Aggiornato il 17-12-2007

 

Le fornaci a calce di epoca pre-industriale

nel territorio della Lunigiana Storica

dalla tesi di laurea di Maria Beatrice Gavarini - Roberto Pedicone

www.massalunense.it

Per oltre duemila anni la calce, uno dei materiali da costruzione più nobili ed antichi, ha rappresentato in edilizia il legante per eccellenza.
Calci grasse di fossa, calci forti, calci bianche da stucco, calci colorate da muro e da intonaci dal leggero color pastello cotte nei forni tradizionali caratterizzavano, prima dell'avvento del cemento, il volto delle nostre città.
Catone, Vitruvio, Plinio, il Filarete, Palladio, Milizia e molti altri che ci hanno lasciato preziosissimi documenti ci hanno insegnato molto sulle calci, sulle malte e sugli intonaci.

Chi opera nel delicato settore del restauro e della bioedilizia conosce ed apprezza tutti quei materiali che, la passata Scuola del Costruire, ci ha tramandato con tutta la sua esperienza, consacrata da secoli di immutata tradizione. Tale esperienza lavorativa è quella che abbiamo riscontrato in gran parte della Lunigiana Storica; qui la produzione della calce è infatti testimoniata da documenti, bibliografia, cartografia e soprattutto da numerose fornaci ancora esistenti in vari paesi. Il nostro lavoro è stato quello di ritrovare i luoghi dove si estraevano le pietre e rilevare i forni dove si cuocevano le calci con cui si preparavano le malte che hanno consentito di elevare quelle meravigliose costruzioni, pievi, castelli e borghi murati, che ancora oggi si possono ammirare sul nostro territorio.

Se da una parte, per una  ragione puramente storica e culturale, riteniamo necessario il recupero delle vecchie fornaci a calce, degli antichi processi produttivi e di conoscenze artigianali che vanno lentamente ma inesorabilmente scomparendo, dall'altra e per ragioni più realiste e pratiche, ci sembra doveroso suggerire a quanti operano nel settore dell'edilizia e del restauro e, soprattutto alle Amministrazioni locali, di pensare seriamente alla ripresa di una produzione tradizionale della calce.

In Italia esistono già altre "isole" produttive che, utilizzando metodi e forni tradizionali, forti di una secolare sperimentazione, producono un materiale "certificato" la cui qualità, ascrivibile alle caratteristiche della materia prima utilizzata e soprattutto alle modalità di cottura della stessa, è fondamentale per un suo apprezzato utilizzo negli interventi di restauro per restituire a monumenti e città le caratteristiche e i colori legati alla tradizione e alla cultura del proprio territorio.

Foto

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Pietra calcarea

accatastata

LA  PIETRA  CALCAREA

ricerca di rugggio

Per produrre la calce è importante la materia prima: la pietra calcarea, che posta al calore del fuoco per certo tempo, si riduce in calce. Queste pietre sono solubili negli acidi, producono una forte e rumorosa effervescenza. Queste pietre, se colpite con un attrezzo in metallo, non danno scintille. Le cave di pietra calcarea si sono, per la maggior parte, formate per la stratificazione orizzontale di detriti alluvionali.

La calce è un legante che gli antichi ottenevano dalla cottura della pietra calcarea. Il carbonato di calcio, durante la cottura libera anidride carbonica e si trasforma in ossido di calcio, detto calce viva.

La calce viva depositata in apposite vasche scavate nella terra, e affogata nell’acqua, operazione assai pericolosa, si sgretola e diventa idrossido di calcio. Questa pasta, dopo aver riposato e raffreddato per alcuni giorni, è detta  calce spenta o calce idrata.

In chimica: il carbonato di calcio, la cui formula è CaCo3, dopo la cottura nei forni si ossida CaO, la calce, liberando in gas l'anidride carbonica Co2.

Rimane il CaO che immerso nell'acqua, CaO+H2O diviene Ca(OH)2 ovvero  idrossido di calcio, o calce spenta o idrata.

Aggiungendo successivamente acqua alla calce spenta si ricavavano:

-  il grassello, denso e untuoso, utilizzato come legante per il cemento;

-  il latte di calce, col 20-30% d’acqua, utilizzato per la tinta;

-  l’acqua di calce, limpida e disinfettante, utilizzata in medicina.

