HOME PAGE Aggiornato il  09-12-2005

 

 

RUGgGIO

 

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Una pubblicazione

 RECENZIONE 

L’autore RUGgGIO, pseudonimo di Ruggeri Giovanni, é originario della Lunigiana e precisamente di Bagnone (Massa-Carrara). Per molti anni, residente a Montréal (Qc), trascorre ora la sua vita di pensionato sei mesi in Italia e sei in Canada.

Scrittore di talento, attraverso vari scritti, ama ripercorrere la storia della sua vita, e con questo spunto si ricorda di essere stato bambino, alle prese con la scuola e con la guerra.  Frequenti nei suoi racconti sono le puntate avanti e indietro nel tempo ad illustrare premesse o lamentare conseguenze di anni cruciali, rifioriti di ricordi e di aneddoti che da nonno a nipote, il padre gli muore che lui era bambino, si sono tramandati. Partigiani e fascisti, bombardamenti e pubbliche esecuzioni si mescolano nella memoria allo squisito sapore delle frittelle di castagne e alle gustose scenette di vita paesana, nostalgica testimonianza di una cultura dimenticata. 

Il suo narrare, ora tenero, ora drammatico, ricco di fascino e di contrasti, come le epoche tumultuose cui fa riferimento; un diario sincero e spassionato, che non teme di dire verità scomode o spiacevoli per la coscienza dei più, e insieme una dichiarazione d’amore per la patria lontana e per la sua terra natia.

L’Editore           

Alcune opere dello stesso autore :  

CINQUANT’ANNI FA C’ERO ANCH’IO

Collana « PARLA UN UOMO » - EDITRICE NUOVI AUTORI, MILANO

IL MIO PAESE  -  Tipografia Reprotech Montréal-  Canada

RACCONTI - - Tipografia Reprottech – Montréal - Canada

FINE DELLE ACQUE PROFONDE  

Edizioni 2000 – Montréal  

www.bagnonemia.it

 

INDICE

  1.  IL RIENTRO

  2. -   MARE NOSTRUM

  3. -   FRANCHIGIA E BOGUE

  4. -   IL NATALE

  5. -   SAN SILVESTRO

  6. -   LA BEFANA

  7. -   VENTESIMO SECOLO

  8. -   VALENTINO

  9. -   CARO 1900

  10. -   IL PONTE

  11. -   UNA GOCCIA

  12. -   LA MERLA

  13. -   MARZO

  14. -   LA "SAN PATRIZIO"

  15. -   COLTIVARE

  16. -   LA FRUTTA

  17. -   L'ULIVO E LA PALMA

  18. -   PASQUA

  19. -   COMPIUTER

  20. -   IL LUPO

  21. -   LA VOLPE E IL LUPO

  22. -   LA LUNIGIANA 

divagando qua e la......

  1 - IL RIENTRO  

 É doveroso esordire su queste pagine, iniziando col ringraziare l'Editore,  per avermi  accettato tra i collaboratori del giornale e per aver concesso uno spazio alle mie chiacchiere. Cercherò di allietare il lettore, restando il più possibile semplice e diretto. Tratterò fatti e fatterelli della vita, cose gaie, gradevoli, che lo faranno certamente sognare, ricordando tempi e gioie lontane.

  Vivo a cavallo tra il Canada e l’Italia e trascorro  un lungo periodo a Saint Leonard e uno altrettanto lungo al «paesello» : come si suol dire « un pò di qua e un pò di là ».  Sono i pochi vantaggi che la vita del pensionato, salute volendo, ci permette di fare, a gratificazione di  una vita dedita al lavoro.

  Da maggio a novembre il tempo vola. La bella stagione mi ha permesso di gioire e godere di tutto quello che la Lunigiana, la mia regione d'origine, possiede.  Dal verde cobalto dell'Appennino, con faggeti, cerreti e castagneti al giallo ocra della valle del Magra, con i campi, i vigneti, gli uliveti, ed i frutteti. Regione verde, nessuna industria.

  Là, lo spirito ritorna  e si sprigiona in me una forza che mi incoraggia ad arrampicarmi per antiche vie acciottolate, un tempo calpestate dai muli, oggi  da escursionisti  italiani ed esteri, alla scoperta della natura,  della montagna e di ciò che si cela tra gole e valloni.  A sera, un pò stanco ma felice della gionata trascorsa nella natura nostrana, mi siedo al desco e mi nutro dei frutti della nostra terra, assaporando un calice di vino genuino delle nostre vigne, che alcuni indefessi e tenaci anziani agricoltori, riescono ancora a mantenere in vita, nonostante l'esodo dei giovani dalla valle, alle zone industriali.

  Dovete sapere che tutto é bello quando si é in vacanza; quando arrivi ed incontri anziani amici, coetanei, con i quali hai frequentato le scuole elementari….  Al saluto si aggiungono presto i pettegolezzi sulle ultime cose accadute durante la mia assenza, sulle cattive notizie riguardanti la morte di un compaesano o più allegre circa la nascita di un raro bambino.  Così piano piano raggiungo la piazza dove tutti si danno appuntamento e non si va a cena se prima non si é giocata una partita a tressette o a scopone.

