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RUGgGIO |
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Una pubblicazione |
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RECENZIONE
L’autore RUGgGIO, pseudonimo di Ruggeri Giovanni, é
originario della Lunigiana e precisamente di Bagnone (Massa-Carrara).
Per molti anni, residente a Montréal (Qc), trascorre ora la sua
vita di pensionato sei mesi in Italia e sei in Canada.
Scrittore
di talento, attraverso vari scritti, ama ripercorrere la storia
della sua vita, e con questo spunto si ricorda di essere stato
bambino, alle prese con la scuola e con la guerra.
Frequenti nei suoi racconti sono le puntate avanti e indietro
nel tempo ad illustrare premesse o lamentare conseguenze di anni
cruciali, rifioriti di ricordi e di aneddoti che da nonno a nipote,
il padre gli muore che lui era bambino, si sono tramandati.
Partigiani e fascisti, bombardamenti e pubbliche esecuzioni si
mescolano nella memoria allo squisito sapore delle frittelle di
castagne e alle gustose scenette di vita paesana, nostalgica
testimonianza di una cultura dimenticata.
Il suo narrare, ora tenero, ora drammatico, ricco di fascino e di
contrasti, come le epoche tumultuose cui fa riferimento; un diario
sincero e spassionato, che non teme di dire verità scomode o
spiacevoli per la coscienza dei più, e insieme una dichiarazione
d’amore per la patria lontana e per la sua terra natia.
L’Editore
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Alcune
opere dello stesso autore :
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CINQUANT’ANNI FA C’ERO ANCH’IO
Collana
« PARLA UN UOMO » - EDITRICE NUOVI AUTORI, MILANO
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IL MIO PAESE
- Tipografia
Reprotech – Montréal-
Canada
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RACCONTI -
-
Tipografia Reprottech – Montréal - Canada
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|
FINE DELLE ACQUE PROFONDE
Edizioni
2000 – Montréal
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www.bagnonemia.it
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1
- IL RIENTRO
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É
doveroso esordire su queste pagine, iniziando col ringraziare
l'Editore,
per avermi accettato
tra i collaboratori del giornale e per aver concesso uno spazio alle
mie chiacchiere. Cercherò di allietare il lettore, restando il più
possibile semplice e diretto. Tratterò fatti e fatterelli della
vita, cose gaie, gradevoli, che lo faranno certamente sognare,
ricordando tempi e gioie lontane.
Vivo
a cavallo tra il Canada e l’Italia e trascorro
un lungo periodo a Saint Leonard e uno altrettanto lungo al
«paesello» : come si suol dire « un pò di qua e
un pò di là ». Sono i pochi vantaggi che la vita del pensionato, salute
volendo, ci permette di fare, a gratificazione di
una vita dedita al lavoro.
Da
maggio a novembre il tempo vola. La bella stagione mi ha permesso di
gioire e godere di tutto quello che la Lunigiana, la mia regione d'origine,
possiede. Dal
verde cobalto dell'Appennino,
con faggeti, cerreti e castagneti al giallo ocra della valle del
Magra, con i campi, i vigneti, gli uliveti, ed i frutteti. Regione
verde, nessuna industria.
Là, lo
spirito ritorna e si
sprigiona in me una forza che mi incoraggia ad arrampicarmi per
antiche vie acciottolate, un tempo calpestate dai muli, oggi
da escursionisti italiani
ed esteri, alla scoperta della natura,
della montagna e di ciò che si cela tra gole e valloni.
A sera, un pò stanco ma felice della gionata trascorsa nella
natura nostrana, mi siedo al desco e mi nutro dei frutti della
nostra terra, assaporando un calice di vino genuino delle nostre
vigne, che alcuni indefessi e tenaci anziani agricoltori, riescono
ancora a mantenere in vita, nonostante l'esodo dei giovani dalla
valle, alle zone industriali.
Dovete sapere
che tutto é bello quando si é in vacanza; quando arrivi ed
incontri anziani amici, coetanei, con i quali hai frequentato le
scuole elementari…. Al
saluto si aggiungono presto i pettegolezzi sulle ultime cose
accadute durante la mia assenza, sulle cattive notizie riguardanti
la morte di un compaesano o più allegre circa la nascita di un raro
bambino. Così piano
piano raggiungo la piazza dove tutti si danno appuntamento e non si
va a cena se prima non si é giocata una partita a tressette o a
scopone.
Questo é vivere.
Ci si realizza, si ritrova la nostra vitalità di un tempo; mentre
qui, sei mesi d’inverno sono lunghi da passare. Io con la radio
accesa alle mie spalle, di fronte al computer, trascorro le ore
della giornata nel sottosuolo della casa dove mi sono creato un
piccolo reame, nel quale non entra nessuno. L’unica eccezione é
per la mia gattina, che ogni tanto viene a far le fusa, perché
l’ho avvezza a carezze.
Cosi!
Tra una chiacchiera e l’altra ho esordito, sperando di poter
divertire il lettore, trasportandolo, per cinque minuti, in un mondo
diverso, quello dei sogni e dei ricordi.
Se
qualcuno desidera comunicare con me, può scrivermi indirizzando al
Cittadino Canadese, mi farà piacere dialogare con Lui e trattare
gli argomenti folkloristici che mi verranno sottoposti. Narrerò
con piacere delle tradizioni, canti, leggende, cerimonie,
proverbi, giochi e costumi dei nostri luoghi,
solitamente anonimi e tramandati solo a parole.
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2
- MARE
NOSTRUM |
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La
prima settimana é già trascorsa ed eccomi a voi con le mie
« chiacchiere », e come vi ho detto la volta scorsa, ho già ripreso il mio
« tran-tran » di vita, dopo
un lungo periodo estivo trascorso in Italia.
Il tempo della vinificazione é
trascorso, restano però da compiere lavori attorno alla casa, come
raccogliere le ultime foglie ed istakllare le protezioni di plastica
per le auto. L’inverno é alle porte e la neve, che ha giá fatto
la prima anche se languida apparizione un paio di settimane fa, puó
sempre venir giú da un giorno all’altro, poi ci ritroveremo tutti
nel « lungo letargo » canadese. In casa, intanto, si
comincia a parlare di salsicce, olive verdi, agnello, cose che le
donne previdenti iniziano ad approvigionare per le prossime Feste di
Natale… Noi abbiamo tante consuetudini, ed ogni regione le sue,
che cerchiamo qui di conservare, retaggio dei tempi passati,
tramandato di generazione in generazione.
Ma
purtroppo queste abitudini stanno scomparendo. Me ne sono accorto
recentemente in Italia, quando ho sentito dire che ben presto non si
troveranno piú certi prodotti locali. Ad esempio il famoso lardo
di Colonnata, rinomatissimo per la sua fragranza e sapore, non
potrá più essere
commercializzato. Le recenti leggi europee impongono ai fabbricanti
di prodotti alimentari un severo controllo, esteso oltre che ai
locali, anche agli attrezzi d’uso nella lavorazione. Il lardo di
Colonnata, infatti, viene prodotto e conservato in salamoia,
contenuto in conche ricavate da blocchi di marmo bianco e rese
ermetiche da un coperchio sempre di marmo : fragranza e
aromatizzazione del prodotto sono una conseguenza della sua
conservazione in tali condizioni. La legge europea non accetta il
marmo come materiale igienicamente idoneo. Eppure sono secoli che
questo lardo viene così prodotto e commercializzato! Ora, d’un
tratto, viene messo al bando, e c’é da giurarci che le diatribe
continueranno. A mio avviso, anche per il vino potrebbe presentarsi
la stessa problematica : il legno delle botti potrebbe essere
comparato al marmo, non vi pare?
Sono
venuto a sapere che anche in Québec un agricoltore, che produce un
ottimo formaggio artigianale, ha protestato contro una disposizione
che obbliga la bollitura o pastorizzazione del latte prima della
caseificazione. Il buon produttore contesta quest’obbligo
affermando che il suo formaggio non sará più lo stesso se non
caseificato con latte crudo. Come la mettiamo?
Ho
citato questi casi per dirvi che le tradizioni si perdono e che
tutto ciò che un tempo la nonna faceva, oggi non lo si trova più,
salvo alcuni casi dove la buona volontà delle nostre spose (che
agiscono a memoria) continua a farci gustare manicaretti di una
cucina sempre più in via di estinzione.
Ma
delle olive verdi non vi ho ancora raccontato. Entra in casa mia
moglie, carica come un somaro, perché é lei che si occupa della
spesa settimanale. Tra i vari sacchetti di plastica spunta una
cassetta di olive verdi, e mentre le estrae, borbotta frasi come :
« Vedrai come saranno
buone… », e ancora : « Dopo
la salamoia ed il condimento con olio e origano, sentirai… ».
Trafficava in cucina quando la sentii borbottare : « Ho
dimenticato il Sale Nostrum! ».
« Cos’é questa
storia? Anche in Canada fanno il sale per condire le verdure, perché
non usi quello? » gli risposi. Ma lei mi arguì dicendo :
« Non sia mai detto. Ci
vuole il sale del mar Ionio, il nostro sale ».
Come
possiamo continuare così? E se l’Europa fa chiudere anche le
saline a cielo aperto, perché i gabbiani vi scorazzano sopra, come
faremo in futuro a mettere in salamoia quelle fragranti e deliziose
olive verdi?
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3
- FRANCHIGIA E BOGUE
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Il
viaggio aereo di rientro dalle vacanze estive, é stato uno dei
migliori
che ho fatto. L’agenzia
della quale mi servo ormai da anni, ci ha fatto riservare per il
ritorno, a nostra sorpresa, due posti in classe business.
Ampie poltrone, servizio di bar a base di champagne, menu a scelta, e tanta cortesia da parte delle hostess; che si sono preoccupate anche dei cappotti che sono stati
sistemati in appositi armadi. Che
ne dite? É un bel viaggiare, specialmente per il confort che danno le poltrone tipo lazyboys, sulle quali ci si può veramente distendere e sonnecchiare.
All’arrivo,
quando si sorvola il Québec, gli agenti di bordo, distribuiscono
dei moduli per la dichiarazione da presentare alla dogana canadese.
Mi sono accorto che questi stampati sono cambiati, non sono più
quelli che usavo ormai da oltre trent’anni.
Questi nuovi possono
essere impiegati per la dichiarazione individualmente o per più persone contemporaneamente, ed anche per l’intera
famiglia che viaggia. Al momento della compilazione dello stampato,
quando si deve dichiarare il valore dei prodotti che si portano in
Canada, sono rimasto confuso, non ricordavo più qual’era
il valore della franchigia pro capite; nei vecchi formulari era
menzionata, in questi nuovi no. Mi sono tenuto nel basso, e alla
dogana non ho avuto problemi. Oggi però ho letto che la franchigia,
per i viaggiatori che hanno soggiornato più di sette giorni all’estero,
é stata aumentata a 750 $ pro capite, e che si può portare un
litro e mezzo di alcool invece di una pinta americana (litri 1,14),
come era prima. Per i viaggiatori é un bene, l’importante
é ricordaselo, perché non é specificato sui moduli di sbarco.
Complimenti alla dogana canadese che
progredisce, si adegua ai tempi e considera il rincaro ed il
crescente costo della vita.
Un’altro
argomento che sento scottante e che rimbalza su tutti i giornali é
quello dell’arrivo
del nuovo secolo. Il 2000, portatore di sventure e di misfatti
specialmente se guardato dal lato elettronico. Ma quali sventure e
misfatti può arrecare il nuovo centenario, paragonati a quelli che
l’umanita
tutta intera ha subito nel corrente secolo?