La malta è un impasto plastico di un legante tipo calce, cemento, gesso, etc. con l'acqua si ottine una malta semplice; Se con l'acqua aggiungiamo un inerte tipo la sabbia, si ottirnr una malta composta. La malta è impiegata nelle costruzioni edilizie per la sua proprietà di indurire all'aria e questa è detta "malta aerea", oppure sott'acqua e questa si definisce "malta idraulica".

Prima dell'avvento del cemento, la calce era il legante per eccellenza. Oggi non si trovano più fornaci in efficenza, e l'antico prodotto è oggi sostituito da materiali ottenuti da processi industriali differenti.

Gli  intonaci a calce, si realizzano oggi con una gamma di prodotti industriali che sostituiscono l'antico grassello, e si pubblicizzano validi per il restauro di edifici storici e per la realizzazione di nuovi edifici.

Per i nuovi edifici non voglio commentare, ma per il restauro dei vecchi temo molto che la loro possibilità d'impiego sia conforme e sufficiente alle esigenze d'impiego per il ripristino degli intonaci delle antiche strutture.

Ricordi

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Antica fornace di Molossi

LA  CALCE  DI  CASA  NOSTRA

Da noi venivano scavate di volta in volta, le così dette fornaci a cielo aperto in prossimità dei luoghi di raccolta della pietra calcarea. Un'area da esplorare è nelle vicinanze di Corlaga e Stazzone; sopra la strada per Vico, un luogo recondito del quale si parla vagamente e si accenna anche alla ceramica. 

Mentre scrivo, questi luoghi, mi viene il desiderio e la curiosità di andarli a visitare; cosa che mi riprometto di fare quest'estate.

Dalle nostre parti, precisamente nel piano di Malgrate, ed è ancor oggi visibile situato lungo la strada provinciale per Mocrone, era in oprazione un forno verticale della Ditta Molossi, che riforniva di calce idraulica tutti gli artigiani edili della zona. Ricordo il vecchio proprietario, uomo di imponente statura, che si vantava di vendere della buona calce, non dimenticando di sottolineare con vanto, che la sua era una calce idraulica.

Questa ditta ha operato sino agli anni settanta, ma con l'apertura del cementificio di Pontremoli, ha dovuto forza maggiore fermare la sua produzione.

Le cause non sono  da attribuire solo al cemento, ma all'impossibilità di concorrere col prezzo sul mercato. I costi per l'estrazione manuale della pietra, la raccolta e il trasporto con carro trainato da asini, il carico dei forni, il costo e l'approvigionamento delle fascine di legna per la combustione, l'assistenza alla cottura della pietra, lo scarico dei forni, il trasporto per la consegna ai cantieri, erano diventati troppo onerosi.

Il proprietario, il signor Molossi, suo malgrado, con tanto rammarico ha visto fermare un'attività che gli era arrivata dai suoi predecessori, e per questo rimpianto dopo pochi anni è deceduto, si dice dal dispiacere. Il figlio, mio coetaneo, che in gioventù aveva iniziato per continuare l'attività paterna, ha dovuto cambiare mestiere.

Ma l'importanza dell'uso della calce idraulica si è fatto risentire da noi nella ristrutturazione dei vecchi edifici di cui è composto in prevalenza il nostro comune. Particolarmente gli intonaci di cemento, costruiti oggi in sostituzione di quelli di malta di calce, che produce spesso in fase di presa crepe e cavillature prodotte dalla perdita dell'eccesso d'acqua di impasto;  mentre la malta di calce è più malleabile e di minor rigidezza, ha una presa più lenta. Tutte le spesse murature delle vecchie case sono costruite in pietra arenaria avvolta di malta di calce idraulica.

Cominciano ad essere reperibili sul mercato molte malte preconfezionate, studiate e formulate con la calce, la calce idraulica naturale ed il grassello di calce, sia per gli interventi di recupero architettonico, sia per l'edilizia abitativa che richiedano certi standard di biocompatibilità.

L'analisi e lo studio del materiale un tempo impiegato per la realizzazione di opere che si conservano nei secoli, ha indotto le ditte a realizzare prodotti che si acquistano in sacchetti di carta, che servono a sostituire l'antica calce e che permettono a questo prodotto di  rispettare l'antica tradizione.

Questi prodotti sono nati per sostituire la malta di calce idraulica già prodotta in cantiere, che permettono oggi di edificare o ripristinare murature e intonaci con valore artistico e architettonico, rispettando al massimo quasi tutte le vecchie caratteristiche biochimiche.