  Questo é vivere. Ci si realizza, si ritrova la nostra vitalità di un tempo; mentre qui, sei mesi d’inverno sono lunghi da passare. Io con la radio accesa alle mie spalle, di fronte al computer, trascorro le ore della giornata nel sottosuolo della casa dove mi sono creato un piccolo reame, nel quale non entra nessuno. L’unica eccezione é per la mia gattina, che ogni tanto viene a far le fusa, perché l’ho avvezza a carezze.

  Cosi! Tra una chiacchiera e l’altra ho esordito, sperando di poter divertire il lettore, trasportandolo, per cinque minuti, in un mondo diverso, quello dei sogni e dei ricordi. 

 Se qualcuno desidera comunicare con me, può scrivermi indirizzando al Cittadino Canadese, mi farà piacere dialogare con Lui e trattare gli argomenti folkloristici che mi verranno sottoposti. Narrerò con piacere delle tradizioni, canti, leggende, cerimonie, proverbi, giochi e costumi dei nostri luoghi, solitamente anonimi e tramandati solo a parole.

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  2 - MARE  NOSTRUM

La prima settimana é già trascorsa ed eccomi a voi con le mie « chiacchiere », e  come vi ho detto la volta scorsa, ho già ripreso il mio « tran-tran » di vita, dopo un lungo periodo estivo trascorso in Italia.

Il tempo della vinificazione é trascorso, restano però da compiere lavori attorno alla casa, come raccogliere le ultime foglie ed istakllare le protezioni di plastica per le auto. L’inverno é alle porte e la neve, che ha giá fatto la prima anche se languida apparizione un paio di settimane fa, puó sempre venir giú da un giorno all’altro, poi ci ritroveremo tutti nel « lungo letargo » canadese. In casa, intanto, si comincia a parlare di salsicce, olive verdi, agnello, cose che le donne previdenti iniziano ad approvigionare per le prossime Feste di Natale… Noi abbiamo tante consuetudini, ed ogni regione le sue, che cerchiamo qui di conservare, retaggio dei tempi passati, tramandato di generazione in generazione.

Ma purtroppo queste abitudini stanno scomparendo. Me ne sono accorto recentemente in Italia, quando ho sentito dire che ben presto non si troveranno piú certi prodotti locali. Ad esempio il famoso lardo di Colonnata, rinomatissimo per la sua fragranza e sapore, non potrá  più essere commercializzato. Le recenti leggi europee impongono ai fabbricanti di prodotti alimentari un severo controllo, esteso oltre che ai locali, anche agli attrezzi d’uso nella lavorazione. Il lardo di Colonnata, infatti, viene prodotto e conservato in salamoia, contenuto in conche ricavate da blocchi di marmo bianco e rese ermetiche da un coperchio sempre di marmo : fragranza e aromatizzazione del prodotto sono una conseguenza della sua conservazione in tali condizioni. La legge europea non accetta il marmo come materiale igienicamente idoneo. Eppure sono secoli che questo lardo viene così prodotto e commercializzato! Ora, d’un tratto, viene messo al bando, e c’é da giurarci che le diatribe continueranno. A mio avviso, anche per il vino potrebbe presentarsi la stessa problematica : il legno delle botti potrebbe essere comparato al marmo, non vi pare?

Sono venuto a sapere che anche in Québec un agricoltore, che produce un ottimo formaggio artigianale, ha protestato contro una disposizione che obbliga la bollitura o pastorizzazione del latte prima della caseificazione. Il buon produttore contesta quest’obbligo affermando che il suo formaggio non sará più lo stesso se non caseificato con latte crudo. Come la mettiamo?

Ho citato questi casi per dirvi che le tradizioni si perdono e che tutto ciò che un tempo la nonna faceva, oggi non lo si trova più, salvo alcuni casi dove la buona volontà delle nostre spose (che agiscono a memoria) continua a farci gustare manicaretti di una cucina sempre più in via di estinzione.

Ma delle olive verdi non vi ho ancora raccontato. Entra in casa mia moglie, carica come un somaro, perché é lei che si occupa della spesa settimanale. Tra i vari sacchetti di plastica spunta una cassetta di olive verdi, e mentre le estrae, borbotta frasi come : « Vedrai come saranno buone… », e ancora : « Dopo la salamoia ed il condimento con olio e origano, sentirai… ». Trafficava in cucina quando la sentii borbottare : « Ho dimenticato il Sale Nostrum! ».  « Cos’é questa storia? Anche in Canada fanno il sale per condire le verdure, perché non usi quello? » gli risposi. Ma lei mi arguì dicendo : « Non sia mai detto. Ci vuole il sale del mar Ionio, il nostro sale ».

Come possiamo continuare così? E se l’Europa fa chiudere anche le saline a cielo aperto, perché i gabbiani vi scorazzano sopra, come faremo in futuro a mettere in salamoia quelle fragranti e deliziose olive verdi?  

