Una  pagina  di  storia   di  Lunigiana

 Estrattdalla Divina Commedia

di Dante degli Aldighieri

a cura di RUGgGIO - 2003

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Aggiornato il  05-04-2007

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I N D I C E

 

Preambolo del ricercatore

Quand'ero studente, e quando mi toccò di trattare, nello studio obbligato della Letteratura Italiana, Dante e "il dolce stil nuovo", vi dico la verità, quelle pagine non le tenni sotto il naso più di una mezzoretta. Era sufficiente sapere quel poco che si doveva sapere per superare l'interrogazione. 

Quello che ricordo è che tra il Duecento ed il Trecento si sviluppa un nuovo movimento letterario, con i suoi principali esponenti: Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti, Guittone d'Arezzo, e Dante Alighieri, e che verrà da quest’ultimo chiamato “dolce stil novo”. I caratteri di questa nuova scuola sono ben espressi nella canzone di Guinizelli: 

"Al cor gentile rempaira sempre Amore”. 

Dovetti poi imparare il sonetto, probabilmente più famoso della poesia di Dante, tratto da Vita Nuova:

La poesia

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua deven tremando muta,
e gli occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente e d'umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
dal cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sí piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender nolla può chi nolla prova.

E par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.

La prosa

Tale è l'evidenza della nobiltà e del decoro 
di colei che è mia signora, nel suo salutare,
che ogni lingua trema tanto da ammutolire,
e gli occhi non osano guardarla.
Essa procede, mentre sente le parole di lode, esternamente atteggiata alla sua interna benevolenza, e si fa evidente la sua natura di essere venuto di cielo in terra per rappresentare in concreto la potenza divina.
Questa rappresentazione è, per chi la contempla, così carica di bellezza che per il canale degli occhi entra in cuori una dolcezza conoscibile solo per diretta esperienza.
E dalla sua fisionomia muove, oggettivata e fatta visibile, una soave ispirazione amorosa
che non fa se non suggerire all'anima di sospirare.
 

Della Divina Commedia invece, dovetti leggere alcuni canti e farne la prosa orale.

Dopo mezzo secolo, forse perchè non sono più dedito come allora al gioco attivo del pallone e/o attratto da altre attività giovanili, mi cimento per passatempo con gran lena su qualsiasi argomento, di preferenza storico o letterario.

Per trovare,  quei dieci versi in cui Dante parla della Val di Magra e dei Malaspina, ho dovuto risfogliare e rileggere, con sommo piacere, la Divina Commedia e scoprire in essa cose meravigliose. E’ un’opera di rara intensità che abbraccia tutto quello che poteva allora contenere  uno spirito umano, che ha sorpreso i suoi contemporanei per il vigore e la freschezza della lingua. 

Ed ecco finalmente quello che mi è rimasto impresso e quello che ho raccimolato quà e là su internet.

É stato questo d'Aprile, se pur freddo, un bel fine settimana.

6 Aprile 2003

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Inferno - canto 1º

 

1. 1     Nel mezzo del cammin di nostra vita 

1. 2     mi ritrovai per una selva oscura 

1. 3     ché la diritta via era smarrita. 

 

1. 4     Ahi quanto a dir qual era è cosa dura 

1. 5     esta selva selvaggia e aspra e forte 

1. 6     che nel pensier rinova la paura!

Sono fiero perchè ho riscoperto tante bellezze che avevo trascurato e che solo ora posso, perchè  ho il tempo,  riscoprire e declamare con calma nella quiete, con le mie "indiscusse" riflessioni personali che, anche se troveranno oppositori o critici, mi lasciano indifferente, io ne sono pago ugualmente.

Intanto sono tentato di pensare che la "selva oscura" in cui Dante si era smarrito, sia quella di Filetto di Villafranca in Lunigiana, detta ancor oggi "la selva di Filetto", sicuramente visitata da Dante durante il suo soggiorno di Mulazzo, che non mancò di visitare Villafranca che ne era feudo aggregato, con il suo castello "di Malnido".