Circa il bug
o bogue che tanto si scrive, sono certo che non accadrà nulla di
irreparabile. Tutti
sono stati vigilanti ed in questi ultimi mesi hanno regolato,
provato e riprovato tutti gli apparecchi elettronici, computers
compresi. Gli istituti
di credito, in particolare, si sono preparati e non succederà
niente di straordinario.
É inutile farsi prendere dal panico, ritirare i propri
risparmi dalle banche, o passare notti insonni; non succederà
assolutamente niente.
Come la penso io?
Il passaggio dal 1999 al 2000 avverrà come un qualsiasi
tramonto ed una qualsiasi alba di un qualsiasi giornopassato. Il
sole con i suoi miglioni di anni di vita non si accorgerà
assolutamente di compiere un secolo in più. Così si dica di tutta
la natura, delle piante secolari e non, degli animali, e per
comparazione degli uomini. Abbiate
fiducia, ci ritroveremo il primo gennaio ed il sei, quello della
Befana, come stiamo trascorrendo il giorno d’oggi.
La sola differenza tra questa sera e la notte di San Silvestro é il
sacrificio di dover bere una bottiglia o due di spumante in
compagnia dei nostri cari, tutti
consci di avere un anno in più, tutto quì. Se tutti i mali fossero
solo questi…
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4
- IL
NATALE
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Il
Natale é la più grande festa della Cristianità, con la quale si
commemora
la nascita di Gesù Cristo. Sicuramente la data e la liturgia sono
di origine romana e viene celebrata il 25 dicembre, lo stesso giorno
in cui i cultori di Mitra,
dio solare, celebravano il natale
del Sole.
Sono tantissime
le date liturgiche che si festeggiano in concomitanza ad altre
festività di altre religioni. I romani, per diffondere la loro
politica e religione, facevano sovente combinare feste e
celebrazioni cristiane ad altre. Esempio é la conosciuta Halloween,
di origine celtica, che celebrava la fine della stagione e
l’arrivo dell’inverno :
si credeva che Tuetatés
dio dell’al di là, liberasse le anime dei defunti dell’anno,
per permettergli di ritornare un’ultima volta nelle loro famiglie.
Fu così che il rituale romano che onorava ai primi di
novembre Pomona, la dea dei frutti, venne rapidamente gemellato al celtico
rito del Samhuin perché
anch’esso celebrava l’abbondanza dei raccolti.
Il
Papa Gregorio I,
nel 601, promulgò un celebre editto secondo il quale era meglio
cercare di non spodestare i costumi e le credenze pagane, ma di ben
servirsene gemellandole ai riti cristiani. Così coincidono le date
del calendario liturgico cristiano, il Natale,
Ognissanti e il giorno dei Defunti ed altre, con le stesse date dei riti pagani.
Molte
delle cerimonie, delle usanze paesane e delle leggende
folkloristiche del Natale, hanno origini antichissime. Le
rappresentazioni popolari
ed artistiche della scena del Natale variano nei diversi
secoli e luoghi. É sempre stato caratteristico, nei paesi cattolici,
l'uso della raffigurazione popolare del Presépio, sostituita nei paesi germanici ed anglosassoni, già da
alcuni secoli, con l'albero di Natale.
Presépio o Presepe significa stalla, ed anche la greppia o
mangiatoia che sono nella stalla. Nel gergo comune, il termine é
usato quasi esclusivamebnte a designare la stalla di Betlemme, dove
nacque Gesù, e nella raffigurazione dell'ambiente rappresentativo
che costituirono la nota più gentile ed umana del rito cattolico.
Disse San Luca
(II, 6) che Maria dovette coricarsi nel presépio di una stalla, non
essendoci più alcun posto nell'albergo;
ed ivi, sulla paglia, si sgravò del bimbo divino. Da ciò l'uso
antico e tradizionale di esporre all'adorazione dei fedeli,
piccoli o grandi presépi,dalla vigilia di Natale all'Epifania.
La rappresentazione plastica della Natività di Gesù si fa risalire
a San Francesco d'Assisi,
che volle, col suo rinomato presépio di Greccio, rendere più
visive e suggestive le funzioni della Notte
Santa. Dalle chiese, il presépio entrò nelle case, e raggiunse
il massimo nel millesettecento, quando dalla primitiva ingenuità
passò alla popolare fastosità. Le statuine di legno vennero
sostituite da quelle di cera e poi di terracotta. Una grande
produzione artigianale la si ritrova a Napoli, in Sicilia ed in
Liguria. La Nataività, l'adorazione dei Magi, i pastori, sono stati
soggetto di rappresentazione di tantissimi pittori sacri tra cui
Giotto, il Beato Angelico, il Ghirlandaio, Botticelli, Raffaello,
Leonardo e tantissimi altri.
Queste note informative, che cercano di ampliare il bagaglio
culturale dei lettori, non possono terminare così, arride, se non
agiungo il mio personale incoraggiamento a continuare a mantenere
vive le tradizioni natalizie, come le conoscete Voi, tramandate dai
Vostri Padri, con i costumi consueti, seguendo le liturgie cristiane.
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5
- SAN
SILVESTRO |
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In
gioventù, la sera di San Silvestro la trascorrevamo tra amici in
una sala da ballo. La notte di fine anno ed il periodo di carnevale
erano le poche occasioni, che ci permettevano di avvicinare una
spasimante, oppure di approffittare dell’occasione per fare
conoscenza con nuove ragazze. Durante l'anno invece, il controllo
dei genitori sulle figlie era estenuante, severo, impossibile. Ci si
doveva accontentare di incontri casuali o di qualche parola che ci
si scambiava tra gruppi di amici ed amiche passeggiando lungo la via
principale del paese, tenendoci separati gli uni dalle altre.
Affiancarsi, poteva diventare un motivo di pettegolezzo, cosa
potranno pensare di noi?… Mentre
durante il veglione di fine anno, tutto era tollerato e noi
giovanottini, consci della permissione, potevamo quella sera, solo
quella sera, ballare con la nostra preferita, stringerla tra le
braccia e con la complicità del ballo lento, sfiorarle la guancia,
e parlarle d'amore. Il giorno dopo poi ricominciava la solita vita,
non c'era più nessuna tolleranza, a meno che uno si decideva a
salire le scale di casa della ragazza e chiedere ai genitori il
permesso di corteggiare la figlia. A questo punto la cosa diventava
seria, ed il retrocedere poi sarebbe stato impossibile. Bisognava
pensarci bene, perché dopo c'era solo il matrimonio. Vorrei che
queste righe le leggessero anche i giovani, ai quali oggi tutto é
permesso e concesso. Non ho rimpianti, non mi si fraintenda. É
stata bella anche la nostra giovinezza, avevamo diciott'anni e tutto
era gaio e gioioso. La società dell’epoca, ci faceva vivere una
vita diversa, impostata su valori atavici, dovuti anche alla miseria
del tempo, alla vita sedentaria con le sue limitatezze. Sappiamo
benissimo cosa é successo in questi ultimi cinquant'anni. Il
progresso economico ed industriale ci ha travolti e ci obbliga a
seguire uno stressante modo di vivere che é l'opposto di quello che
abbiamo vissuto noi. A mio avviso, é un pò troppo quello che
accade oggi, io non riesco ad accettare tutto. Sopporto mio malgrado
ed auguro ai giovani che, la vita
che stanno vivendo oggi non sia un rimpianto domani.
Voglio
tornare a Silvestro, che fu papa e pontificò dal 999 al 1003. Per
puro caso si chiama come il Santo che si commemora il 31 dicembre.
Il Papa Silvestro II, di
origine francese, Gerberto di
Aurillac, ha
portato l'umanità nel primo millennio. Ha dovuto lottare contro le
credenze che, per cattiva interpretazione di alcuni passi delle
sacre scritture, prevedevano l'anno mille come portatore della fine
del mondo.
Io scrivo queste righe prima della fine dell'anno,
non vorrei essere uccello del cattivo augurio, ma sono più che
certo che il duemila arriverà, come é arrivato il mille,
tranquillamente come un giorno qualsiasi.
Non c'é
nessun rapporto tra il papa Silvestro II ed il Santo che si
commemora il 31 dicembre, é stata una pura coincidenza questa, un'omonomia
che é comparsa per puro caso nel trattare l'argomento del millennio.
Rimane nelle nostre tradizioni il nome del Santo che lo ritroviamo
quando si parla del cenone di
San Silvestro, veglione di
San Silvestro, notte di
San Silvestro, sempre in occasione della fine di ogni anno, tra
spari, fuochi d'artificio e tappi che rimbalzano. É pura
supestizione, ma si crede che il tappo se cade addosso ad una
ragazza nubile, sia portatore di fortuna, così si dice, la giovane
troverà sicuramente marito nel corso dell'anno nuovo ciò
dovrà succedere a qualcuna, tanti auguri, e se sarà Lei la
fortunata, si ricordi di invitarmi al suo matrimonio, non mancherò.
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6
- LA BEFANA
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Il
sei gennaio, giorno detto dell’Epifania,
é una festa solenne della Chiesa cattolica. In essa, si commemorano
le manifestazioni della
divinità del Messia, l’adorazione
dei Magi, venuti dal lontano Oriente. Nell’uso tradizionale
l’Epifania é detta anche Pasquetta
e dalla « corruzione » del vocabolo Epifania é derivato
quello di Befana.
La Befana si é poi via via umanizzata e la tradizione ce la
tramanda sotto le vesti di una vecchia donna di buon cuore, che
durante la notte dell’Epifania, s’immagina porti doni ai
bambini, scendendo per la cappa del camino.
A Firenze, si
usava costruire un fantoccio di paglia in abiti da vecchia che il
giorno dell’Epifania, veniva portato in giro per le vie della città,
ed a sera lo si bruciava per divertimento.
Ricordo un’antica cantilena, mi veniva canticchiata dalla
nonna nel periodo invernale : « La
Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, se ne mette
un’altro paio la Befana il sei gennaio ».
Eravamo bambini ed attendevamo impazienti l’arrivo della
Befana. Era quella la giornata nella quale si riceveva il premio sul
comportamento individuale, mantenuto durante tutto l’anno. Se
eravamo stati buoni, la Befana scendendo per la cappa del camino,
ci portava un giocattolo, se cattivi solo cenere, carbone e
un bel bastone. Nella calza appesa alla cappa del camino, io ho
sempre trovato tutto; un giocattolo, dei dolciumi e l’immancabile
pezzo… di carbone. Era la pagella del quarto trimestre, rilasciata
dalla famiglia, voleva tutto dire…
Tradizioni che
se ne vanno, modificate e trasformate dal consumismo, dal più
attraente e ricco Babbo Natale, che capita in un periodo
d’acquisti intenso come quello pre natalizio.
Comunque é
bene che sia così! Tanto la Befana é una vecchia tradizione, non
potrebbe più raggiungere i bambini passando, come un tempo per i
camini delle vecchie cucine; oggi non se ne costruiscono più.
I
camini ancora esistenti sono dichiarati inquinanti e verranno ben
presto rottamati come le auto. Che mondo!
Pensate che non avremo più il piacere di gustare una buona
pizza cotta al forno riscaldato col fuoco di legna perché, é
notizia recente, secondo le rigide regole igieniche europee, i forni
a legna usati per la panificazione e per le pizze, non sono ritenuti
igienici, quindi condannati a sparire.
Povera nonna!
