei militari che stavano raggruppando gli uomini dalle case vicine.  Si ritiró in fretta dalla finestra, si avvicinó a noi bambini, ci fece vestire in fretta, ci diede la colazione e ci pregó di non muoverci di casa.

Mentre si affrettava a rifare i letti ed a riordinare la casa, di tanto in tanto spiava accortamente dalla finestra e restando al coperto, dietro le persiane, poteva parlare con i vicini e con i nostri parenti che abitavano sotto di noi.

Cosí siamo venuti a sapere che nottetempo i tedeschi ed gli alpini della Monte Rosa avevano accerchiato Bagnone, cercavano i partigiani e contemporaneamente rastrellavano tutti gli uomini validi.

Arrivó anche il nostro turno.

Si presentarono sulla porta quattro tedeschi ed un giovane della Monterosa, armati fino ai denti.

Due tedeschi rimasero di guardia sul pianerottolo, con gli occhi che si intravedevano appena coperti dai pesanti elmetti e con le mani sui fucili mitragliatori, pronti ad entrare in azione, mentre gli altri si sono fatti avanti in casa. 

Il giovane alpino, chiese alla mamma:

- "Cerchiamo il marito, dov'é?".

Ci fu un attimo di smarrimento, al giovane italiano fu facile spiegare che la mamma era rimasta vedova, ma i due tedeschi non si convinsero, ci spinsero in un angolo e ci lasciarono sotto la scorta del militare italiano, mentre la mamma, rivolgendosi ai tedeschi non faceva che ripetere:

- "Marito morto..., io vedova..., solo due bambini...".

Quegli omoni, sotto quei cappelli di ferro e con il sottogola che gli impediva di parlare, vedendo una giovane donna con due bambini, non devono aver accettato vere le risposte della mamma, perché, con un "heraus" la fecero tacere ed iniziarono a perquisire il nostro modesto appartamento. 

Hanno guardato dappertutto, sotto i letti, negli armadi, ed in fine uno mise la testa dietro la porta della camera.  Non lo avesse mai fatto, dietro la porta c'era un attaccapanni sul quale tenevamo appeso il mio moschetto di balilla.  Sentii gridare dal tedesco: "banditi, ribelli" e si presentó in cucina con il fucile in mano.  Per fortuna riconobbe l'arma e con un sorriso la depose sul tavolo.

Dopo questa paura non ci fu altro per noi.  Usciti i militari che avevano lasciato il nostro appartamento borbottando in tedesco, la mamma sprangó la porta e si propose di restare in casa tutto il giorno. La nonna, che stava in pensiero per noi, salí le scale e venne a vedere cosa era successo.

Riaperta la porta per fare entrare la nonna, e mentre le due donne si stavano raccontando le loro vicissitudini, io approfittai del momento di disattenzione della mamma e sgattaiolai fuori di casa.

Mi trovai subito dei compagni e con loro iniziammo la nostra perlustrazione del paese, mentre dalla finestra la mamma si sgolava a chiamare Giovannino.

Nella piazza delle carceri, dove ancor oggi c'é la caserma dei carabinieri, i tedeschi avevano srotolato del filo spinato, piazzati qua e lá dei cavalletti di Frisia, e sui quattro angoli avevano eretto delle postazioni di guardia con le mitragliatrici spianate.

Il quadrilatero serviva da campo di raccolta per gli uomini rastrellati, e mano a mano che il numero raggiumgeva la cinquantina, quei poveracci venivano caricati sui camion e trasferiti al campo base nella selva di Filetto.

Le mogli e le madri fuori del recinto attendevano l'occasione per poter parlare e abbracciare per l'ultima volta il loro caro, per dargli un pacchettino di cose da mangiare, o i documenti che, nella fretta, avevano dimenticato in casa.

Ricordo la signora Adelina che teneva tra le mani un indumento nero e voleva assolutamente riuscire a darlo al suo Anselmo.  Era la gloriosa  mantellina da carabiniere portata durante la prima guerra mondiale.  Tieni, prendila e mettila Anselmo, gli gridava la moglie, vedrai che ti porterá fortuna e una volta che l'avrai indossata, ti lasceranno sicuramente tornare a casa.  Ma non fu cosí, Anselmo si ritrovó in Germania, e la mantellina gli

avrá servito sicuramente, solo per coprirsi e ripararsi dal freddo.