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I ruderi di Malnido

Il borgo di Filetto, con la sua selva, dove furono ritrovate decine di statue-stele, fu un bosco sacro di divinità pagane; qui si venera, il venticinque agosto, S. Genesio, con la sua fiera e gran concorso di popolo e di mercanti.

Il Borgo di Filetto

Filetto, dista 1 Km. da Villafranca Lunigiana, è sicuramente il borgo più originale di tutta la Regione per la tipologia dell'impianto urbano di forma quadrilatera. 

Le sue origini sono da collegarsi alla presenza del "limes", o difesa confinaria bizantina, che nel VI/VII 

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Filetto

La selva

   secolo interessò gran parte del territorio lunigianese fino alla costa tirrenica. 

Nel borgo edificato è ancora evidentle il nucleo quadrangolare più antico con torri cilindriche angolari secondo la più classica tipologia del "castrum", tradotto accampamento militare, romano-bizantino. Questo primo nucleo nel medioevo fu gradualmente trasformato in residenza fortificata, ed in seguito, per successive aggiunte modulari di altri settori quadrilateri, venne a formare l'attuale complesso urbano.

Di grande interesse sono la piazza d'armi, le torri, le mura, le porte di accesso, gli eleganti portali e loggiati delle casi prospicienti la via centrale. La piazza della Chiesa è il centro, cuore degli ampliamenti cinque-seicenteschi, vi si affacciano il palazzo marchionale, unito alla chiesa e al borgo da due eleganti passaggi aerei, e il convento dei Fatebenefratelli, vasto complesso comprendente chiostro e ampio giardino racchiuso da mura. Nelle vicinanze del borgo la millenaria "Selva di Filetto",  dove sorge l'oratorio dedicato a San Genesio (XVI sec.).  Link

Da: www.lunigiana.com/villafranca/filetto.htm

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L'inizio del viaggio Dantesco

Lungo il corso del fiume Magra, nelle valli  orlate di manieri, vive ancora l'atmosfera fosca e misteriosa in cui regnarono i Malaspina, di cui Dante fu ospite negli anni dell'esilio. 

La fortezza di Sarzanello a Sarzana

Veduta aerea

Per queste antiche
strade si possono seguire le tracce del cammino creativo della Divina Commedia.

Vita di Dante

di Paolo Costa

Venne da Roma a Firenze a' tempi di Carlo Magno un giovane della famiglia de' Frangipani chiamato Eliseo, e quivi posta sua dimora ed ammogliatosi, diede origine alla stirpe che poscia dal suo progenitore fu detta degli Elisei.

Di questa nacque un uomo di grande ingegno e fortezza nominato Cacciaguida, che gloriosamente milito' sotto l'imperator Currado; e tolta in moglie una leggiadra fanciulla degli Aldighieri da Ferrara, n'ebbe due figliuoli, uno de' quali, secondo il desiderio della donna sua, chiamo' Aldighiero; il qual nome, coll'andar degli anni, in quello d'Alighiero si converti'. 

Per le molte virtu' del detto Alighiero i posteri chiamarono Alighieri gli Elisei, come i loro maggiori aveano chiamato Elisei i Frangipani.

Da costui direttamente venne, al tempo dell'imperator Federico II, quell'Alighiero che fu marito di madonna Bella e padre di Durante, il quale con fiorentino vezzo Dante si nomino'. Nacque nella citta' di Firenze questa gloria nostra l'anno 1265 nel mese di maggio, sotto il pontificato di Clemente IV, poco dopo la morte del detto imperatore. 

Si racconta che madonna Bella, essendo gravida, fosse da un maraviglioso sogno fatta accorta di che nobile figliuolo dovea esser madre. 