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  3 - FRANCHIGIA E BOGUE

  Il viaggio aereo di rientro dalle vacanze estive, é stato uno dei migliori che ho fatto.  Lagenzia della quale mi servo ormai da anni, ci ha fatto riservare per il ritorno, a nostra sorpresa, due posti in classe business. Ampie poltrone, servizio di bar a base di champagne, menu a scelta, e tanta cortesia da parte delle hostess;  che si sono preoccupate anche dei cappotti che sono stati sistemati in appositi armadi.  Che ne dite? É un bel viaggiare, specialmente per il confort che danno le poltrone tipo lazyboys, sulle quali ci si può veramente distendere e sonnecchiare. 

    Allarrivo, quando si sorvola il Québec, gli agenti di bordo, distribuiscono dei moduli per la dichiarazione da presentare alla dogana canadese. Mi sono accorto che questi stampati sono cambiati, non sono più quelli che usavo ormai da oltre trent’anni.  Questi nuovi  possono essere impiegati per la dichiarazione individualmente o  per più persone contemporaneamente, ed anche per lintera famiglia che viaggia. Al momento della compilazione dello stampato, quando si deve dichiarare il valore dei prodotti che si portano in Canada, sono rimasto confuso, non ricordavo più qualera il valore della franchigia pro capite; nei vecchi formulari era menzionata, in questi nuovi no. Mi sono tenuto nel basso, e alla dogana non ho avuto problemi. Oggi però ho letto che la franchigia, per i viaggiatori che hanno soggiornato più di sette giorni allestero, é stata aumentata a 750 $ pro capite, e che si può portare un litro e mezzo di alcool invece di una pinta americana (litri 1,14), come era prima. Per i viaggiatori é un bene, limportante é ricordaselo, perché non é specificato sui moduli di sbarco.  Complimenti alla dogana canadese che  progredisce, si adegua ai tempi e considera il rincaro ed il crescente costo della vita.

    Unaltro argomento che sento scottante e che rimbalza su tutti i giornali é quello dellarrivo del nuovo secolo. Il 2000, portatore di sventure e di misfatti specialmente se guardato dal lato elettronico. Ma quali sventure e misfatti può arrecare il nuovo centenario, paragonati a quelli che lumanita tutta intera ha subito nel corrente secolo? 

    Circa il bug o bogue che tanto si scrive, sono certo che non accadrà nulla di irreparabile. Tutti sono stati vigilanti ed in questi ultimi mesi hanno regolato, provato e riprovato tutti gli apparecchi elettronici, computers compresi.  Gli istituti di credito, in particolare, si sono preparati e non succederà niente di straordinario.

   É inutile farsi prendere dal panico, ritirare i propri risparmi dalle banche, o passare notti insonni; non succederà assolutamente niente.

    Come la penso io?  Il passaggio dal 1999 al 2000 avverrà come un qualsiasi tramonto ed una qualsiasi alba di un qualsiasi giornopassato. Il sole con i suoi miglioni di anni di vita non si accorgerà assolutamente di compiere un secolo in più. Così si dica di tutta la natura, delle piante secolari e non, degli animali, e per comparazione degli uomini.  Abbiate fiducia, ci ritroveremo il primo gennaio ed il sei, quello della Befana, come stiamo trascorrendo il giorno doggi. La sola differenza tra questa sera e la notte di San Silvestro é il sacrificio di dover bere una bottiglia o due di spumante in compagnia dei nostri cari,  tutti consci di avere un anno in più, tutto quì. Se tutti i mali fossero solo questi…

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  4 - IL NATALE

Il Natale é la più grande festa della Cristianità, con la quale si

commemora la nascita di Gesù Cristo. Sicuramente la data e la liturgia sono di origine romana e viene celebrata il 25 dicembre, lo stesso giorno in cui i cultori di Mitra, dio solare, celebravano il natale del Sole.

Sono tantissime le date liturgiche che si festeggiano in concomitanza ad altre festività di altre religioni. I romani, per diffondere la loro politica e religione, facevano sovente combinare feste e celebrazioni cristiane ad altre. Esempio é la conosciuta Halloween, di origine celtica, che celebrava la fine della stagione e l’arrivo dell’inverno :  si credeva che Tuetatés dio dell’al di là, liberasse le anime dei defunti dell’anno, per permettergli di ritornare un’ultima volta nelle loro famiglie.  Fu così che il rituale romano che onorava ai primi di novembre Pomona, la dea dei frutti, venne rapidamente gemellato al celtico rito del Samhuin perché anch’esso celebrava l’abbondanza dei raccolti.

Il Papa Gregorio I, nel 601, promulgò un celebre editto secondo il quale era meglio cercare di non spodestare i costumi e le credenze pagane, ma di ben servirsene gemellandole ai riti cristiani. Così coincidono le date del calendario liturgico cristiano, il Natale, Ognissanti e il giorno dei Defunti ed altre, con le stesse date dei riti pagani.