In meno di una mattinata Bagnone fu setacciata e pochi come Ovidio riusciranno a farla franca.  Ovidio rimase per giorni rannicchiato in un recondito angolino di un solaio buio, tra ragnatele e pipistrelli.  Ci fece tanto l'abitudine che, a guerra finita, non fu tra i primi ad abbandonare il rifugio, volle attendere, non si sa mai...

Gli ordini erano perentori, i militari non guardarono in faccia nessuno.  Prelevarono i medici, il farmacista, il segretario comunale, e tutti vennero portati a Filetto.  Come accadde a Beppe di Canton, giovane non ancora diciottenne, che a causa del suo precoce sviluppo fu deportato in Germania insieme agli altri.

Pochi furono i rilasciati, nonostante l'intervento di Federico Ruzzi il Podestá, eccolo ancora in primo piano, un uomo che merita il ricordo ed il rispetto di tutti, e che tutti sino ad oggi hanno dimenticato.

Alcuni, fecero ritorno nei giorni seguenti perché riusciranno a fuggire lanciandosi per le scarpate delle ferrovie o come ha saputo fare Armando Bassignani detto Loló, piccolo di corporatura, con la furbizia e la disinvoltura, con il sangue freddo, cosí, come lui ce lo ha sempre raccontato:

- "Noi di Bagnone", diceva appunto Loló,  "fummo aggregati ad altri gruppi che provenivano da differenti parti d'Italia ed a Verona, durante una marcia di trasferimento, riuscii a fuggire".

Eravamo tutt'orecchi attorno a lui, ed impazienti lo ascoltavamo:

- "Come hai fatto Loló? Racconta".

- "I cittadini di Verona, gran parte donne ed anziani, si erano fermati a guardarci passare.  Sui due lati di una strada non molto larga, erano rimasti intrappolati sui marciapiedi, dal corteo dei rastrellati.

I rastrellati erano inquadrati e marciavano sotto la scorta esterna di militari tedeschi che si distanziavano una trentina di metri l'uno dall'altro.  Le file esterne del gruppo in marcia", raccontava il piccolo Loló, "rasentavano i cittadini fermi che guardavano accorati il passare dei rastrellati.

Quando il corteo in marcia svoltó ad angolo retto sulla destra, e che lui si trovó in posizione favorevole sul lato sinistro della fila", raccontava con fervore, come stesse rifacendo la fuga in quel momento,"ebbi", disse, "il sangue freddo ed il coraggio di continuare diritto, di prendere la prima donna che mi é capitata vicino sotto braccio e di attendere che la sfilata terminasse. 

Il gioco era fatto, tre giorni dopo ero di nuovo a Bagnone a corteggiare l'Irmina".

Quella dei rastrellati é una scoria note narrata da molti e conosciuta attraverso films e reportages televisivi.  Diró solo che gli uomini di Bagnone rientrarono uno alla volta, a guerra finita.  Quelli che rimasero, gli anziani oppure quelli che riuscirono a fare quello che ha fatto Ovidio o Loló, non avranno pace, ne subiranno di tutti i colori.

La maggior parte degli uomini rastrellati furono quelli residenti a Bagnone, quelli della campagna, delle frazioni non appena avuta la notizia di quello che stava succedendo a Bagnone, allacciarono stretti gli scarponi e presero la via dei monti.  Per la nostra gente, nata e vissuta sulle nostre montagne, in tempi in cui c'erano solo le strade mulattiere, era facile controllare il movimento di valle e tenersi sempre a debita distanza.

Dopo il rastrellamento Bagnone conobbe momenti difficili.  Il fronte era statico a Massa, e noi ci trovavamo nelle retrovie, a soli cinquanta chilometri.  La RAF aveva il suo Pippo che giornalmente perlustrava la SS62 della Cisa.