Povera cucina nostrana! Continuando così ci troveremo a mangiare
cibi precucinati, tutti preparati industrialmente e riscaldati
negli « altri » forni, quelli a micro-onde.
Passata la festa della Befana, la vita riprenderà il suo corso
normale, tutto tornerà come « deve »… Un’altro
detto testimonia :
«L’Epifania, tutte le feste si porta via », ci ricorda
che dobbiamo riprendere il lavoro quotidiano. I vecchi coltivatori
sapevano che dopo le feste, dovevano ricominciare il lavoro dei
campi, terminare la potatura della vite, concimare e arare le terre
ancora incolte e prepararle alla semina primaverile, perché in
Italia la primavera non tardrà molto ad arrivare. Qui invece
aspettiamo ancora l’arrivo dell’inverno che quest’anno, per
molti, si fa troppo desiderare.
Io non dispero
perché giungerà, é certo che in un modo o nell’altro giungerà :
non può mica dimenticarselo…
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| 7
- VENTESIMO SECOLO |
É
bello assistere e vivere questi giorni di festa, vedere l’umanità
tutta, godere e gioire. Bastano poche cose, organizzate con
pubblicità battente, e l’uomo si trasforma, diventa docile,
affabile é pronto a divertirsi, dimentico dei drammi sociali che
ovunque esplodono continuamente:
guerre, crisi, catastrofi, carestie, epidemie, ecc. ecc.
Abbiamo vissuto, durante la fine del 1999, in ore diverse
secondo i fusi orari, momenti di emozione,
commozione e turbamento. Grandi festeggiamenti si sono svolti
ovunque per l’arrivo dell’anno 2000, tra botti di mortaretti,
fuochi artificiali, balli e brindisi.
In
tanti hanno accolto il nuovo secolo, ma lo hanno festeggiato in anticipo. Infatti
il nuovo secolo inizierà quando finirà il XX, ossia il
31 dicembre del 2000.
Vi chiederete il perché, dunque cercherò brevemente di
spiegarlo. Si celebrano
contemporaneamente due avvenimenti distinti :
il Giubileo e l’arrivo dell’anno 2000.
Il Giubileo, presso
gli antichi Ebrei identificava l’anno, dopo molti di lavoro, in
cui si lasciava riposare la terra. In quel momento, finiva la servitù
delle persone che tornavano ad essere libere e a cui venivano
riconosciuti o concessi certi diritti da cittadini.
Si voleva forse riparare alle ingiustizie umane; poi questo
costume si perse. Con riferimento all’anno giubilare ebreo i
Cattolici hanno istituito la solenne indulgenza plenaria concessa
dal Pontefice, unitamente a diversi altri privilegi. Nel 1300 poi,
il Papa BonifaccioVII proclamò l’Anno Santo, anno di pace e di
perdono presso la Chiesa Cattolica, chiamato anche Anno
Giubilare. Dapprima veniva celebrato ogni 100 anni, poi ogni 50
e infine regolarmente ogni 25, salvo quelli straordinari proclamati
dal Papa. L’Anno Santo si inaugura con l’apertura solenne della Porta Santa nella Basilica di S. Pietro, che viene poi murata alla
chiusura dell’Anno Santo. Il periodo é liturgico, per cui la
Chiesa stabilisce le date di apertura e di chiusura. La Chiesa é
anche libera di stabilire date e proclamare solennemente qualsiasi
manifestazione, seguendo un calendario cattolico o ecclesiastico.
Il secolo ed il millennio invece, sono ricorrenze di calendario civile. Non é
corretto, secondo i
romani, festeggiare la fine del XX e l’inizio del XXI secolo
un‘anno prima, bisogna attendere che il secolo sia completamente
trascorso. Un bambino compie dieci anni alla fine del decimo anno,
solo allora si soffiano dieci candeline!
La regola che definisce il secolo é la seguente : il secolo comincia con il primo giorno dell’anno le cui ultime cifre
sono 01 e termina con l’ultimo giorno dell’anno le cui medesime
cifre sono 00. Il
primo secolo della nostra era, ha avuto inizio con il primo giorno
dell’anno 1 ed é terminato alla fine dell’anno 100; il secondo
secolo ha avuto inizio con il primo giorno dell’anno 101 ed é
terminato alla fine del 200.
Così di seguito, sino al ventesimo secolo, che ha avuto
inizio con il primo giorno dell’anno 1901 e deve terminare alla fine
dell’anno 2000, cioé il 31
dicembre 2000.
Altrettanto valida, ma non applicata, é la teoria matematica
sostenuta da esimi studiosi, con la quale affermano e sostengono il
contrario. Un Kilogrammo, un metro, ecc. lo sono subito dopo il 999.
Quindi?
In fondo, é
bello perché ripeteremo la festa l’anno prossimo, magari
apportando le correzioni agli errori e alle dimenticanze commesse o
tralasciate quest’anno. Spero di essere stato abbastanza chiaro e
che tutti abbiano ben compreso il concetto. Devo
ringraziare l’amico Nino D. che mi ha delucidato e fatto
ben capire il semplice meccanismo di calcolo del « passaggio »,
che ai più é forse passato inosservato.
Concludendo, l’anno Duemila, fa ancora parte del secolo
Ventesimo ed il Ventunesimo avrà
inizio solo l’anno prossimo.
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8
- VALENTINO
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Valentino
é ed era il nome che, le giovani ragazze, usavano dare al loro cavalier
servente ogni volta che la fanciulla lo sceglieva per
partecipare ad una festa mondana. In certe regioni il "Valentino"
era orgoglioso di essere stato eletto ad accompagnare la damigella,
e per questo aveva l’obbligo di offrire un presente alla giovane
che lo aveva prediletto. Questa usanza si é conservata ed era
praticata in certe contee d’Inghilterra, il 14 febbraio, giorno di
San Valentino, ed é poi diventata
e riconosciuta mondialmente, come la festa
degli innamorati.
Perché Valentino, il
"cavalier servente", lo si
festeggia proprio il 14 febbraio?
L’origine é puramente popolare. Siccome il 14 febbraio la
Chiesa commemora San
Valentino, prete italiano incarcerato perché rifiutò di abiurare
la sua fede, e che fu martirizzato verso il 270 d.c.,
se ne desume che la coincidenza della data sia unicamente
onomastica.
Non é giusto, a mio avviso, commemorare nelle sale da ballo il San
Valentino, sarebbe sufficiente e più consono festeggiare il Valentino : lui, con la santità, non ha niente a che vedere.
A Torino, importante é il castello del Valentino, che da il nome ad
uno dei più ameni giardini d’Italia. Luogo frequentato dalle
coppiette di giovani innamorati. A questo parco é stata dedicata
una nota canzone agl’innamorati. Una frase : «Ricordi quelle sere passate al Valentino col dolce studentino che ti
stringeva sul cuor?».
Ma neppure questa mi sembra la direzione più logica per scoprire
l’origine della festa di Valentino. Non restano molte alternative,
l’unica e la più valida rimane quella anglosassone.
Oggi il commercio ha creato tutta una strategia di mercato attorno
alla festa di Valentino : i cuori rossi, l’Eros, palloncini
colorati, carte d’auguri con frasi d’amore, e tante altre
cianfrusaglie.
Eros, é importante citarlo. Dio greco dell’amore, fanciullo alato,
capriccioso e scaltro, crudele e spietato (come l’amore), armato
di arco e frecce per colpire i cuori affranti, si trastulla
volentieri con le sue vittime.
Attenzione signorinelle, Eros é maschio, un birbantello; non
lasciatevi intrappolare, siate attente, la furbizia é volpe al
femminile.
La mia ricerca termina qui, un pò scialba ma spero sufficiente per
aumentare la conocenza su questa nuova festa, resa davvero popolare
nell’ultimo cinquantennio.
A tutti i giovani, ed in particolare a coloro che sono innamorati
cotti, buona festa e tanti auguri. Divertitevi, e come declama
il grande poeta Giacomo Leopardi, anch’io concludo :
«Tutta
vestita a festa la gioventù del loco lascia le case, e per le vie
si spande; e mira ed é mirata, e in cor s’allegra».
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9
- CARO 1900 |
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Attendevo, assieme ai famigliari, lo
scoccare della mezzanotte. Avevo la bottiglia tra le mani con il
tappo già allentato, per far coincidere il botto dello spumante con
l’ora zero, ed ecco
il 2000…. Boom! Mi
affrettavo a versare il contenuto della bottiglia nei calici, già
pronti in mezzo al tavolo quando, e non lo nego, ho avuto un attimo
di fremito. L’anno
2000 mi ha messo nostalgia! Caro, vecchio
1900, perché mi fuggi via?
Tra i brindisi e gli auguri, alcune lacrime sono scese furtive a
bagnarmi le gote. Lacrime
amare che mi hanno fatto immediatamente ripercorrere, in poco tempo,
tutto il mio passato. Nel 1900 sono nato, ho trascorso la mia
giovinezza, mi sono innamorato e sposato, ho avuto due figli, ho
sgobbato, ho avuto gioie e malanni, un secolo caro che se ne va.
Non posso datare col 2000, sarebbe tradire
un caro passato che é tutta la mia vita. D’un tratto un abbraccio
ed un bacio sulla guancia mi riportano alla realtà. « Auguri
papa, il 2000 sia portatore di gioia, di salute e di felicità per
te e per tutti! ». « Grazie, altrettanto a te ed a voi
tutti, brindiamo… ».
Ma la nostalgia
resta, come si può dire addio con noncuranza al secolo che ha
rivoluzionato il mondo? Come si possono chiudere quelle pagine di
quel volume così consumato? Io preferisco continuare e scrivere la
mia vita dando seguito alla vecchia agenda, senza usare un nuovo
libro.
Il 2000 lo accetto perché é logico e matematico, ma non potrò
differenziarlo dal 1900 che é la parte fondamentale della mia
avventura umana. Nel 2000 continuerò ad invecchiare, che resta
ancora il solo mezzo per… vivere a lungo. No, non sono pessimista
anzi : sono realista.
Perché realismo é ricordare il 1900 come il secolo più
travagliato e al contempo più interessante della storia del genere
umano. Certo, ci sono stati gravi periodi di tragici eventi, ma il
buon senso ha sempre prevalso e l’uomo é riuscito costantemente a
risollevarsi maturando da ogni esperienza quanto necessario per
migliorare le proprie condizioni di vita.
Nel 2000 cambierà
qualcosa? O
abbiamo ottenuto tutto? Riusciremo a
fermarci e a godere di quanto abbiamo?
Forse sarebbe il momento di accettare quanto abbiamo, questa
é manna che la Terra ci dà.
L’egoismo é la tendenza a cercare il piacere ed a fuggire il
dolore, é istintiva nei bambini e nei selvaggi. Se questa tendenza
persiste nell’età successiva, quando la convivenza sociale
dovrebbe indurre a conciliare gli interessi propri con i diritti
degli altri, il soggetto diviene « antisociale ».
Speriamo che i nostri governanti comprendano questo principio
basilare e si adeguino alle esigenze della vita.
Ma anche questa é solo un’utopia, difficile da realizzare perché
ha più origini nella fantasia che nella razionalità. Si può
cambiare la mentalità ipso
facto, come si fa con la data del calendario, dal 1900 al 2000?
Continuerò a scrivere la mia vita in quel vecchio libro, senza dare
enfasi al nuovo 2000 che, non potrà essere altro che la
continuazione del mio passato, del mio caro antico 1900…
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10
- IL PONTE |
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Non ho mai avuto un’esperienza diretta, ma per sentito
dire, amministrare é difficile. Diventa ancor più difficile quando
le parti non vanno d’accordo, quando c’é contrasto, e quando le
opinioni sono tante. L’intesa non é sempre facile da trovare,
ovunque la si cerchi : in famiglia, nella società, in politica.