Molte delle cerimonie, delle usanze paesane e delle leggende folkloristiche del Natale, hanno origini antichissime. Le rappresentazioni  popolari  ed artistiche della scena del Natale variano nei diversi secoli e luoghi. É sempre stato caratteristico, nei paesi cattolici, l'uso della raffigurazione popolare del Presépio, sostituita nei paesi germanici ed anglosassoni, già da alcuni secoli, con l'albero di Natale.

Presépio o Presepe significa stalla, ed anche la greppia o mangiatoia che sono nella stalla. Nel gergo comune, il termine é usato quasi esclusivamebnte a designare la stalla di Betlemme, dove nacque Gesù, e nella raffigurazione dell'ambiente rappresentativo che costituirono la nota più gentile ed umana del rito cattolico.

Disse San Luca (II, 6) che Maria dovette coricarsi nel presépio di una stalla, non essendoci più alcun posto nell'albergo; ed ivi, sulla paglia, si sgravò del bimbo divino. Da ciò l'uso antico e tradizionale di esporre all'adorazione dei fedeli,  piccoli o grandi presépi,dalla vigilia di Natale all'Epifania.

La rappresentazione plastica della Natività di Gesù si fa risalire a San Francesco d'Assisi, che volle, col suo rinomato presépio di Greccio, rendere più visive e suggestive le funzioni della Notte Santa. Dalle chiese, il presépio entrò nelle case, e raggiunse il massimo nel millesettecento, quando dalla primitiva ingenuità passò alla popolare fastosità. Le statuine di legno vennero sostituite da quelle di cera e poi di terracotta. Una grande produzione artigianale la si ritrova a Napoli, in Sicilia ed in Liguria. La Nataività, l'adorazione dei Magi, i pastori, sono stati soggetto di rappresentazione di tantissimi pittori sacri tra cui Giotto, il Beato Angelico, il Ghirlandaio, Botticelli, Raffaello, Leonardo e tantissimi altri.

Queste note informative, che cercano di ampliare il bagaglio culturale dei lettori, non possono terminare così, arride, se non agiungo il mio personale incoraggiamento a continuare a mantenere vive le tradizioni natalizie, come le conoscete Voi, tramandate dai Vostri Padri, con i costumi consueti, seguendo le liturgie cristiane. 

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  5 - SAN SILVESTRO

In gioventù, la sera di San Silvestro la trascorrevamo tra amici in una sala da ballo. La notte di fine anno ed il periodo di carnevale erano le poche occasioni, che ci permettevano di avvicinare una spasimante, oppure di approffittare dell’occasione per fare conoscenza con nuove ragazze. Durante l'anno invece, il controllo dei genitori sulle figlie era estenuante, severo, impossibile. Ci si doveva accontentare di incontri casuali o di qualche parola che ci si scambiava tra gruppi di amici ed amiche passeggiando lungo la via principale del paese, tenendoci separati gli uni dalle altre. Affiancarsi, poteva diventare un motivo di pettegolezzo, cosa potranno pensare di noi?…  Mentre durante il veglione di fine anno, tutto era tollerato e noi giovanottini, consci della permissione, potevamo quella sera, solo quella sera, ballare con la nostra preferita, stringerla tra le braccia e con la complicità del ballo lento, sfiorarle la guancia, e parlarle d'amore. Il giorno dopo poi ricominciava la solita vita, non c'era più nessuna tolleranza, a meno che uno si decideva a salire le scale di casa della ragazza e chiedere ai genitori il permesso di corteggiare la figlia. A questo punto la cosa diventava seria, ed il retrocedere poi sarebbe stato impossibile. Bisognava pensarci bene, perché dopo c'era solo il matrimonio. Vorrei che queste righe le leggessero anche i giovani, ai quali oggi tutto é permesso e concesso. Non ho rimpianti, non mi si fraintenda. É stata bella anche la nostra giovinezza, avevamo diciott'anni e tutto era gaio e gioioso. La società dell’epoca, ci faceva vivere una vita diversa, impostata su valori atavici, dovuti anche alla miseria del tempo, alla vita sedentaria con le sue limitatezze. Sappiamo benissimo cosa é successo in questi ultimi cinquant'anni. Il progresso economico ed industriale ci ha travolti e ci obbliga a seguire uno stressante modo di vivere che é l'opposto di quello che abbiamo vissuto noi. A mio avviso, é un pò troppo quello che accade oggi, io non riesco ad accettare tutto. Sopporto mio malgrado ed auguro ai giovani che, la vita  che stanno vivendo oggi non sia un rimpianto domani.

Voglio tornare a Silvestro, che fu papa e pontificò dal 999 al 1003. Per puro caso si chiama come il Santo che si commemora il 31 dicembre. Il Papa Silvestro II, di origine francese, Gerberto di Aurillac,  ha portato l'umanità nel primo millennio. Ha dovuto lottare contro le credenze che, per cattiva interpretazione di alcuni passi delle sacre scritture, prevedevano l'anno mille come portatore della fine del mondo.

Io scrivo queste righe prima della fine dell'anno, non vorrei essere uccello del cattivo augurio, ma sono più che certo che il duemila arriverà, come é arrivato il mille, tranquillamente come un giorno qualsiasi.