I libri dell'antichita' sono pieni di siffatte meraviglie, alle quali non da' facile credenza l'eta' presente. Venuto in luce il fanciullo, fu amorevolmente cresciuto da' suoi parenti e mostro' nella puerizia segni di mirabile ingegno; poi datosi ansiosamente allo studio delle prime lettere, trovo' diletto in quegli esercizi ne' quali i fanciulli sogliono trovare noia e fastidio.

http://www.kaleidon.it/fara/html/assaggio/ass_dante.html  

© copyright fara editore

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DANTE  ALIGHIERI  (1265-1321) 

di Enrico Galavotti -  www.galarico@inwind.it 

Dante nasce a Firenze nel mese di maggio dell'anno 1265. Il padre, Alighiero degli Aldighieri (n.a.), che svolgeva una piccola attività di cambiatore e prestatore di denari, vantava ascendenti nobili. Lo stesso Dante degli Aldighieri, nel Paradiso, fa risalire le sue origini a Cacciaguerra, un trisavolo vissuto nel XII secolo, che morì combattendo i musulmani durante la seconda crociata. La famiglia quindi era della piccola nobiltà (le rendite erano derivate anche dal possesso di alcuni terreni e case). Questo permise a Dante di non svolgere alcuna attività lavorativa e di dedicarsi liberamente agli studi e ai divertimenti propri delle persone del suo ceto.

La sua prima formazione intellettuale consiste in studi di grammatica e logica. Studiò retorica con Brunetto Latini e ancora giovanissimo si dedicò alla poesia divenendo amico di Guido Cavalcanti e Lapo Gianni. Le sue Rime furono soprattutto dedicate ad esaltare -secondo la maniera del Dolce Stilnovo- una donna: Beatrice (forse Bice di Folco Portinari), morta nel 1290. Dedicata completamente a lei è anche la Vita Nuova (1293), dopodiché Dante s'orienta verso gli studi filosofici e teologici.

Nel 1295 si iscrive all'Arte dei medici e degli speziali: condizione necessaria, questa, per accedere alle cariche pubbliche, voluta dagli imprenditori e dalla borghesia bancaria e mercantile delle Arti maggiori "popolo grasso" che si erano coalizzati col ceto più modesto dei lavoranti e degli artigiani "popolo minuto" per escludere dal potere i nobili "magnati", cioè i grandi proprietari terrieri, che rappresentavano l'antica classe dirigente, non iscritta ad alcuna Arte o Corporazione.

Dante, sul piano politico, si schiera con i Guelfi (filo-papalini) di parte "bianca", che, capeggiati dalla famiglia dei Cerchi, rivendicavano una certa autonomia dalla politica papale di Bonifacio VIII, che voleva limitare alquanto la grande indipendenza di quasi tutte le città toscane. Acceso partigiano dei Bianchi era Guido Cavalcanti. I Bianchi, cioè i settori più democratici del popolo "grasso" e "minuto", erano in contrasto con i guelfi di parte "nera", capeggiati dai Donati: essi rappresentavano i magnati uniti con la borghesia più benestante. Come tali, essi erano ostili all'espansione dei ceti popolari e, siccome erano politicamente più deboli, rispetto ai Bianchi, cercavano l'appoggio del papato.

Dopo aver fatto parte del Consiglio dei Cento, che aveva funzioni amministrative, Dante viene eletto priore nel 1300. I Priori erano i rappresentanti politici delle Arti più antiche e costituivano una delle magistrature più importanti del Comune di Firenze. Mentre Dante era in carica, la situazione politica di Firenze era caratterizzata da scontri durissimi, anche armati, tra le due fazioni, tanto che, ad un certo punto, i Priori decisero di esiliarne i capi e gli elementi più intolleranti. Dante dovrà acconsentire, con amarezza, al bando dell'amico Cavalcanti.

Intrighi e discordie però continuarono. Bonifacio VIII voleva a tutti i costi che i Neri trionfassero a Firenze. L'occasione si presenta proprio mentre Dante era in missione diplomatica presso la curia pontificia. A Firenze, sotto l'apparenza di paciere, fa il suo ingresso Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello, re di Francia. Le sue reali intenzioni erano quelle di eseguire i disegni del papa e, infatti, dopo aver preso possesso della città con un colpo di stato, impone il governo dei Neri ed esilia tutti i leader dei Bianchi.