L’amministrare diventa paradossale quando si vuol trattare la cosa
pubblica.
Basta ossercvare
il pandemonio che ha suscitato la proposta governativa di cambiare
il nome al ponte Papineau-Leblanc
dedicandolo a Pietro Rizzuto.
Per fortuna, questa volta la manovra é partita dal governo,
forse con l’intenzione di accattivarsi la simpatia italofona, o
almeno di quell’uno per cento necessario per raggiungere il quorum
referendario, oggi mancate. Ma, come si dice: non tutte le ciambelle escono col buco, anche tra i governanti non
c’é stata intesa. Ora la colpa si cerca di affibbiarla alla
Commissione di toponomastica, che a detta del ministro, signora
Beaudoin, ha deciso senza averla
interpellata e di non aver ascoltato prima la sua opinione in merito.
La Commissione composta da sette membri, a detta del ministro
responsabile, non é un gruppo omogeneo di quebecchesi francofoni,
«pura laine », ma
di personalità provenienti da diversi orizzonti.
É strano che il
dibattito sia avvenuto dopo che la Commissione ha preso la decisione.
Dopo tante polemiche, accuse, dibattiti, proposte e contro proposte,
tutto é tornato punto e a capo… E ci siamo dovuti sorbire il
solito voci ferare che il senatore Rizzuto merita molto di più
e di meglio per onorare la sua memoria.
Promesse! Promesse! Promesse….. Mi sembra di rivivere
l’immediato dopoguerra, erano i primi comizzi e per attirare la
simpatia dell’elettorato, i vari attivisti
promettevano qualsiasi cosa. Durante uno di questi, un tale,
preso dalla foga oratoria, promise la costruzione di un nuovo ponte.
Una voce si levò dall’uditorio :
« Ma che dice! manco
lu fiume ci sta! » L’oratore non si diede per vinto e
continuò : « Non si preoccupi, realizzeremo anche il fiume ».
Come dicevo all’inizio, non é facile amministrare, e non é
facile neppure inghiottire il rospo e chinare il capo di fronte a
certe realtà che sovente hanno l’amaro in bocca.
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11
- UNA GOCCIA |
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Ogni
stagione ha i suoi frutti ed ogni età i suoi malanni. ho dovuto
ricorrere alle cure di uno specialista in oftalmologia. Ho chiesto
l'appuntamento per una visita e questo l'ho avuto per una data con
un'attesa di tre settimane.
All’ambulatorio, prima di incontrare il medico, ho dovuto subire
l’interrogatorio della segretaria che mi ha informato che per
passare la visita dello specialista, occorre applicare una goccia di
medicinale per far dilatare la pupilla. Per questa specialità
farmaceutica, l’assicurazione sanitaria non copre più il suo
costo, devo sborsare subito cinque dollari.
Che fare? Pago i cinque dollari, e ricevo una goccia nell’occhio. Dopo
un’attesa di circa mezzora, mi riceve lo specialista il quale mi
conferma quello che già sapevo, che devo subire un intervento
chirurgico.
Per l’intervento mi hanno messo in lista
di attesa : « non si sa quando, un giorno la
chiameranno », é stata la risposta della segretaria del
medico. E
così sono ritornato a casa.
A casa ho cominciato a pensare ed a riflettere.
Una
goccia cinque dollari! Nella
bottiglietta ci sono almeno cento gocce,
totale cinquecento dollari.
Ho chiesto al mio farmacista cosa costano e mi ha detto che
il prezzo di vendita é di trentacinque dollari il flacconcino.
Mia nuora ha
avuto un bambino e ha dovuto portare con se anche i pannolini per
cambiare il neonato; l’ospedale non li fornisce più. Immagino che
amche gli altri reparti ospedalieri avranno dato tagli a destra ed a
manca, a danno del contribuente che già ha pagato questi servizi. I
funzionari cercano di aggiustare i bilanci per far tornare i conti,
togliendo servizi e facendoli ripagare una seconda volta in modo
obliquo. Inutile polemizzare, se i pannolini, le gocce, ed altro una
volta venivano forniti ai degenti, dall’ente ospedaliero o dal
medico, vuol dire che tali spese erano previste in bilancio e quindi
alimentate dai contribuenti. Tagliare i
servizi significa far pagare una seconda volta il cittadino per le
medesime cure.
Non si migliora
certamente, si stà andando controcorrente. A forza di tamponare,
una volta con i pannolini, una volta con le gocce,
ecc. si arriverà al massimo della tensione, dopo di che, la
corda si strapperà ed allora sarà troppo tardi per rimediare.
Quella attuale e una corsa allo sbaraglio, ogni nuovo ministro
inventa, cerca solo di tirare avanti alla meglio, sino a fine
mandato; chi verrà dopo, inventerà dell’altro.
Ed io,
l’intervento quando lo avrò?
Sono bloccato, non posso permettermi di programmare niente,
non posso allontanarmi da casa, posso essere chiamato
dall’ospedale da un giorno all’altro e se non sono presente
salto il turno. Un mio conoscente, dopo una lunga attesa, a deciso
di informarsi e si é sentito rispondere che alla chiamata non c’é
stata risposta, é stato dimenticato ed ha dovuto rimettersi in
lista una seconda volta. Non può continuare così, siamo degli
schiavi del sistema, un sistema che ci fa vivere male, mentre un pò
di buona volontà da parte di tutti potrebbe servire a
ridimensionare le disfunzioni e riportare la quiete nella società
ridandole speranza di una vita serena, perché quella che
stiamo vivendo va degradando giorno dopo giorno.
Qualcuno mi ha suggerito all’orecchio : « E se quelle
gocce fossero dei campioni per i medici? » Possibilissimo,
niente di strano, ci guadagnerebbero trentacinque dollari in più.
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12
- LA
MERLA |
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Siamo già alla metà di febbraio,
l’inverno se ne va con i suoi malanni, e si comincia a sentire
l’arrivo della primavera, anche se si dice che « qui
non c’é ». In Italia, i giorni più brutti sono stati
quelli « della merla »,
gli ultimi tre di gennaio, ritenuti i più freddi dell’anno.
Perché sono detti i giorni
della merla? La
locuzione deriva da un racconto popolare in cui si narra di una
merla che, credendo terminato l’inverno in concomitanza con la
fine di gennaio, uscì dal suo nascondiglio ed andò a fare il nido
sul comignolo di un camino. Dopo tre giorni di gran freddo, il
camino fu riacceso. Da
quel giorno, dice la storia, i merli hanno piummaggio nero, da
bianco che era in origine…
Il due febbraio
é stato il giorno della Candelora, denominazione popolare della
festa cattolica della purificazione di Maria e della presentazione
di Gesù al Tempio. Tale festa detta anche Candelaia o Candelara,
sembra risalga al primo medio evo ed é caratterizzata dalla
benedizione delle candele che i fedeli conservano per accenderle poi
davanti alle immagini sacre in particolari contingenze.
Al mio paese, valevano
i detti popolari e per la Candelora, si recitava : « Se
nevica o se piova dell’inverno siamo fora, ma se é sole o
solicello siamo nell’invernerello ».
Da quando sono in Canada, invece, ho imparato a contemplare le sagge
marmotte, che per la Candelora escono puntualmente dal loro nido, ed
esperti « osservatori » predicono il futuro da questo
segno della natura.
La predizione può variare a seconda che l’animale
proietta o meno la sua ombra. Quest’anno mi sembra ci sia
stata intesa unanime tra le tre grandi marmotte nord americane :
quella del Quebec, quella dell’Ontario e quella degli U.S.A. Tutte
e tre hanno visto la loro ombra, perché la giornata era soleggiata,
ed i vari Manitu hanno così
predetto che l’inverno si protrarrà per altre sei settimane.
Perché, forse
si é già verificato il contrario?
Se fosse stato nuvoloso il due febbraio, oggi sarebbe
primavera? Credo poco a queste « predizioni » canadesi. Fino
a maggio amici miei bisognerà starsene rintanati nel basement
ad attizzare il fuoco e pensare ai bei, vecchi tempi passati.
Intanto, mi diverte la diatriba sorta tra la stampa francofona ed il
ministro della Sanità circa la costruzione del maxi ospedale
universitario, dei suoi costi di realizzazione e dei problemi di
ubicazione.
Non vorrei intervenire più di tanto, ma una cosa la devo dire. La
devo dire perché sono stato, in passato, chiamato in causa per la
decontaminazione di un terreno, ex garage municipale, sul quale é
stato costruito un parcheggio per le auto dei visitatori agli ammalati ricoverati in un
ospedale della riva sud. Sembrava
una sciocchezza togliere quella terra contaminata, da poche gocce
d’olio di lubrificazione delle macchine.
Solo dopo ci siamo accorti del danno. Analisi, contranalisi, perizie
di esperti, rapporti, autorizzazioni e permessi ministeriali,
perdite di tempo a non finire.
In
fine, l’unico sito per poter scaricare i detriti si trovava a casa
del diavolo, ed i diritti di discarica, per quel tipo di materiale
contaminato, sono costati una fortuna.
Stia attento il ministro, é meglio prevenire che guarire, é meglio
fare i conti con l’oste per non avere brutte sorprese. Abbiamo
mille esperienze che al termine sono costate molto più del previsto
e che tali oneri sono
caduti tutti sulle spalle del povero Pantalone
che da buon contribuente, continua
a pagare questi errori, ormai da oltre un trentennio.
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13
- MARZO |
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Il
più bel mese dell’anno, per me, é marzo. Il mese del
ritorno alla vita, il mese della primavera, il mese di
carnevale. La natura tutta si divincola, si scuote,
i ghiacci si sciolgono e gli alberi si liberano dalla morsa
invernale. L’attività vegetativa riprende e rigermoglia a
nuova vita.
Così é la natura, si spegne in autunno e si riaccende in
primavera; ogni anno si ripete sino a che vita ci sarà. E noi, che
facciamo parte di questo contesto, subiamo gli umori della natura,
ci rattristiamo in autunno, e ci rianimiamo in primavera. In Italia
la primavera meteorologica comprende i mesi di marzo, aprile e
maggio; il giorno aumenta, le temperature medie salgono, é la
stagione delle semine. Qui invece dobbiamo subire il volere e gli umori della Baia di Hudson. Quando il clima inizia a riscaldare sotto l’influsso delle
correnti calde provenienti dal golfo del Messico o dalle Indie
Occidentali, d’un
tratto la Baia di Hudson si allea con la Baia di Baffin e ci
scaraventa addosso una soffiata d’aria a meno qualche grado, ed
annulla tutto il lavoro dei venti tropicali. Peccato che le Montagne
Rocciose siano sorte in direzione nord-sud, se fossero state
orientate est-ovest, questo paese sarebbe sicuramente stato un
paradiso terrestre. Pazienza,
purtroppo dobbiamo accettarlo, é un « errore » fatto la
Natura, anch’essa non é perfetta… Alcuni anni fa, la Baia di
Hudson si era « addormentata », a marzo é scoppiato il
caldo, tutte le piante avevavo iniziato precocemente a germogliare.
Ma quando la Baia di Hudson si svegliò, ci fu un forte
abbassamento della temperatura e tutte le gemme gelarono con danni
enormi all’agricoltura. Sono cose che capitano in Canada, in un
paese vasto ed enorme come questo, confinante al nord con il mare
Glaciale Artico, il solo baluardo che ci separa dal polo Nord.