Non c'é nessun rapporto tra il papa Silvestro II ed il Santo che si commemora il 31 dicembre, é stata una pura coincidenza questa, un'omonomia che é comparsa per puro caso nel trattare l'argomento del millennio. Rimane nelle nostre tradizioni il nome del Santo che lo ritroviamo quando si parla del cenone di San Silvestro, veglione di San Silvestro, notte di San Silvestro, sempre in occasione della fine di ogni anno, tra spari, fuochi d'artificio e tappi che rimbalzano. É pura supestizione, ma si crede che il tappo se cade addosso ad una ragazza nubile, sia portatore di fortuna, così si dice, la giovane troverà sicuramente marito nel corso dell'anno nuovo  ciò dovrà succedere a qualcuna, tanti auguri, e se sarà Lei la fortunata, si ricordi di invitarmi al suo matrimonio, non mancherò. 

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6 - LA BEFANA

Il sei gennaio, giorno detto dell’Epifania, é una festa solenne della Chiesa cattolica. In essa, si commemorano le manifestazioni  della divinità del Messia,  l’adorazione dei Magi, venuti dal lontano Oriente. Nell’uso tradizionale l’Epifania é detta anche  Pasquetta  e dalla « corruzione » del vocabolo Epifania é derivato quello di Befana.

La Befana si é poi via via umanizzata e la tradizione ce la tramanda sotto le vesti di una vecchia donna di buon cuore, che durante la notte dell’Epifania, s’immagina porti doni ai bambini, scendendo per la cappa del camino.

A Firenze, si usava costruire un fantoccio di paglia in abiti da vecchia che il giorno dell’Epifania, veniva portato in giro per le vie della città, ed a sera lo si bruciava per divertimento.

Ricordo un’antica cantilena, mi veniva canticchiata dalla nonna nel periodo invernale : « La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, se ne mette un’altro paio la Befana il sei gennaio ».  Eravamo bambini ed attendevamo impazienti l’arrivo della Befana. Era quella la giornata nella quale si riceveva il premio sul comportamento individuale, mantenuto durante tutto l’anno. Se eravamo stati buoni, la Befana scendendo per la cappa del camino,  ci portava un giocattolo, se cattivi solo cenere, carbone e un bel bastone. Nella calza appesa alla cappa del camino, io ho sempre trovato tutto; un giocattolo, dei dolciumi e l’immancabile pezzo… di carbone. Era la pagella del quarto trimestre, rilasciata dalla famiglia, voleva tutto dire…

Tradizioni che se ne vanno, modificate e trasformate dal consumismo, dal più attraente e ricco Babbo Natale, che capita in un periodo d’acquisti intenso come quello pre natalizio.

Comunque é bene che sia così! Tanto la Befana é una vecchia tradizione, non potrebbe più raggiungere i bambini passando, come un tempo per i camini delle vecchie cucine; oggi non se ne costruiscono più. 

I camini ancora esistenti sono dichiarati inquinanti e verranno ben presto rottamati come le auto. Che mondo!  Pensate che non avremo più il piacere di gustare una buona pizza cotta al forno riscaldato col fuoco di legna perché, é notizia recente, secondo le rigide regole igieniche europee, i forni a legna usati per la panificazione e per le pizze, non sono ritenuti igienici, quindi condannati a sparire.

Povera nonna! Povera cucina nostrana! Continuando così ci troveremo a mangiare cibi precucinati, tutti preparati industrialmente e riscaldati  negli « altri » forni, quelli a micro-onde.

Passata la festa della Befana, la vita riprenderà il suo corso normale, tutto tornerà come « deve »… Un’altro detto testimonia «L’Epifania, tutte le feste si porta via », ci ricorda che dobbiamo riprendere il lavoro quotidiano. I vecchi coltivatori sapevano che dopo le feste, dovevano ricominciare il lavoro dei campi, terminare la potatura della vite, concimare e arare le terre ancora incolte e prepararle alla semina primaverile, perché in Italia la primavera non tardrà molto ad arrivare. Qui invece aspettiamo ancora l’arrivo dell’inverno che quest’anno, per molti, si fa troppo desiderare.

Io non dispero perché giungerà, é certo che in un modo o nell’altro giungerà : non può mica dimenticarselo…

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  7 - VENTESIMO SECOLO

É bello assistere e vivere questi giorni di festa, vedere l’umanità tutta, godere e gioire. Bastano poche cose, organizzate con pubblicità battente, e l’uomo si trasforma, diventa docile, affabile é pronto a divertirsi, dimentico dei drammi sociali che ovunque esplodono  continuamente: guerre, crisi, catastrofi, carestie, epidemie, ecc. ecc.

Abbiamo vissuto, durante la fine del 1999, in ore diverse secondo i fusi orari, momenti di emozione,  commozione e turbamento. Grandi festeggiamenti si sono svolti ovunque per l’arrivo dell’anno 2000, tra botti di mortaretti, fuochi artificiali, balli e brindisi.  In tanti hanno accolto il nuovo secolo, ma lo hanno festeggiato in anticipo. Infatti il nuovo secolo inizierà quando finirà il XX, ossia il 31 dicembre del 2000.