Dante apprende a Siena, sulla via del ritorno, che il podestà di Firenze aveva emesso contro di lui una sentenza che prevedeva due anni di confino, l'esclusione a vita dagli uffici pubblici e una pena pecuniaria sotto l'accusa (falsa) di peculato (sottrazione illecita di denaro pubblico). Dante non accettò la condanna, non si presentò a pagare né volle giustificarsi. E così con una seconda sentenza lo si condanna al rogo nel caso in cui entri nel territorio di Firenze. In un primo tempo Dante si unisce, per tentare di rovesciare il governo dei Neri, ad altri esiliati Bianchi e ad alcuni superstiti ghibellini, ma, sconfitto sul piano militare, decide poi di separarsi dai suoi alleati, affrontando definitivamente l'esperienza dell'esilio.

In questa seconda parte della sua vita egli scriverà le sue opere più significative: De vulgari eloquentia, Convivio, De Monarchia, Commedia. Fra il 1304 e il 1308 è ospite presso varie corti d'Italia:I Malaspina di Mulazzo, gli Scaligeri di Verona, i Da Romano di Treviso, i Gonzaga a Padova..., svolgendo incarichi di vario genere.

Nel 1310 spera che con la discesa in Italia di Arrigo VII di Lussemburgo, imperatore del Sacro romano impero, il papato possa subire una sconfitta, ma l'improvvisa morte dell'imperatore nel 1313 vanifica ogni progetto. 

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Nel 1315 il governo di Firenze offre a Dante un'amnistia a condizione che si dichiari colpevole: al suo netto rifiuto, Firenze risponde rinnovando, a lui e ai suoi figli, la condanna a morte. Morirà a Ravenna nel 1321 all'età di 56 anni. 

  http://www.homolaicus.com/letteratura/dante.htm

http://www.lunigiana.net/mulazzo/malaspina/malaspina08.htm

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Tomba di Dante 

maggio 1265 - 13 settembre 1321

A Ravenna, nei pressi della Basilica di San Francesco sorge la Tomba di Dante che morì esule il 13 settembre 1321. E' una piccola costruzione in stile neoclassico costruita da Camillo Morigia nel 1780 per accogliervi i resti del Sommo Poeta. 

Dalla volta del tempietto pende una lampada votiva alimentata dall'olio dei colli toscani, offerto ogni anno dalla città di Firenze in occasione dell'anniversario della morte del poeta. L'area circostante la tomba di Dante è detta "zona dantesca" ed è area di silenzio.

Le spoglie di Dante

Neppure dopo la morte Dante Alighieri potè trovare quella pace che la sua esistenza di esule gli negò, se si eccettuano gli ultimi cinque anni trascosi con i suoi figli alla corte di Guido Novello Da Polenta, signore di Ravenna. Proprio qui a Ravenna, nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321, Dante morì, e il suo corpo fu posto in un rozzo sarcofago di marmo accanto alla basilica di San Francesco, la stessa dove furono

celebrate le esequie. E subito cominciarono le vicissitudini delle sue spoglie mortali, colpa dei fiorentini che insistevano a rivendicarle. Un rischio che parve diventare certezza quando salirono al soglio pontificio due Medici, i fiorentini Leone X e Clemente VII.  Il primo, infatti, a seguito di una supplica caldeggiata anche da Michelangelo concesse ai suoi concittadini il permesso di prelevare le ossa del poeta per portarle a Firenze, ma quando questi, una volta a Ravenna,  scoperchiarono l'ara,  la trovarono vuota. Le ossa erano state trafugate dai frati della vicina chiesa: attraverso un buco nel muro forarono il sarcofago e le "misero in salvo".