Alcune
informazioni su marzo, la
cui origine del nome deriva dal dio Marte,
al quale era dedicato. Anticamente era il primo mese dell’anno,
poi, con la riforma del calendario attuata dai romani, gli
vennero preposti gennaio e febbraio. Marzo é un mese
meteorologicamente instabile e dalla sua
volubilità sono nati parecchi proverbi, tra i quali : Marzo
pazzerello, un giorno brutto e un giorno bello.
Oppure : Marzo
pazzerello, vedi il sole e prendi l’ombrello.
Due sono le feste religiose importanti, il 19 San Giuseppe ed
il 25 l’Annunciazione.
L’azzuro del cielo, il sole che comincia a riscaldare
l’aria, gli uccellini che escono dal loro nido, mi fanno pensare e
vivere il mio « borgo » in fiore, del quale odoro le
profumate mimose, ammiro i mandorli che a marzo sono i primi a
fiorire, e non vedo l’ora di salire sull’aereo per tornare, come
ogni anno, alle mie origini.
E come il grande Leopardi nella sua poesia « L’infinito »,
anch’io me ne ispiro:
«… Così tra
questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar
m’é dolce in questo mare».
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| 14
- LA "SAN PATRIZIO"
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É
stato durante una ricerca realizzata tempo fa, per approfondire sulla
tradizionale festa della Hallowine, che ho scoperto per la prima volta San Patrizio. Si, mi riferisco a San Patrizio, il protettore
dell’Irlanda, che si festeggia il 17 marzo. C’é un collegamento
celtico tra l’Halloween e San Patrizio, una festa l’Halloween,
una tradizione che viene accettata dalla
religione cattolica e di cui San Patrizio si
serve sapientemente per diffondere il Vangelo tra i pagani.
Durante la loro espansione territoriale, i Romani vollero
imporre le loro leggi e la loro religione, ma urtarono contro una
credenza ed una pratica rituale (detta pagana), solidamente ancorata
al cuore della cultura e dell’anima celtica. Inoltre la
romanizzazione non é riuscita a « soggiogare » oltre
certe frontiere; risultò fattibile sul continente e negativa sulle
isole. La dove l’espansione romana si é arrenata, il
cristianesimo ha « sfondato » meglio.
Patrizio, di origine brettone-romanizzata, si racconta che
sarebbe stato rapito, all’età di sedici anni, dai pirati che lo
hanno portato schiavo in Irlanda, e ceduto ad un Druido
(sacerdote celtico) che lo avviò alla pastorizia. Fuggito e
rientrato in Gallia, seguì una solida formazione religiosa alla
scuola di Saint Germain in
Auzerre, dopo di che, per i buoni risultati culturali e oratori,
é stato incaricato dal Papa Celestino alla conversione del popolo
irlandese, allora pagano.
I due simboli della Repubblica
Irlandese, l’arpa celtica
ed il trifoglio, ci
ricordano : il primo il passato gaelico ed il secondo le
origini cristiane. É infatti grazie a questa foglia trilobata che,
secondo la leggenda, San Patrizio avrebbe spiegato ad un re pagano
il mistero della Santa Trinità e lo avrebbe poi convertito al
cristianesimo. La tradizione pone San Patrizio, l’evangelizzatore
del paese, intorno al V secolo d.C.
É interessante capire l’azizone di evangelizzazzione messa
in pratica da San Patrizio. Il Santo arriva in Irlanda due secoli
dopo che la cristianizzazione aveva toccato l’Inghilterra ed
inizia con la conversione precoce di alcuni druidi, re o capi di
clan; il popolo li « seguirà » spontaneamente.
L’evangelizzazione non trova resistenza, l’Irlanda é la sola
nazione a non avere Santi martiri. Tutto questo per dare un certo
tono storico e religioso ai valori del Santo, ma quello che avrei
voluto narrare e che probabilmente non ci riuscirò, é la San
Patrizio americana. La grande parata carnevalesca che si svolge
contemporaneamente in diverse città nord americane. Quando ho
assistito, parecchi anni fa, per la prima volta alla sfilata sul
boulevard Dorchester a Montreal, mi sono chiesto cosa volesse
significare. Io
che ero abituato festeggiare i Santi in processione…
C’erano tutti gli irlandesi, in
camicia o sciarpa o basco verde, colori dell’Irlanda, ai bordi
della strada a festeggiare. Alla sfilata partecipavano tutti,
persino i pompieri della città, autopompe comprese, poliziotti,
autorità, fanfare e majorettes; una marea di folklore.
Poi mi hanno spiegato che,
come nella costruzione sono gli italiani a predominare, così
tra i pompieri ed i poliziotti sono gli irlandesi ad avere le loro
prorogative da generazioni lontane.
A questo punto ho capito tutto, altro non mi resta che
fermare quì la mia ricerca, sperando che
per la festa della Cristoforo Colombo organizzata dagli
italiani, si facciano partecipare anche le ditte Francon e Miron con
tutte le loro autobetoniere e perché no, chiedere anche alle
municipalità di Saint-Léonard, di Montral Nord, La Salle e Verdun
di aderire con il loro parco macchine così come i dipendenti, quasi
tutti italiani, impiegati nei lavori di edilizia municipale.
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15
- COLTIVARE |
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L'uomo
primitivo non conosceva gran cosa, quindi non coltivava la terra,
viveva alla giornata. Quando sentiva la fame si nutriva di quello
che gli capitava sottomano, secondo l’istinto; faceva così le sue
scoperte culinarie giorno dopo giorno. Si nutriva dei prodotti della
caccia e si spostava continuamente seguendo la selvaggina e
spogliando dei loro frutti le piante che crescevano spontaneamente.
Quando trovava una regione favorevole, ricca di prodotti naturali e
di selvaggina, si stabiliva in caverne e riusciva ad accoppiarsi ed
a procreare. Fu uno di questi cacciatori fissi, che scoprì
l’agricoltura. Stando per più tempo nello stesso luogo, notò
come le piante dessero frutti periodicamente e costantemente. Un
giorno seppellì semi di cereali, per proteggerli dall’appetito
degli animali e dei suoi simili. Se li dimenticò e quando gli
tornarono in mente, trovò delle piante uguali a quelle da cui aveva
tolto i frutti ed i semi. Ecco il segreto della magia! Bisognava
affidare quei semi al grembo della terra. Era nato quel giorno il
primo vero agricoltore.
Da allora, l’uomo ha inventato tutto, il primo strumento agricolo
fu la zappa, attrezzo di
legno che serviva per scavare piccoli solchi ove interrare i semi.
Poi venne inventato l’aratro, era l’età del bronzo. Le prime
tribù agricole organizzate, dividevano il terreno in due parti, una
comune a tutti i membri della tribù ed adibita a pascolo, l’altra
suddivisa fra le varie famiglie.
Già
tremila anni prima di Cristo, sappiamo che erano in uso la
concimazione e l’irrigazione. Per millenni, l’agricoltura rimase
praticamente allo stesso livello. Nel Medioevo, ci fu il peggior
periodo per l’agricoltura, che ripiombò alle condizioni della
preistoria. Nel Rinascimento si dette
nuovo impulso all’agricoltura, bonificando terre sino ad allora
incolte. Merito di alcuni ordini religiosi (i Cistercensi) che si
preoccuparono di istituire nuove leve di contadini. Questo impulso
fu continuato dai governi delle repubbliche e delle signorie di
Venezia, Siena e Ferrara. Grandi bonifiche furono fatte nel Lazio
per volere dei Papi.
All’inizio del XIX secolo, il progresso dell’agricoltura cominciò
la sua grande corsa in avanti, quella che dura ancora oggi. Nella
metà dell’ottocento sono cominciati i primi studi
dell’agronomia scentifica. Chimici e agrari si resero conto che
l’agricoltura non poteva essere lasciata alla sola iniziativa dei
contadini che si basavano su criteri obsoleti ed atavici. Furono
allora inventati i concimi chimici, cioé sostanze create per rendere fertile il
terreno più del concime naturale; e i disinfestanti,
con cui si difendono le coltivazioni dall’attacco dei parassiti.
Sempre in questo secolo si mise in atto la
selezione delle sementi, con incroci adatti a far nascere nuove razze di cereali, legumi e foraggi. Con
l’inizio del XX secolo, l’agricoltura ha fatto passi da gigante
grazie alla meccanizzazione. I primi trattori
erano grosse e buffe macchine a vapore. La più grande rivoluzione
fu segnata dall’invenzione delle macchine
multiple. Mentre l’uso dell’energia atomica, applicata per
la crescita rapida e fiorentissima di molte piante, si verificherà
nociva alla salute dei consumatori, come nocivi e dannosi si
verificano i concimi chimici e i disinfestanti.
Nel prossimo
capitolo, tratterò della frutta e della verdura e vedremo
l’incidenza che hanno i prodotti chimici
sulla crescita e
sulla conservazione degli ortaggi.
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| 16
- LA FRUTTA
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Una
signora entra in un supermercato, si reca nel reparto frutta e
verdura, poi esclama :
« 99
¢ la libbra? (99
centesimi al mezzo chilo circa) Queste mele sono troppo care!».
« Ma
sono perfette, signora, senza un difetto, sono squisite. Se lei
vuole risparmiare prenda quelle la!
Le ha prese anche la settimana scorsa. Sono un po’ bruttine,
ma sono ugualmente buone», risponde il commesso.
« Non
direi », replica la signora, « non solo avevano delle
piccole croste sulla buccia e delle macchie dentro, ma erano anche
piuttosto amare. »
Dialoghi come questo se ne sentono spesso nei negozi.
Probabilmente né il fruttivendolo, né la massaia sospettano che
quelle macchie, quelle crosticine, e quel sapore amaro, dipendono
dalla mancanza di un elemento chimico abbastanza raro : il boro.
Perché vi dico questo? Perché in agricoltura, ad ogni
minerale il suo compito. In una pianta troviamo circa quaranta
minerali che vengono adoperati nella loro complessa officina,
ma non tutti sono impiegati nello stesso quantitativo.
Ce ne sono di maggior consumo ed altri che vengono utilizzati
con una certa parsimonia. Ad ogni pianta bisogna fare un’analisi
individuale per conoscere gli elementi che ha assorbito nel suo
ambiente e che hanno servito a costituire la sua molecola. La Pianta
ha quindi bisogno di cibi minerali che assorbe tramite le radici,
mentre l’ossigeno e l’anidride carbonica l’ assimila
attraverso le foglie. Ogni minerale il suo compito e la quantità assimilata per ciascono
di loro é differente ma tutti sono importanti. Non esiste un
minerale più importante o
più necessario di un altro, perché tutti hanno una loro funzione
precisa. Se ne manca uno la pianta presenterà un certo difetto, se
ne scarseggia un altro sarà colpita da una certa malattia. Come
il medico per l’uomo, il botanico per la pianta é in grado di
determinare la mancanza dell’elemento dall’effetto sul suo
sviluppo vegetale. Infatti :
la mancanza di fosforo, le foglie ingialliscono, la pianta non si
riproduce; la mancanza di azoto, lo sviluppo é stentato, la
funzione clorofilliana é ridotta; la mancanza di potassio, la
crescita é irregolare, le foglie son chiazzate; la mancanza di
zinco, le foglie si arricciano, i frutti sono piccoli; la mancanza
di ferro, le foglie perdono il loro colore, infine seccano e cadono;
etc. etc. ve ne sono circa quaranta di elementi minerali interessati.