Le foto

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1 - La calcinaia 

di Compione

I  LUOGHI

La foto 1) è stata ripresa da Walter Martini a Compione nel 2006, e ci mostra il luogo esatto ove gli antenati cuocevano la pietra calcarea per trarne della calce viva.  La calce prodotta sul luogo era considerata una economia familiare e sociale, perchè evitava le spese d'acquisto, (la moneta a quei tempi era rara), perchè evitava le spese di trasporto, (a quei tempi lo si faceva a dorso d'asino), perchè la pietra calcarea era raccolta a tempo perso dagli stessi abitanti  e perchè dopo la cottura serviva a tutta la comunità. 

La calce veniva "spenta" in una apposita pozza ed il grassello che se ne ricavava era usato nell'agricoltura e per le opere edilizie in genere; lavori che dovevano annualmente essere eseguiti per la manutenzione e la conservazione degli edifici, tutti in muratura di pietra con malta di calce.

In famiglia serviva per l'imbiancatura dei locali abitabili, specie per le cucine che annualmente imbrunivano dal ritorno del fumo dei camini.

Nell'agricoltura invece il grassello di calce era impiegato sciolto nell'acqua come anticrittogamico, per curare le malattie prodotte da piante parassite delle Crittogame e in particolare da funghi (oidio, peronospera, ecc.), o in forma solida (polveri), particolarmente per le piante da frutto e per la vigna.

Dipinti di 

Agostino Ghironi

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Il ponte di Vico
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La mora
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Il Re di Valle
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Riproduzione della torre del Castello

IL  PONTE  DI  VICO

Dipinto e testo a cura di Agostino Ghironi di Corlaga

Mi fà piacere di sentire che ti sei rimesso a scrivere e ricercare sulla "calce", e per di più, della fornace di Corlaga!

Mi chiedi se ne sò qualcosa? 

Della ceramica : non sò niente.  Della calce: si !

A quel tempo : all'epoca del "cantiere scuola"per la costruzione della strada che partiva dalla chiesa di Corlaga e che doveva condurre fino a Vico chiesa. 

A questo cantiere, che credo fosse il primo ad essere messo in attività nel nostro comune, ho partecipato con la qualifica di "bocia", portatore di acqua. Poi migliorai e l'avanzamento mi ha portato a dare i primi colpi di piccone, le prime carrettate di terra, le prime pietre portate ai muratori che costruivano il primo ponticello. 

Questo ponticello è stato costruito sul canale che scende dal "Pianello dei Morti", oppure più in basso vicino alla capanna di Giovannoni, per giungere quì alla "Cà d'Barnabò" e gorgogliare a lato del Castello di Corlaga, oggi "la ca' Biagini", che finisce il suo corso nel sottostante torrente.

Poi il cantiere è avanzato ed era arrivato al torrente "Re di valle", sul quale, durante tutti i secoli precedenti, la gente ha saltato da un sasso all'altro per attraversare dalla sponda corlaghese a quella vichese.

Su questo torrente era stato progettato ed appaltato, dando il via alla realizzazione del famoso ponte di Vico, opera in pietra arenaria. Eravamo nell'immediato dopoguerrae e per murare ci voleva del cemento o della calce. Penso (credo) che il Comune non poteva offirsi il cemento e dunque è nata la soluzione "calce" locale! 

Infatti, la roccia della collina sottostante Stazzone, aveva le caratteristiche di pietra "calcinara".  Però io non ne so' niente; quello che so' è che il primo forno, la prima calcinara, è stata fatta in quel sito da un uomo sperimentato che di sopranome chiamavano "Baracca".  Era di Corlaga, aveva emigrato in Francia, probabilmente rientrato a causa della guerra, come la mia famiglia. Baracca, lo ricordo bene, aveva tre figli: due maschi ed una femmina. Uno dei due ragazzi, Renato, aveva la mia età ed era mio amico.

Dunque, tornando a bomba: i bisogni di calce, la roccia esistente, l'esperienza di uno dei nostri, la corta distanza dalla cava al cantiere del ponte (un centinaio di metri), a fatto si che il forno lo si costruisca in un terreno vicino alla pietraia. Ricordo che venne scavata una buca profonda 4 o 5 metri, con un diametro di 3 o 4 metri. 

Alla base venne murato un condotto che dall'esterno permetteva di accendere, di alimentare e mantenere il fuoco. 