Vi chiederete il perché, dunque cercherò brevemente di spiegarlo.  Si celebrano contemporaneamente due avvenimenti distinti : il Giubileo e l’arrivo dell’anno 2000.

Il Giubileo, presso gli antichi Ebrei identificava l’anno, dopo molti di lavoro, in cui si lasciava riposare la terra. In quel momento, finiva la servitù delle persone che tornavano ad essere libere e a cui venivano riconosciuti o concessi certi diritti da cittadini.  Si voleva forse riparare alle ingiustizie umane; poi questo costume si perse. Con riferimento all’anno giubilare ebreo i Cattolici hanno istituito la solenne indulgenza plenaria concessa dal Pontefice, unitamente a diversi altri privilegi. Nel 1300 poi, il Papa BonifaccioVII proclamò l’Anno Santo, anno di pace e di perdono presso la Chiesa Cattolica, chiamato anche Anno Giubilare. Dapprima veniva celebrato ogni 100 anni, poi ogni 50 e infine regolarmente ogni 25, salvo quelli straordinari proclamati dal Papa. L’Anno Santo si inaugura con l’apertura solenne della Porta Santa nella Basilica di S. Pietro, che viene poi murata alla chiusura dell’Anno Santo. Il periodo é liturgico, per cui la Chiesa stabilisce le date di apertura e di chiusura. La Chiesa é anche libera di stabilire date e proclamare solennemente qualsiasi manifestazione, seguendo un calendario cattolico o ecclesiastico.

Il secolo ed il millennio invece, sono ricorrenze di calendario civile. Non é corretto,  secondo i romani, festeggiare la fine del XX e l’inizio del XXI secolo un‘anno prima, bisogna attendere che il secolo sia completamente trascorso. Un bambino compie dieci anni alla fine del decimo anno, solo allora si soffiano dieci candeline!

La regola che definisce il secolo é la seguente : il secolo comincia con il primo giorno dell’anno le cui ultime cifre sono 01 e termina con l’ultimo giorno dell’anno le cui medesime cifre sono 00.  Il primo secolo della nostra era, ha avuto inizio con il primo giorno dell’anno 1 ed é terminato alla fine dell’anno 100; il secondo secolo ha avuto inizio con il primo giorno dell’anno 101 ed é terminato alla fine del 200.   Così di seguito, sino al ventesimo secolo, che ha avuto inizio con il primo giorno dell’anno 1901 e deve terminare alla fine dell’anno 2000, cioé il 31 dicembre 2000.

Altrettanto valida, ma non applicata, é la teoria matematica sostenuta da esimi studiosi, con la quale affermano e sostengono il contrario. Un Kilogrammo, un metro, ecc. lo sono subito dopo il 999. Quindi?

In fondo,  é bello perché ripeteremo la festa l’anno prossimo, magari apportando le correzioni agli errori e alle dimenticanze commesse o tralasciate quest’anno. Spero di essere stato abbastanza chiaro e che tutti abbiano ben compreso il concetto. Devo  ringraziare l’amico Nino D. che mi ha delucidato e fatto ben capire il semplice meccanismo di calcolo del « passaggio », che ai più é forse passato inosservato.

Concludendo, l’anno Duemila, fa ancora parte del secolo Ventesimo ed il Ventunesimo  avrà inizio solo l’anno prossimo. 

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  8 - VALENTINO 

Valentino é ed era il nome che, le giovani ragazze, usavano dare al loro cavalier servente ogni volta che la fanciulla lo sceglieva per partecipare ad una festa mondana. In certe regioni il "Valentino" era orgoglioso di essere stato eletto ad accompagnare la damigella, e per questo aveva l’obbligo di offrire un presente alla giovane che lo aveva prediletto. Questa usanza si é conservata ed era praticata in certe contee d’Inghilterra, il 14 febbraio, giorno di San Valentino, ed é poi diventata  e riconosciuta mondialmente, come la festa degli innamorati.  

Perché Valentino, il "cavalier servente", lo si festeggia proprio il 14 febbraio?  L’origine é puramente popolare. Siccome il 14 febbraio la Chiesa commemora San Valentino, prete italiano incarcerato perché rifiutò di abiurare la sua fede, e che fu martirizzato verso il 270 d.c.,  se ne desume che la coincidenza della data sia unicamente onomastica.

Non é giusto, a mio avviso, commemorare nelle sale da ballo il San Valentino, sarebbe sufficiente e più consono festeggiare il Valentino : lui, con la santità, non ha niente a che vedere.

A Torino, importante é il castello del Valentino, che da il nome ad uno dei più ameni giardini d’Italia. Luogo frequentato dalle coppiette di giovani innamorati. A questo parco é stata dedicata una nota canzone agl’innamorati. Una frase : «Ricordi quelle sere passate al Valentino col dolce studentino che ti stringeva sul cuor?».