Quindi le piante trovano il loro nutrimento nell’aria e nel
terreno. Per mezzo delle foglie esse possono utilizzare l’ossigeno
e l’anidride carbonica; per mezzo delle radici assorbono dal
terreno l’acqua ed i sali minerali in essa contenuti. Con questi
cibi esclusivamente minerali ogni vegetale può costruire le proprie
molecole organiche con le quali formare i propri tessuti. Soltanto
le piante hanno questa meravigliosa capacità di fabbricarsi il cibo
con i semplici elementi minerali. Gli animali invece si nutrono di
vegetali, quindi con cibi organici.
Una buona concimazione del terreno con materie naturali tipo
letame, con l’aggiunta di alcuni elementi base d’origine
minerale (la cenere del camino é sufficiente), bastano per creare
un terreno capace di nutrire le piante da giardino o da orto. Tutti
i prodotti chimici servono solo ad avvelenare. Avvelenare
le piante significa avvelenare gli animali quindi l’uomo. Il
classico esempio di avvelenamento botanico sono le « pioggie
acide ».Quindi, mi raccomando, concimate con il classico
letame, aggiungete la cenere della legna arsa durante l’inverno,
annaffiate regolarmente ma non troppo, otterrete dei profumatissimi
e saporiti pomodori che faranno la delizia del vostro palato,
senza essere invidiosi del vicino che ha vinto il premio per il più
grosso zucchino, perché lo ha nutrito con i fertilizzanti chimici
artificiali.
Mangiate sano e buon giardinaggio.
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17
-L'ULIVO E LE
PALMA
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La
domenica che precede immediatamente la Pasqua, che dà inizio alla
Settimana santa é detta Domenica delle Palme o Domenica
dell’Olivo.
La Domenica delle Palme ci ricorda l’ingresso trionfale di Gesù
Cristo in Gerusalemme, e dà inizio alla Settimana santa. Con rito
che risale al Medio Evo, in tale giorno si usa portare in
processione i rami di olivo e di palma benedetti, che poi si
conservano nelle case.
Tutti i popoli che si sono trovati in zone dove l’olivo prospera,
hanno attribuito a questa pianta le qualità più preziose e
l’hanno usata come simbolo di pace. Ancor oggi nella tradizione
cristiana l’olivo é un segno di fede e fratellanza.
L’alta
considerazione in cui si tiene l’albero d’olivo é certamente
giustificata; ci offre uno dei prodotti più saporiti e nutrienti
della nostra mensa, l’olio. Inoltre é una pianta umile e generosa,
ha una vita secolare, può
vivere anche di poco, cresce persino sulla roccia quasi nuda.
L’unica condizione indispensabile per la sua sopravivenza é che
il clima non deve mai essere eccessivamente freddo, odia il gelo.
La « patria d’origine » dell’olivo é
l’Asia Minore, dove tuttora esistono vaste foreste di olivo
selvatico spontaneo. Probabilmente la pianta venne introdotta
dall’Asia Minore in Grecia, da cui si diffuse in occidente.
L’olivo é una pianta tipicamente viva in tutta l’area
mediterranea, cresce infatti in tutta o quasi tutta la larga fascia
littoranea che fiancheggia il bacino del Mediterraneo. In Italia
raggiunge una latitudine eccezionale, infatti si spinge sino sui
laghi di Garda, Como e d’Iseo, solo in Piemonte non ve ne sono.
L’olivo
viene coltivato negli Stati Uniti d’America, specialmente nello
Stato della California ed in Australia, frutto della nostra importazione migratoria.
A scopo informativo aggiungo che le olive si distinguono in due
principali varietà : da olio e da tavola. Le olive da olio si
raccolgono a maturazione avvenuta, mentre quelle da tavola vengono
raccolte quando sono ancora verdi.
Con il ramo d'olivo si celebra la Domenica delle Palme, e anche con
la palma che é detta la « pianta dei poveri ». Un
antico detto dell’Africa settentrionale recita : « La
palma é l’elemosina di Dio ai paesi poveri. » Le palme
sono le piante più preziose delle coste di tutti i mari tropicali.
Esse soddisfano quasi tutte le esigenze della vita umana nei tropici.
Forniscono il materiale per la costruzione delle modeste abitazioni;
prodotti alimentari di importanza fondamentale; materia prima per
fibre tessili; legname per costruzioni, tavole e mobili. Le foglie
servono a coprire le capanne. Le giovani gemme terminali sono
commestibili, dette cavoli di
palma. Il succo estratto dalle infiorescenze serve a preparare vari tipi di
bevande zuccherine. Il mesocarpo
fibroso della noce fornisce fibre resistentissime con cui si
fanno tappeti, zerbini, etc.; l’endocarpo
durissimo serve per fare bottoni; l’albume
esterno si mangia, se fresco si impiega per l’estrazione di olio,
se seccato é la notissima « copra » che esportata serve
alla fabbricazione di saponi.
Sia l’olivo che la palma sono piante che vivono in Palestina,
quindi usate dagli abitanti per sbandieramenti ed addobbi
folkloristici, come quelli usati per ricevere Gesù al grido di esultanza: "Osanna
al figlio di David : benedetto colui che viene nel nome del Signore".
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18
- PASQUA |
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La
parola pasqua deriva da una voce siriaco-ebraica che significherebbe passaggio
e, per gli ebrei, fu così detta la festa istituita in ricordo
della notte in cui un angelo del Signore, discese dal cielo a
sterminare tutti i figli primogeneti degli egiziani, passando invece,
senza entrarvi, davanti alle case degli ebrei, le quali avevano le
porte segnate con il sangue dell’agnello sacrificato appositamente
la sera precedente. Tutto questo é narrato nellÈsodo (Bibbia)
circa le famose piaghe d’Egitto e la punizione divina invocata da Mosé contro gli
oppressori del suo popolo.
Alla festa si
aggiunse anche la celebrazione della liberazione del popolo ebraico
dalla schiavitù d’Egitto che seguì a quel fatto, e, specialmente,
del miracoloso passaggio
attraverso il mar Rosso. La pasqua
ebraica durava sette
giorni e si celebrava in una data fissa. Come vedrete le tradizioni
si tramandano: già gli antichi conoscevano l’arte della buona
cucina. La sera della vigilia del primo giorno, si immolava un
agnello bianco nato nell’anno. Certamente doveva essere tenero; arrostito, esso veniva mangiato con certe erbe amare, la
nostra insalatina, e pane azzimo a ricordo dei padri che, al momento
del loro esodo dall’Egitto, non avevano avuto tempo di lievitarlo.
Seguivano i sette giorni della festa
degli azzimi durante i quali perdurava l’obbligo di sifatto
pane. Il
primo e l’ultimo di questi giorni comportavano il riposo sabbatico
con l’astensione da ogni lavoro. Poteva essere questo il preludio
delle settimane bianche….
La Pasqua più celebre fu quella celebrata da Gesù con i discepoli,
prima che cominciasse la sua Passione. I primi cristiani
continuarono a celebrare la Pasqua col rito abraico, ma vi
associarono il ricordo della Passione e della Resurrezione di Gesù
Cristo, serbando il nome di Pasqua nel suo significato etimologico di passaggio dalla sciavitù del demonio alla libertà della redenzione.
La prima Pasqua cristiana
abbracciava all’inizio un periodo di 15 giorni, due settimane
ben distinte; la prima per ricordare la Pasqua
di Crocifissione, la seconda per ricordare la Pasqua
di Resurrezizone. Più tardi prevalse nella chiesa occidentale
la proposta di adottare come festa principale il giorno anniversario
della resurrezione di Cristo, mentre la chiesa orientale preferì
celebrare la Pasqua come ricordo della morte di Gesù. Ancora per
tollerare, il Concilio di Nicea stabilì
che la Pasqua fosse una festa mobile e che si celebrasse
nella prima domenica dopo il plenilunio successivo
all’equinozio di primavera. Per questo motivo la Pasqua non può
cadere prima del 22 marzo, né dopo il 25 aprile. La chiesa
ortodossa tuttavia, non avendo accettata la riforma gregoriana del
calendario, celebra la Pasqua dodici giorni dopo i latini.
La chiesa
cattolica, per la solennità pasquale prescrive l’obligatoria
riconciliazione dei penitenti, sono connessi speciali riti liturgici
e collegate molte usanze, alcune delle quali richiamano antichissime
consuetudini. Tra esse: la benedizione e la distribuzione
dell’acqua santa; la benedizione delle case, preceduta da una
igienica e purificatrice pulizia generale; il consumo di un tenero
agnello pasquale, possibilmente arrostito e aromatizzato; la
distribuzione e il consumo delle uova benedette, divenute poi di
cioccolata, con sorpresa; la distribuzione di pani o focacce dette dei
poveri, in forma di colombe, farcite poi per i ricchi, con
uvetta, canditi e mandorle.
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19
- IL
COMPUTER
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Meno male che sono uscito dal mercato del
lavoro, altrimenti avrei sicuramente subito un
trauma cardio circolatorio. Avevo tenuto duro, « a
denti stretti », costasse quello che costasse pur di arrivare
al termine del mio « mandato ». Ogni sei mesi c’erano
delle novità, si dovevano seguire corsi di aggiornamento, e vedevo
cambiare tutta l’attrezzatura,
le versioni miglioravano continuamente e gli apparecchi non
erano più idonei a
contenere tutte le informazioni necessarie. I vecchi computer
venivano raccolti in una stanza che diventava sempre più magazzino,
sino al giorno che la ditta decise di disfarsene e di regalarli
sorteggiandoli ai dipendenti. Si, lì per lì sembrava che ci
avessero fatto un bel regalo, poi arrivati a casa quegli apparecchi
non hanno servito a nulla.
Troppo obsoleti, erano ormai veramente troppo piccoli quei
computer per ricevere i nuovi software
con i nuovi programmi, ed anche cercare di aumentare la loro capacità
di memoria od altro era una spesa superflua. Così il « regalo »
é finito al macer…. Me ne sono comperato uno tre anni fa, un 486
(non so di cosa), ma é già insufficiente; l’ho collegato ad
Internet ma é troppo lento, non si riesce proprio a navigare.
Trentacinque anni addietro, quando arrivai in Canada, ricordo
che era alla moda l’elettrodomestico
dell’anno. C’era chi cambiava la stufa, il frigorifero e la
lavapiatti ogni anno, per il piacere di avere l’ultimo modello ed
il colore di moda. Poi
questa mania é cambiata ed il mercato si é spostato sui televisori
con schermi panoramici, poi sulle radio, sui registratori con ogni
sorta di lettori di dischi e cassette. Oggi siamo nelle mani dei
venditori di computer che ti offrono apparechi ai prezzi svariati.
Per la verità, non ci si capisce più nulla. Inoltre bisogna essere
degli esperti per poter acquistare convenientemente qualcosa.
Anch’io che ho lavorato sui computer per quindici anni, non
ci capisco praticamente nulla. I listini di vendita fanno
impressione. Le immagini si assomigliano : uno schermo a colori
15 pollici; una scatola più o meno stilizzata, che contiene il
cervello del computer e tutti i lettori necessari; una tastiera; due
casse ed una stampatrice. Poi i prezzi variano a seconda di quello
che vuoi. E qui sta il
punto dove casca l’asino. Cosa ne sò io di cosa ci voglia! Allora il venditore comincia a parlarti in « arabo »,
ti chiede quanti gig,
quanti MB SDRAM, quanti GB Hard Drive, quanti CD-Rom,
quanti K Fax/Modem; poi ti
chiede se vuoi i Floppy-Drive,
i Sound Card, Video, Altoparlanti, Tastiera
e in fine il famoso « Topolino »alias
mouse. « Non so proprio risponderle… faccia Lei, mi dia un apparecchio
che possa andar bene almeno per un triennio…
e che possa lavorare su Internet e magari dotato dei miei
programmi di base », gli ho risposto.. Mi é arrivato con
un preventivo scritto, anch’esso uscita dal computer, con un
importo complessivo di quasi 2.500 $. Ma allora, mi sono chiesto,
tutta la pubblicità che si fanno, a cosa serve?