Non rammento di aver partecipato alla costruzione del forno, ma ricordo di aver messo sul fondo del forno il primo strato di materiale composto da fascine di legna fine e grossa, poi uno strato soprastante di pietre frantumato, ciottoloni  ridotti più o meno a 10 a 15 cm. di spessore. Altri si occuparono poi di aggiungere un nuovo lo stratto di legna e quello di pietrame, e cosi via fino a riempirne la fossa preparata.

L'operazione dell'accensione del fuoco (operazione molto delicata perchè bisognava che il fuoco prendesse bene senza spegnersi, perchè altrimenti bisognava ricominciare tutto daccapo), venne effettuata solo dall'esperto "Baracca".

Come per il "carbonaro" per la sua carbonara,  era necessario che il "calcinaro" stasse sul posto giorno e notte per seguire l'evoluzione equilibrata del fuoco su tutta la superficie del forno, statto per stratto, ad impedire che si creassero delle zone non bruciate. Il livello della massa doveva scendere e schiacciarsi in maniera uniforme.

Non ricordo quanti giorni durasse la "cottura", ma di sisuro 5 o 6 giorni e notti. La "cottura" si doveva spegnere quando non c'era più fuoco. A quel momento il livello della massa di pietrame del pozzo era scesa di almeno un metro; il tutto (le pietre) erano ora cotte ma non sciolte.

Quell'agglomerato di pietre cotte che avevano assunto un colore biancastro, erano diventate "calce viva", che doveva servire a murare il ponte, si trattava ora di trasferire la calce dal fondo del pozzo fino al punto di raccolta, vicino al luogo dove si doveva edificare il ponte.

A chi era stato demandato questo incarico di trasportare la calce? A noi bocia !  Due quindicenni, io e mio cugino Rico Lombardi ! Stessa età, stessa forza, stessa disponibilità, stessa incoscienza, stessa misconoscenza della calce viva...

Ci danno dei vecchi sacchi di juta a maglie piuttosto larghe... Portare coi  sacchi significava: riempirli (uno tiene il bordo del sacco, l'altro con la pala raccoglie e versa nel sacco, starnutando a pien regime...), poi legarne il bordo, e caricarselo sulla schiena nuda... era d'estate... faceva caldo, si sudava... la polvere della calce viva sulla pele umida... posso dire che diventa difficile esprimere oggi il piacere che se ne risentiva.

Fai quelle operazioni almeno una cinquantina di volte al giorno, per quattro o cinque giorni, credo che ti sei fatto una esperienza nera da "cantiere scuola" per tutta la vita!

Ricordo che con Rico, uno di quei giorni, eravamo praticamente in fondo al pozzo, e caricavamo i famosi sacchi, che di laggiù bisognava far risalire a spalla su una di quelle scale nostrane in legno, nel calore ed in mezzo ad un fitto polverone che ci faceva starnutire da matti, per un motivo che non rammento, ci siamo bisticciati e forse anche dati ciascuno una buona sberla... 

E' stata la sola volta in vita mia che mi sono bisticciato in quella maniera con qualcuno; malgrado ciò siamo sempre rimasti molto legati ed affezionati. Naturalmente abbiamo continuato a riempire, portare i nostri sacchi, starnutire, soffrire dal bruciore delle nostre spalle e schiena spellate e sanguinanti... roba da matti ! Ma eravamo ormai giunti alla fine del pozzo di calce viva! 

Il pozzo è stato riempito, oggi se ne vedono solo le tracce. A poca distanza dal quel luogo c'è un edificio, dove non sono mai entrato; penso sia quello dove veniva fatta la ceramica. Ma non ne sò niente. Proverò a domandare ad Ezio , o a uno dei figli, se loro ne sanno qualcosa, e ti farò sapere. 

Poi sono diventato "manovale", aiutante del muratore, di mio Zio Menghin, il nonno di Ezio.... Da quel momento non ho più fatto parte della calcinara. Chiusa quell'esperienza, venni a far parte dello "staff" addetti alla costruzione del ponte: le mie mansioni erano quelli di cercare i sassi che convenivano, squadrarli e portarli ai muratori;  fare la calce e servirla col secchione, ecc., ecc., il resto lo conosci meglio di me. 

E' anche cosi ! Con po' del  il mio sudore impastato alla calce viva, che sorse il "ponte di Vico", ed è così che, a partire da quel momento, dopo tanti secoli, la gente cessò di saltare sui sassi traballanti per attraversare il torrente Re di Valle....   

Pubblicato il 15-02-2006