E le difesero con accanimento: basti dire che quando nel 1692 fu fatta la manutenzione della tomba, gli operai lavoravano sorvegliati dai soldati. Le spoglie rimasero lì fino al 1810, poi i frati, per effetto delle leggi napoleoniche che comandavano la soppressione degli ordini religiosi, dovettero lasciare il convento. Allora le ossa, le seppellirono, custodite nella cassetta dove padre Antonio Sarti le aveva racchiuse nel 1677,  in una porta murata dell'attiguo oratorio del quadrarco di Braccioforte:  solo nel 1865 le spoglie vennero ritrovate durante i restauri all' edificio, e nel sesto centenario della nascita di Dante (maggio 1865), vennero definitivamente tumulate nel tempietto costruito da Camillo Morigia,  dove riposano tuttora, salvo una breve parentesi (marzo 1944-dicembre 1945) in cui furono tolte di nuovo e tumulate in giardino per preservarle dalla guerra.

  http://www.turismo.ravenna.it/monumenti/802.htm

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Purgatorio - Canto VIIIº

a cura di Luigi De Bellis         

Mentre scende il crepuscolo una delle anime della "valletta fiorita" intona l'inno « Te lucis ante terminum », subito seguita da tutte le altre, che volgono i loro occhi verso il cielo. 

Dante, seguendo la direzione di quello sguardo, scorge due angeli splendenti che si dirigono verso l'orlo della valle, ciascuno con una spada fiammeggiante e priva della punta. Sordello, dopo avere spiegato ai due pellegrini che essi provengono dal cielo per difendere quel gruppo di penitenti dall'assalto del demonio che fra poco li tenterà, invita Dante e Virgilio a scendere in mezzo ai principi. Un'anima osserva fissamente il Poeta: è il pisano Nino Visconti, al quale egli fu legato da affettuosa amicizia. A lui Dante rivela di essere ancora vivo, suscitando l'attonito 

stupore di tutte le anime, mentre Nino invita uno dei principi ad avvicinarsi ai due pellegrini, per osservare da vicino quel prodigio; poi, rivolto all'amico, lo prega di ricordarlo alla figlia Giovanna, dal momento che troppo presto la moglie si è dimenticata di lui, passando a seconde nozze. Ad un certo momento Sordello indica a Virgilio il serpente tentatore che avanza nella valle, ma i due angeli, calando come sparvieri, lo mettono in fuga. Parla poi l'ombra che Nino aveva chiamato accanto a sé. 

È Corrado Malaspina, signore della Lunigiana, che chiede notizie della sua famiglia, offrendo a Dante l'occasione di esaltarne la liberalità e la prodezza. 

Il canto si chiude con la solenne profezia dell'esilio del Poeta fatta dal Malaspina.

http://members.xoom.virgilio.it/letteratura/canti/ottavop.htm

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I Malaspina di Lunigiana e Dante

Il capostipite dei Malaspina, Corrado (Iº) l'Antico, divise i possessi feudali col cugino Obizzino e lasciò cinque figli; di uno di questi era figlio quel Corrado che Dante incontra nel  Purgatorio.

CORRADO MALASPINA - Purgatorio, VIII, 65, e 109. Antipurgatorio, balzo 2 - negligenti, valletta dei Principi ...

Il secondogenito, Moroello, divise il casato nelle quattro branche dei Mulazzo, Giovagallo, Villafranca Lunigiana e Val di Trebbia. 

MOROELLO III - Capitano di parte Nera, marchese di Giovagallo, nominato da Dante e chiamato vapor di Val di Magra, il quale nel 1302 inflisse ai Bianchi la nota sconfitta di Campo Piceno, cui allude nei versi dell' Inferno, XXIV,145.

Questo Moroello fu figlio di Manfredi I, quindi cugino di Corrado II e nipote di Corrado I, ricordati nel canto VIII del Purgatorio, vedi sopra, sposò Alagia del Fiesco, nel Purgatorio, XIX, 142.

ALAGIA Fieschi era figlia del grande Niccolò dei Fieschi di Torriglia, uomo di una ricchezza colossale, fratello di papa Adriano V, al secolo Ottobono Fieschi. 

I commentatori antichi la dicono, concordemente, donna buona e virtuosa e Dante stesso ebbe modo di conoscerla, sposa in casa Malaspina, durante una tappa del suo esilio in Lunigiana.

Moroello mancò circa il 1315, lasciando di sè e di Alagia del Fiesco, due figli maschi, il marchese Manfredi II e Luchino: più una figlia chiamata Fresca. 