Qui vendono degli apparecchi a 1.200 $ alla consegna postale,
allora cosa sono e a cosa servono? La risposta naturalmente é
incomprensibile, ci sono meno gig,
MB, GB, ecc., insomma un sacco di cose meno,
quello che rimane sono le scatole esterne che sono quasi sempre
uguali o le medesime. Ma cosa vi sia dentro, nessuno lo sa… Si
compra veramente ad occhi chiusi. Anche la garanzia a cosa serve? Il
giorno che l’apparecchio non funziona più, ti presenti al negozio
e ti senti dire che hai « caricato
troppo » la memoria e che ormai « quel
tipo di computer non lo fabbricano più ». Così devi
ricambiare il tutto un’altra volta, ecc. ecc. Oppure ti presenti
al negozio e trovi la cattiva sorpresa di leggere un cartello che
dice: « Il negozio d’articoli per bambini aprira la fine del mese».
E quello di elettronica dev’é finito?
Così
continuo a non decidermi a cambiare il mio vecchio 486,
navigo a rallentatore su Internet, e quando sono stanco di
aspettare i comodi del mio computer,
mi accontento di vogare e di spaziare con la mia fantasia.
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20
- IL LUPO |
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Ai
tempi di mio nonno, quando ancora non esistevano le strade
carrozzabili e tutto si snodava per tortuose vie chiamate
mulattiere, avvenivano casi impensati. Non c'erano più i briganti
ma continuavano ad esistere animali
pericolosi.
Una sera d'autunno, seduto di fronte alla fiamma del camino,
che stava riscaldando un grosso calderone di rame ricolmo d'acqua
appeso alla catena che scende dalla cappa, il nonno iniziò a
raccontare. Io avevo preso il mio posto abituale sotto la cappa,
seduto su una panchina di legno, esponevo le mie gambotte ciccione
al calore del fuoco, e lo ascoltavo curioso, come fanno tutti
bambini…
"Un giorno, di tanti anni fà, rientravo a casa.
Abitavamo quei tempi a Pastina, io ero ancora giovane, vivevo con
mio padre. Dovevo percorrere due volte al giorno la
mulattiera che collega la frazione al centro, ed il percorso
era di una ventina di minuti a scendere al mattino, ma ne occorreva
il doppio alla sera per rincasare… Quella sera d'autunno, piano
piano, ripensando alla giornata trascorsa in negozio, risalivo come
d'abitudine, piano piano, passo dopo passo, cercando di mettere il
piede sempre sulle stesse pietre che conoscevo ormai a menadito, per
non inciampare e per non inzaccherare scarpe e pantaloni. Avevo con
me la mia solita sporta che sera e mattina mi accompagnava lungo il
percorso e che serviva a riportare a casa la spesa che mia madre
ogni giorno mi chiedeva di fare. Il paese si faceva sempre più
vicino al mio avanzare, ma prima di arrivare dovevo attraversare un
folto castagneto di grosse piante con tronchi secolari con grandi
chiome fronzute verdi scure, tremule alla brezza della sera. Appena
la strada si addentrava nel fitto del bosco il chiaro del giorno
svaniva ed il camminare diventava più difficile specialmente per
chi non conosceva il luogo. Gli alberi assumevano pose strane, mi
sentivo attorniato da losche figure
e “fantasmi” neri. Il canto improvviso della civetta, lo
stormire delle fronde agitate dal vento, il fruscio di qualche
animaletto che viveva nel bosco, faceva una certa impressione, ma io
c'ero abituato e non ci davo più importanza; ma le donne quella
strada di sera la percorrevano malvolentieri e solo se accompagnate…".
Il nonno di
tanto in tanto allungava le braccia verso la fiamma del camino per
riscaldarsi le mani, ritraendole
ogni tanto e stropicciandole come se sentisse ancora quei fremiti
che aveva avuto da giovane quando passava per di là.
"Avevo raggiunto
la metà del bosco",
riprese il nonno a raccontare dopo una pausa di riflessione, "quando
d'un tratto vidi ad una ventina di passi da me due luci
fosforescenti, vicine l'una all'altra. D'istinto mi fermai e
sorpreso rimasi immobile cercando di capire di cosa si trattasse".
Il nonno continuava ad allungare e ritrarre le mani dal fuoco,
dondolandosi sulla sedia, faceva delle pause, mi guardava per
scrutare la mia espressione curiosa, poi continuò: "Faceva
troppo buio in quel luogo e senza farmi prendere dalla paura attesi.
Volevo interpretare la misteriosa apparizione e nello stesso tempo
mi spostai lentamente e mi misi a ridosso di un tronco di castagno
al quale stavo per chiedergli protezione".
Forse
il nonno pensava di salire sull'albero, ma non ne ebbe il tempo.
"Ad un tratto”,
continuò il nonno, “intesi
un ringhiare sommesso e tra le due “lucine”
vidi digrignare bianchi denti tra rosse fauci avide di cibo".
Vidi il nonno fare una smorfia di disgusto, riviveva
sicuramente la scena, ma proseguì:
"Mi prese un fremito da capo a schiena,
appoggiato all'albero avevo le spalle protette e non mi persi
d'animo. Anche l'animale nel frattempo si era mosso uscendo
dall'oscurità: riuscii a vederlo chiaramente. Aveva un muso aguzzo,
ampie orecchie erette, uno scuro pellame folto, la coda villosa e
pendente, di tanto in tanto spalancava le fauci per ululare".
Normalmente il lupo vive solitario o a coppie nei boschi e
nelle macchie, dove assale piccoli animali; non si avvicina
all'abitato se non spinto dalla fame. Sappiamo anche che i lupi non
attaccano l'uomo, diventano pericolosi se uniti in branco. Ma oramai
la storia il nonno l’aveva iniziata e doveva terminarla di
raccontare, e così conclue:
“Dal mio rifugio, senza fare bruschi movimenti
riuscivo a controllare le sue mosse, nel contempo estrassi dalla
sporta il giornale che ogni sera portavo al vecchio genitore, accesi
un fiammifero e lo incendiai. Appena
le fiamme divamparono, stesi il braccio in avanti con il giornale
infiammato e saltai improvvisamente verso il lupo gridando e
ripetendo: "Brucia!
Brucia la coda del lupo! Brucia la coda del lupo....".
"L'animale preso alla sprovvista, balzò
all'indietro e se la dette a gambe levate, fuggendo lontano. Tenendo
sempre stretta con la mano sinistra la mia sporta, allungai il passo
continuando a gridare e così sono riuscito ad uscire dal folto
bosco".
Raccontai questa storia agli amici del paese, nessuno ci voleva
credere, era una cosa strana, mai capitata a nessuno. Tutti si
guardavano stupiti l'un con l'altro e si domandavano:
"Il
lupo? Ma quale lupo".
All'indomani, però, tutti coloro che dovevano recarsi fuori del
paese, per lavoro o per affari, partirono armati, chi di fucile da
caccia, chi di runcola, pennato, od altro: a tutti era venuta la sindrome del lupo.
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21
- LA
VOLPE E IL LUPO
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Un
giorno la volpe stava gironzolando attorno ad un podere, attenta
alle mosse del contadino che, entrato nel pollaio, era indaffarato a
raccogliere le uova che le galline avevano deposto durante la notte.
Nascosta in
un cespuglio osservava come avrebbe potuto fare per entrare nel
recinto, dove le grasse gallinelle razzolavano tranquille.
Cominciava a sentire un bisogno molesto di mangiare, ed a questo
punto si ricordò dell'amico lupo. Pensò: “lui
potrebbe scavalcare il reticolato, arrampicandosi dalla parte dietro
del pollaio, e una volta dentro
facilmente lancerà fuori le prede”.
Così pensando, detto e fatto si incamminò alla ricerca del
compare. Non fu difficile alla volpe rintracciare il lupo, così
dopo una mezzoretta la coppia fece apparizione e cominciò a
gironzolare attorno al gallinaio.
"Sai come facciamo?"
disse la volpe al lupo che si era distratto, con la voglia di
gustare quei meravigliosi paffuti gallinacei.
"Come
facciamo? Sbrighiamoci che ho fame".
Rispose
frettolosamente il lupo senza troppo riflettere.
La volpe era
riuscita nel suo intento, il lupo era ansioso di mettere le fauci su
quelle grasse galline che ruspavano ingenue nel pollaio, già si
leccava con la lingua le labbra, aveva l'acquolina in bocca.
"Io ti aiuto a
salire sul tetto del pollaio", continuò la volpe,"poi con
la tua agilità e con l'aiuto dalla pianta di mele che é
all'interno del recinto puoi scendere senza farti troppo notare.
Sceglierai le galline più grasse che mi lancerai altre il recinto
ed io le andrò a nascondere nel bosco qui vicino e ti preparerò un
bel pranzetto che consumeremo indisturbati".
Senza troppo riflettere il lupo, aiutato dalla comare volpe ,in
quattro salti si trovò nel pollaio, e senza troppo scegliere sgozzò
tre galline che gli erano capitate a tiro e le gettò oltre la rete.
La volpe le raccolse e le portò nel bosco che nascose,
sotterrandole in un cespuglio a lei noto.
All'interno del pollaio il lupo affamato cominciò a rincorrere le
rimanenti malcapitate che fuggendo spaventate, svolazzavano in quà
e in là sghignazzando: "Coccodè,
coccodè, coccodè....".
Il contadino dalla stalla intese i versi anormali provenienti dal
pollaio ed afferrato il forcone, con il quale stava rifacendo la
lettiera alle mucche, corse a vedere cosa stava succedendo e perché
le galline erano così agitate. Ben presto si accorse della presenza
del lupo e decise di entrare nel recinto del pollaio per far pagare
a quel malandrino la colpa del suo reato. Il lupo se la vide brutta,
cercò di fuggire da dove era entrato ma la pianta era troppo alta
per risalire e l'amica volpe non si era più fatta viva per aiutarlo
ad uscire.
Il Contadino riusci a rifilare alcune forconate sulle cosce del
ringhiante ladrone, ma poi vide dagli occhi inferociti e dal
digrignare dei denti dell'animale che le cose avrebbero pututo
diventare pericolose anche per lui, e così dischiuse il cancello e
si fece da parte, lasciando uscire l'inferocito lupo sanguinante che
prese a sua volta, zoppicando, la via del bosco.
La
volpe aveva assistito da lontano alle vicende del malcapitato lupo,
ma già aveva escogitato la maniera per sottrarsi alle invettive del
suo compagnone. Prima di nascondere le galline, si era cosparsa la
testa del loro sangue, quindi accovacciata vicino ad un grosso
tronco di castagno, fingeva di sonnecchiare ed emetteva cadenzati
lamenti, tenendo un occhio aperto per controllare i movimenti del
sottobosco Sopraggiunse il lupo con andatura malferma, affaticato si
trascinava una gamba che era stata colpita dai denti del forcone del
contadino.