La Spezia ogni sera ci faceva assistere ai suoi giochi di luce.  Dal basso le postazioni antiaeree con i fasci di luce emanati dai forti riflettori, dall'alto i bengala lanciati dai bombardieri per rischiarare gli obiettivi e le postazioni  da centrare.  L'arsenale militare, edificato in zone protette, a ridosso dei monti ed in galleria, non subiva gravi danni, mentre la cittá veniva, piano piano rasa al suolo.

La Lunigiana, di giorno in giorno si popolava sempre di piú.  Bagnone, come tutti gli altri comuni viciniori, aveva aperto le porte alle popolazioni sfollate, colpite dalla guerra e dai bombardamenti.

La maggiore difficoltá consisteva nel fornire un pezzo di pane a tutti.  Il podestá, ancora Federico Ruzzi, dovette organizzare varie spedizioni per andare a rifornirsi di farina nel parmense, e trasportare il prezioso carico con mezzi di fortuna, per lo piú con carri trainati da cavalli.  Questi trasporti, si dovevano effettuare quasi sempre di notte, per evitare le ire di Pippo, ma dovevano anche essere guardinghi e proteggersi dagli attacchi partigiani che a loro volta pretendevano una parte del carico per la loro sussistenza.

A Bagnone, anche in questo periodo piú incerto e piú pericoloso, si svolgeva il tradizionale mercato del lunedì; tutti dovevano mangiare ed il commerciante vendere quello che aveva e che trovava. 

Nacque il mercato nero.  Ho visto coi miei occhi barattare, offrire lenzuola ed asciugamani di lino che facevano parte del corredo nuziale, in cambio di pochi chili di farina necessari per sfamare i bambini. 

Durante questi mercati, Bagnone si affollava  e scendevano a valle anche i partigiani che si mescolavano nella folla, e nella confusione si potevano incontrare facilmente faccia a faccia, persone le piú eterogenee.

(....omissis). (Vedi: "Cinquant'anni fa c'ero anch'io", di Rugggio). LINK

Foto memoria
Lapide a Pieve
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Lapide a Lusana 
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Lapide A. Bottero
Fatti accaduti

2 Luglio 1944 - Presso la Chiesa di Pieve di Bagnone furono fucilate ben nove persone civili: tre fratelli Vinciguerra ( Giovanni, Lino e Pietro), Turchi Terenzo, Medici Alcide, Guastalli Settimio, Bertolini Antonio,  Accorsi Pompeo, Grandi Mario.

L'anziana Piagneri Emilia, madre del parroco del paese Don Pietro Necchi, fu uccisa in località "gradil". 

A Mochignano furono mitragliati nei campi due coltivatori, scambiati per partigiani in fuga, furono Negrari Ernesto e Ricci Luigi.

Sempre a Mochignano, un pastore, certo Zoppi Alfredo, ritardato mentale, si mise a fare sberleffi e danze varie, agitando un falcetto, al cospetto dei tedeschi i quali non tardarono ad ucciderlo con una raffica di mitra.

Ancora Zoppi Pierino, reduce ed invalido di Grecia, rastrellato e poi riconosciuto fratello di un partigiano venne fucilato a Mochignano di sopra.

4 Luglio 1944 - Otto partigiani vennero accerchiati ed uccisi ed uno ferito, in una capanna. Il ferito certo Adelmo Bottero fu portato a Lusana e fucilato nella piazza della Chiesa.

Diversi furono i partigiani che rimasero vittime delle raffiche tedesche che sparavano alla cieca nelle zone inaccessibili nelle quali si nascondevano dopo l'ordine emanato di sparpagliarsi e di nascondersi. Le salme vennero raccolte una settimana dopo la fine del rastrellamento.

A Gabbiana un giovane di nome Sbarra, diciassettenne, presunto partigiano venne fucilato all'entrata del paese.

Anche il Clero bagnonese non venne risparmiato, la maggior parte, compreso il Prevosto di Bagnone furono arrestati e condotti a Filetto per poi essere inviati a Bibbiano in provincia di Reggio Emilia.

L'intervento del Vescovo Mons. Colli di Parma permise la liberazione dei preti e la loro accoglienza presso il seminario parmense sino al 22 Luglio, quando ottenne il permesso dai tedeschi di lasciar rientrare il clero nelle loro parrocchie. Questo avvenimento e ben descritto nei particolari da Fra Ginepro di Malgrate.