Ma neppure questa mi sembra la direzione più logica per scoprire l’origine della festa di Valentino. Non restano molte alternative, l’unica e la più valida rimane quella anglosassone.

Oggi il commercio ha creato tutta una strategia di mercato attorno alla festa di Valentino : i cuori rossi, l’Eros, palloncini colorati, carte d’auguri con frasi d’amore, e tante altre cianfrusaglie.

Eros, é importante citarlo. Dio greco dell’amore, fanciullo alato, capriccioso e scaltro, crudele e spietato (come l’amore), armato di arco e frecce per colpire i cuori affranti, si trastulla volentieri con le sue vittime.

Attenzione signorinelle, Eros é maschio, un birbantello; non lasciatevi intrappolare, siate attente, la furbizia é volpe al femminile.

La mia ricerca termina qui, un pò scialba ma spero sufficiente per aumentare la conocenza su questa nuova festa, resa davvero popolare nell’ultimo cinquantennio.

A tutti i giovani, ed in particolare a coloro che sono innamorati cotti, buona festa e tanti auguri. Divertitevi, e come declama il grande poeta Giacomo Leopardi, anch’io concludo : 

«Tutta vestita a festa la gioventù del loco lascia le case, e per le vie si spande; e mira ed é mirata, e in cor s’allegra».

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   9 - CARO 1900

Attendevo, assieme ai famigliari, lo scoccare della mezzanotte. Avevo la bottiglia tra le mani con il tappo già allentato, per far coincidere il botto dello spumante con l’ora zero,  ed ecco il 2000…. Boom!  Mi affrettavo a versare il contenuto della bottiglia nei calici, già pronti in mezzo al tavolo quando, e non lo nego, ho avuto un attimo di fremito. L’anno 2000 mi ha messo nostalgia! Caro, vecchio 1900, perché mi fuggi via?           

Tra i brindisi e gli auguri, alcune lacrime sono scese furtive a bagnarmi le gote. Lacrime amare che mi hanno fatto immediatamente ripercorrere, in poco tempo, tutto il mio passato. Nel 1900 sono nato, ho trascorso la mia giovinezza, mi sono innamorato e sposato, ho avuto due figli, ho sgobbato, ho avuto gioie e malanni, un secolo caro che se ne va.          

Non posso datare col 2000, sarebbe tradire un caro passato che é tutta la mia vita. D’un tratto un abbraccio ed un bacio sulla guancia mi riportano alla realtà. « Auguri papa, il 2000 sia portatore di gioia, di salute e di felicità per te e per tutti! ». « Grazie, altrettanto a te ed a voi tutti, brindiamo… ».

Ma la nostalgia resta, come si può dire addio con noncuranza al secolo che ha rivoluzionato il mondo? Come si possono chiudere quelle pagine di quel volume così consumato? Io preferisco continuare e scrivere la mia vita dando seguito alla vecchia agenda, senza usare un nuovo libro.           Il 2000 lo accetto perché é logico e matematico, ma non potrò differenziarlo dal 1900 che é la parte fondamentale della mia avventura umana. Nel 2000 continuerò ad invecchiare, che resta ancora il solo mezzo per… vivere a lungo. No, non sono pessimista anzi : sono realista.

Perché realismo é ricordare il 1900 come il secolo più travagliato e al contempo più interessante della storia del genere umano. Certo, ci sono stati gravi periodi di tragici eventi, ma il buon senso ha sempre prevalso e l’uomo é riuscito costantemente a risollevarsi maturando da ogni esperienza quanto necessario per migliorare le proprie condizioni di vita.

Nel  2000 cambierà qualcosa? O abbiamo ottenuto tutto? Riusciremo a fermarci e a godere di quanto abbiamo?  Forse sarebbe il momento di accettare quanto abbiamo, questa é manna che la Terra ci dà.

L’egoismo é la tendenza a cercare il piacere ed a fuggire il dolore, é istintiva nei bambini e nei selvaggi. Se questa tendenza persiste nell’età successiva, quando la convivenza sociale dovrebbe indurre a conciliare gli interessi propri con i diritti degli altri, il soggetto diviene « antisociale ». 

Speriamo che i nostri governanti comprendano questo principio basilare e si adeguino alle esigenze della vita.

Ma anche questa é solo un’utopia, difficile da realizzare perché ha più origini nella fantasia che nella razionalità. Si può cambiare la mentalità ipso facto, come si fa con la data del calendario, dal 1900 al 2000?

Continuerò a scrivere la mia vita in quel vecchio libro, senza dare enfasi al nuovo 2000 che, non potrà essere altro che la continuazione del mio passato, del mio caro antico 1900…

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  10 - IL PONTE

Non ho mai avuto un’esperienza diretta, ma per sentito dire, amministrare é difficile. Diventa ancor più difficile quando le parti non vanno d’accordo, quando c’é contrasto, e quando le opinioni sono tante. L’intesa non é sempre facile da trovare, ovunque la si cerchi : in famiglia, nella società, in politica. L’amministrare diventa paradossale quando si vuol trattare la cosa pubblica.