Il
lupo, quando si trovò faccia a faccia con la volpe, gli venne
d'istinto la voglia di volerla maltrattare perché era sparita e
perché lo aveva abbandonato, ma quando la vide in quello stato
pietoso, venne preso da compassione, dimenticò le sue pene, si
avvicinò alla povera compagna, chiedendole: "Cosa ti é successo comare volpe? Stai perdendo sangue da più
parti della testa".
"Ah!... Ahi!...
Ahimè!..."
rispose la volpe, dando ai lamenti l'espressione di dolore, di
compassione e di rimpianto per quanto era accaduto. Il lupo si
accasciò stanco al suolo, per riprendere fiato e per leccarsi la
ferita, ascoltando la volpe che, con voce volutamente tremante,
narrava a suo modo le vicende accadutegli.
"Quando
sei entrato nel pollaio, io da fuori aspettavo che tu mi lanciassi
le galline".
"Cosa che io ho
fatto",
ribattè il lupo.
"Si,
ma non fui in grado di raccoglierle perché venni sorpresa del
contadino, il quale mi ha malmenato a colpi di bastone".
"Povera volpe"
borbottò tra se e se il lupo. Poi si ricordò che a causa della
malasorte, anche la pancia dei suoi lupachiotti non potrà
certamente riempirsi quella sera, se non si fosse dato da fare
altrove. Quindi riprese le forze e preso dalla fretta, si rivolse
alla volpe in questi termini:
"Ormai
é tardi, devo tornare dai miei piccoli che mi attendono affamati,
io sono ferito ma posso camminare. Ti aiuterò come posso, ti
portero per un tratto sulla mia groppa". Così detto si mise la volpe sulle spalle e lentamente zoppicando, prese
la via del ritorno.
Strada facendo
la volpe continuava a lamentarsi, per ingannare il compare e indurlo
a proseguire, ed ogni tanto, sottovoce aggiungeva: "Arri, arri, per il piano, l'ammalato porta il sano".
"Cosa dici comare
volpe?"
Domandò l'affaticato lupo.
"Nulla, nulla, é
un'orazione per il tempo, affinché si mantenga così sino a
sera", rispose
con voce tremula la birbona.
Dopo altri cinquanta passi, la volpe riprese la sua cantilena: "Arri, arri, per il piano, l'ammalato porta il sano". Il
lupo, per meglio capire, eresse ancor più le orecchie, trattenne il
respiro e si mise attentamente all'ascolto. Aveva ben inteso, la volpe lo stava prendendo
in giro. Le
venne un dubbio, era veramente vero che quella disgraziata si stava
prendendo gioco di lui? Aveva
ben capito? Dubitò
ancora una volta. Percorse un'altro breve tratto di strada ed ecco
che la volpe ricominciò la sua cantilena: "Arri,
arri, per il piano, l'ammalato porta il sano".
"Ah si!",
pensò il lupo affaticato. Stava in quel momento passando sopra un
traballante ponticello di legno che scavalcava un torrente. Dopo una
rapida riflessione si avvicinò al basso parapetto e quando la volpe
si accorse del pericolo che stava correndo, il lupo le disse: "Chi
la fa, l'aspetti", quindi si scrollò dalla groppa
l'imbarazzante peso e la volpe
precipitò nel vuoto, cadendo fortunatamente per lei, nelle
acque del torrente in piena che la travolse e la trasportò lontano,
stordita ma in vita.
C'é
in questa storia una morale dalla quale si deve trarre un
insegnamento che deve valere per tutti. Il proverbio che più si
addice é il seguente: "Chi
va per ingannar resta ingannato".
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22 - LA LUNIGIANA |
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Molti
mi chiedono quali sono le mie origini, altri mi tacciano
amichevolmente di polentone, invece sono semplicemente un
lunigianese. La Lunigiana é una regione storica della Toscana (provincia
di Massa-Carrara) e della Liguria (provincia di La Spezia), che
trasse il nome dalla citta di Luni, antica città etrusca, dal
latino "luna",
la "terra della
luna". Luni, colonia romana sin dal II secolo a.C. ebbe un
porto marittimo importante, forse sulla foce della Magra. Centro di
un vasto territorio, noto per la produzione dei vini e per
l’industria dei marmi, ebbe floridi commerci.
Nel V secolo fu saccheggiata dai Vandali, poi venne invasa
dai Longobardi di Rotari, dai Saraceni e dai Normanni ed ancora dai
Saraceni. Da allora la sua decadenza fu rapida e già ai tempi di
Dante, la romanica Luni non era che un ricordo. L'antica sede
vescovile, fu trasferita a Sarzana. Di Luni ci restano le rovine
della cattedrale, dell'anfiteatro e materiale vario proveniente
dagli scavi archeologici conservati nei musei di Firenze e di La
Spezia.
La Lunigiana comprende il bacino del fiume Magra con i suoi
risonanti affluenti, caratterizza una delle più belle terre
d'Italia, incastonata come una gemma verde, fra il poderoso
Appennino e le svettanti Alpi Apuane. Il suolo prevalentemente
montuoso, raggiunge in più punti i 1.800 metri; per un quarto é a
castagneti, centro di raccolta dei migliori funghi porcini del mondo;
nel fondovalle si coltivano viti, olivi, cereali, é largamente
praticato (almeno lo era), l'allevamento del bestiame (bovini ed
ovini).
La regione assunse il nome di Lunigiana nel secolo XII e
costituì una forte marca (circoscrizione politico-militare a difesa
del confine che aveva a capo un margravio [dal tedesco markgrafl, in
latino marchio e in italiano marchese, donde il nome di marchesato),
in cui predominò il Vescovo di Luni fino al secolo XIV. Vi si
avvicendarono poi Genovesi, Lucchesi, Pisani, Fiorentini, Parmigiani
e Milanesi. Già inserita da Napoleone Buonaparte nel 1797 nella
Repubblica Cisalpina, la Lunigiana nel 1802 fece parte della
Repubblica Italiana che comprendeva la Lombardia austriaca (dalla
Sesia all'Adige), la Valtellina, parte dello Stato della Chiesa (Legazioni
e Romagna) e il Ducato di Modena con uno sbocco sul mar Ligure nelle
vicinanze dell'antica Luni. Dopo il Congresso di
Vienna, 1814-1815, che diede un nuovo assetto all'Europa sconvolta
dalle guerre napoleoniche, la Lunigiana fu ripartita fra il Regno di
Sardegna e i Ducati di Modena e di Parma. Della Lunigiana, il suo
centro storico principale é Pontremoli, ed i comuni che la
compongono sono Aulla, Bagnone, Casola, Comano, Fivizzano,
Filattiera, Fosdinovo, Licciana Nardi, Mulazzo, Tresana, Villafranca
e Zeri. In antico anche Castelnuovo Magra, Sarzana e Santo Stefano
Magra, oggi fanno parte della regione Liguria. La Lunigiana
geograficamente,con i confini attuali, quelli tracciati sulla carta
senza tener conto dei valori storici, é annessa nella maggior parte
alla regione Toscana, e la zona del Sarzanese con l'antica Luni alla
regione Liguria. Naturalmente escludo dalla Lunigiana i Capoluoghi
di provincia di Massa e di Carrara, e tutta la zona littoranea,
che considero regione Apuana.
La Lunigiana é
terra di grandi tradizioni storiche e culturali, poco conosciute e
spesso dimenticate, specie dalla Regione Toscana che ci snobba. Un
recente movimento separatista, chiede sia riconosciuta quata valle e
sia concessa l'autonomia economico-amministrativa con la creazione
della Regione LUNEZIA (nome che stà per Alta Lunigiana).
La Lunigiana, che deriva il proprio nome dall'etrusca e romana Luni,
deve essere annoverata fra le Regioni che hanno determinato il corso
della storia d'Italia. I suoi castelli, una sessantina, Obertenghi e
Malaspiniani, in alcuni dei quali fu ospite Dante Alighieri; le più
suggestive traccie di questa grande iltà testimoniano quanto essa
sia degna di essere conosciuta e meriti di essere amata. I castelli
sono infatti una delle tante vie che conducono alla ricerca ed alla
conoscenza di una terra nobile per tradizioni, dignitosa e generosa
per semplicità e disponibilità.
Il castello é in Lunigiana parte integrante del paesaggio.
La
“Terra della Luna”,
questo luogo per molti aspetti magico e misterioso anche nelle sue
valli più isolate e nei luoghi più remoti, guarda al castello come
ad un punto di riferimento sicuro, ad una rassicurante protezione.
Ogni castello ha tuttavia un suo particolare fascino, una sua storia,
le sue leggende che queste pietre consumate dal tempo non si
stancano di raccontare ad ogni visitatore. Con le grandi migrazioni
etniche, con il passaggio degli eserciti, con le carovane dei
mercanti, sono passate in Lunigiana anche le idee, le arti, gli usi
e costumi.
Il
fenomeno delle statue stele dimostra, al di là del significato
ancora misterioso di questi menhir,
la persistenza di una cultura durata millenni e tuttavia influenzata
nelle sue espressioni da quella delle popolazioni con cui é entrata
volta a volta in contatto. La stessa capacità di assimilazione e di
integrazione nella cultura locale di elementi venuti dall'estero é
dimostrata dalla grande proliferazione delle Pievi, che crescono sui
luoghi degli antichi culti pagani e che portano spesso nel corpo
stesso della loro costruzione i simboli di credenze antiche e
fortemente radicate nella cultura locale.
A Bagnone il Prof. Loris Jacopo Bononi ha restaurato un decadente
castello, quello di Castiglione del Terziere, nella determinazione
di destinare l'antico palatio
di residentia alla funzione civile e moderna di contenitore
documentario, aperto per la secolare cultura di Lunigiana, da
inserirsi nel panorama culturale europeo. L'archivio e la biblioteca
rivestono una notevole importanza per la storia di Lunigiana e per
la letteratura italiana.
Una buona
attrezzatura ricettiva ed un'ottima cucina tipica allietano il
soggiorno dell'ospite, sempre amorevolmente curato. Il centro
culinario della Lunigiana é Bagnone e dintorni, con i soi
ristoranti di vera cucina puramente locale e genuina. Una quarantina
di ricette, tramandate da madre a figlia, fanno parte di un prezioso
patrimonio che non può andare perduto, perché il buongustaio le
apprezza, le assapora, e le pubblicizza.
Come
non organizzare un pranzetto a base di testaruoli o di lasagne
bastarde, come primo piatto; seguito da agnello cotto nei testi, o
da capra con polenta; barbotta e torta di erbe; una fetta di torta
di mandorle oppure una fetta di spongata pontremolese; il tutto
annaffiato di buon vino sangiovese nostrano. Non posso terminare
senza aver parlato degli insaccati locali, culatelli, spalle, coppe,
pancette, salami, mortadelle e salsicce..... e che dire dei formaggi
di mucca e di pecora, rari
ma ancora disponibili per i più esigenti.
Questa é la mia terra, questa é la Lunigiana con la mia
Bagnone, nella sua costumata umiltà, ma con tanto fascino e con
tanto amore.
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| Spunti e dati
storici tratti da: “La Lunigiana e i suoi castelli” dell’Ente
Provinciale per il turismo di Massa-Carrara;
“La provincia di Massa-Carrara” dell’Assessorato al
Turismo; “La strada e l’osteria” Camera di Commercio di
Massa-Carrara; “Lunigiana remota” a cura dei Comuni di Bagnone e
di Villafranca L.; oltre alle ricerche varie fatte da RUGgGIO - 2002. |
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