Ed ecco i nomi dei sei Sacerdoti bagnonesi arrestati:

Don Aurelio Filippi di Bagnone; Don Luigi Simonini di Corlaga; Don Primo Gallorini di Gabbiana; Don Leopoldo Mori di Mochignano; Don Pietro Necchi di Pieve, Don Iginio Dodi di Castiglione, Oppi Antonio seminarista.

Una decina di loro invece riuscirono a sfuggire agli arresti, mettendosi in fuga o nascondendosi.

Foto memoria
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Monumento a Orturano
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Mauro Bertolini
Rastrellamento di Novembre 1944

Non conosco particolari d'ordine militare, a meno che non li attinga dagli scritti del tempo, ma non voglio farmi contagiare da interpretazioni che possono essere anche faziose. Mi limito a dire che con il programma del feldmaresciallo Albert Kesselring, con l'entrata in linea in Garfagnana della Divisione Monterosa, decise una poderosa controffensiva attaccando in direzione di Barga cercando di sfondare la linea che era tenuta dai brasiliani ed americani, per aggirare la logorata linea Gotica: Pietrasanta, Montignoso, Massa.

I Tedeschi, saputo anche dell'avvenuta riorganizzazione partigiana sul l'Appennino tosco-emiliano, per garantire un buon rifornimento alle truppe al fronte, decisero di ripulire una seconda volta la Lunigiana, per evitare attacchi di sorpresa da parte dei partigiani.

L'esercito alleato indugiava davanti alla Linea Gotica e il maresciallo Albert Kesselring, per proteggersi dall'«incubo» dei partigiani, aveva ordinato di fare «terra bruciata» alle sue spalle.
Kesserling fu il mandante di una strage che nessun'altra superò per dimensioni e per ferocia e che assunse simbolicamente il nome di Marzabotto anche se i paesi colpiti furono molti di più.
L'esecutore si chiamava Walter Reder; era un maggiore delle SS detto  «il monco» perché aveva perso l'avambraccio sinistro sul fronte orientale. Kesselring lo aveva scelto perché considerato uno «specialista» in materia.

Al comando del 16° Panzergrenadier «Reichsfuhrer», «il monco» iniziò il 12 agosto una marcia che lo porterà dalla Versilia alla Lunigiana e al Bolognese lasciando dietro di sé una scia insanguinata di tremila corpi straziati: uomini, donne, vecchi e bambini.

In Lunigiana si erano uniti alle SS anche elementi delle Brigate nere di Carrara e, con l'aiuto dei collaborazionisti in camicia nera, Reder continuò a seminare morte. Gragnola, Monzone, Santa Lucia, Vinca, Sant'Anna di Stazzema ed altre: fu un susseguirsi di stragi immotivate. Nella zona non c'erano partigiani: lo dirà anche la sentenza di condanna di Reder: «Non c'erano combattenti. Nei dirupi intorno al paese c'era soltanto povera gente terrorizzata...».

Per tre giorni, a Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, Reder compì la più tremenda delle sue rappresaglie.

http://www.romacivica.net/anpiroma/DOSSIER/Dossier1b.htm

Nella seconda metà di Novembre truppe tedesche si sparpagliarono nel territorio provocando fuggi fuggi e tanto panico tra la popolazione. Alcuni giovani ritenuti partigiani sono stati inseguiti, alcuni colpiti ed altri fatti prigionieri e fucilati in luoghi diversi.

Nel mese di Marzo 1945 si intensificarono gli scontri tra partigiani e soldati della Monterosa.

Nell' Aprile 1945 in seno alla Brigata Borrini terminarono i contrasti politici e personalistici. La Brigata passava definitivamente alle dipendenze della 1ª Divisione partigiana Liguria, con il comando sulle montagne spezzine.

Da questo momento alla fine della guerra, rimangono solo pochi giorni.

Facinorosi vollero insanguinare il suolo bagnonese, dopo il 25 Aprile. Questi fatti sono narrati nel fascicolo "Don AURELIO FILIPPI". LINK

LA STORIA SIAMO NOI !

Pubblicato il  15/10/2007

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