 C U R I O S I T À   V A R I E

Una ricerca

Nel sito del nostro conterraneo Jean Pellegri residente in Francia: http://persos.estat.com , ho trovato un'interessante riferimento che trascrivo:

La Lunigiana dans la Divine Comédie

Les références à des lieux et des personnages de Lunigiana sont nombreux dans la Divine Comédie de Dante. Dante connaissait la Lunigiana aussi bien dans ses aspects physiques que dans ses aspects historiques: divers lieux (la Pania, Lerici, Luni, la vallée de la Magra, Carrare) et divers personnages (le devin Aruns, la famille Malaspina, Alagia Fieschi).

En effet Dante séjourna en Lunigiana durant l'année 1306 chez les marquis Malaspina qui le traitèrent avec amitié et où il retrouva son ami Cino da Pistoia, poète lui aussi qui lui-même revenait d'exil. En Lunigiana, Dante joua même un rôle politique, le rôle de médiateur dans un conflit territorial qui opposait la famille Malaspina (Franceschino de Mulazzo, Moroello de Giovagallo et Corradino de Villafranca) à Antonio di Camilla, évêque de Luni. Ce conflit se conclut par le traité de Castelnuovo-Magra du 6 octobre 1306. Dante vit aussi ce même Moroello de Giovagallo, vapor di val di Magra, alors chef des armées guelfes "noires" de Lucques et Florence, combattre et défaire l'armée guelfe "blanche" de Pistoia (Rappelons que Dante était lui-même guelfe "blanc", proche des gibelins).

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C'est en Lunigiana, "dans les châteaux entourés de paysages aux nombreuses collines, aux forêts touffues, et dans la chaleur de l'amitié des Malaspina, que Dante commence à préparer, à nourrir L'Enfer". 

(Jacqueline Risset: Dante Une vie)

Il faut dire un mot de la famille Malaspina, famille aristocratique féodale "obertenga", c'est à dire descendant d'un certain Oberto I, comte de Luni, qui vécut au 10ème siècle, lui-même descendant vraisemblablement de Lombards venus au 6ème siècle. De façon plus précise, les familles Este, Malaspina, Massa et Pallavicino ont pour ancêtre ce même Oberto.

Voici quelques chants de la Divine Comédie dans lesquels il est question de la Lunigiana:

Enfer XX 46-51 , Enfer XXIV 145-151

Purgatoire III 49-51 , Purgatoire VIII 109-120 , Purgatoire XIX 142-145

Paradis IX 88-90 , Paradis XVI 73-78

http://perso.orange.fr/jean.pellegriformentini/Dante.htm                  

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CONGRESSO INTERNAZIONALE “DANTE E LA LUNIGIANA” 

Centro Lunigianese di Studi Danteschi, 

MONASTERO DEL CORVO – AMEGLIA (SP), 

30 settembre – 1 ottobre 2006

Comitato Ufficiale per l’organizzazione delle Celebrazioni del VII Centenario del soggiorno di Dante in Lunigiana, 1306 - 2006. <<Lunigiana Dantesca 2006>>

Alighieri Dante

Titles in Poetry category: 

Divine Comedy The

The greatest Italian poet and one of the most important writers of European literature. Dante is best known for the epic poem Commedia, c. 1310-14, later named La Divinia Commedia. It has profoundly affected not only the religious imagination but all subsequent allegorical creation of imaginary worlds in literature.

Dante was born into a Florentine family of noble ancestry. Little is known about Dante's childhood exept what he himself have revealed. Dante's mother died when he was a child and his father died before the future poet reached manhood. He was thoroughly educated in both classical and Christian literature. At the age of 12 he was promised to his future wife, although he had already fallen in love with another girl whom he called Beatrice.

Suite: http://classicreader.com/author.php/aut.56/

Galleria fotografica dantesca

Baccio Baldini Virgilio, al centro, mostra a Dante Beatrice in cielo, Divina Commedia, Inferno,   Canto II, incisione  

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