Basta ossercvare il pandemonio che ha suscitato la proposta governativa di cambiare il nome al ponte Papineau-Leblanc dedicandolo a Pietro Rizzuto.  Per fortuna, questa volta la manovra é partita dal governo, forse con l’intenzione di accattivarsi la simpatia italofona, o almeno di quell’uno per cento necessario per raggiungere il quorum referendario, oggi mancate. Ma, come si dice: non tutte le ciambelle escono col buco, anche tra i governanti non c’é stata intesa. Ora la colpa si cerca di affibbiarla alla Commissione di toponomastica, che a detta del ministro, signora Beaudoin, ha deciso senza  averla interpellata e di non aver ascoltato prima la sua opinione in merito.  La Commissione composta da sette membri, a detta del ministro responsabile, non é un gruppo omogeneo di quebecchesi francofoni, «pura laine »,  ma di personalità provenienti da diversi orizzonti.

É strano che il dibattito sia avvenuto dopo che la Commissione ha preso la decisione. Dopo tante polemiche, accuse, dibattiti, proposte e contro proposte, tutto é tornato punto e a capo… E ci siamo dovuti sorbire il solito voci ferare che il senatore Rizzuto merita molto di più  e di meglio per onorare la sua memoria. 

Promesse! Promesse! Promesse….. Mi sembra di rivivere l’immediato dopoguerra, erano i primi comizzi e per attirare la simpatia dell’elettorato, i vari attivisti  promettevano qualsiasi cosa. Durante uno di questi, un tale, preso dalla foga oratoria, promise la costruzione di un nuovo ponte.  Una voce si levò dall’uditorio : « Ma che dice!  manco lu fiume ci sta! » L’oratore non si diede per vinto e continuò : « Non si preoccupi, realizzeremo anche il fiume ».

Come dicevo all’inizio, non é facile amministrare, e non é facile neppure inghiottire il rospo e chinare il capo di fronte a certe realtà che sovente hanno  l’amaro in bocca. 

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  11 - UNA GOCCIA

Ogni stagione ha i suoi frutti ed ogni età i suoi malanni. ho dovuto ricorrere alle cure di uno specialista in oftalmologia. Ho chiesto l'appuntamento per una visita e questo l'ho avuto per una data con un'attesa di tre settimane.

All’ambulatorio, prima di incontrare il medico, ho dovuto subire l’interrogatorio della segretaria che mi ha informato che per passare la visita dello specialista, occorre applicare una goccia di medicinale per far dilatare la pupilla. Per questa specialità farmaceutica, l’assicurazione sanitaria non copre più il suo costo, devo sborsare subito cinque dollari.

Che fare? Pago i cinque dollari, e ricevo una goccia nell’occhio. Dopo un’attesa di circa mezzora, mi riceve lo specialista il quale mi conferma quello che già sapevo, che devo subire un intervento chirurgico.

Per l’intervento mi hanno messo in lista  di attesa : « non si sa quando, un giorno la chiameranno », é stata la risposta della segretaria del medico. E così sono ritornato a casa.

A casa ho cominciato a pensare ed a riflettere.  Una goccia cinque dollari!  Nella bottiglietta ci sono almeno cento gocce,  totale cinquecento dollari.  Ho chiesto al mio farmacista cosa costano e mi ha detto che il prezzo di vendita é di trentacinque dollari il flacconcino.

Mia nuora ha avuto un bambino e ha dovuto portare con se anche i pannolini per cambiare il neonato; l’ospedale non li fornisce più. Immagino che amche gli altri reparti ospedalieri avranno dato tagli a destra ed a manca, a danno del contribuente che già ha pagato questi servizi. I funzionari cercano di aggiustare i bilanci per far tornare i conti, togliendo servizi e facendoli ripagare una seconda volta in modo obliquo. Inutile polemizzare, se i pannolini, le gocce, ed altro una volta venivano forniti ai degenti, dall’ente ospedaliero o dal medico, vuol dire che tali spese erano previste in bilancio e quindi alimentate dai contribuenti. Tagliare i servizi significa far pagare una seconda volta il cittadino per le medesime cure.

Non si migliora certamente, si stà andando controcorrente. A forza di tamponare, una volta con i pannolini, una volta con le gocce,  ecc. si arriverà al massimo della tensione, dopo di che, la corda si strapperà ed allora sarà troppo tardi per rimediare. Quella attuale e una corsa allo sbaraglio, ogni nuovo ministro inventa, cerca solo di tirare avanti alla meglio, sino a fine mandato; chi verrà dopo, inventerà dell’altro.

Ed io, l’intervento quando lo avrò?  Sono bloccato, non posso permettermi di programmare niente, non posso allontanarmi da casa, posso essere chiamato dall’ospedale da un giorno all’altro e se non sono presente salto il turno. Un mio conoscente, dopo una lunga attesa, a deciso di informarsi e si é sentito rispondere che alla chiamata non c’é stata risposta, é stato dimenticato ed ha dovuto rimettersi in lista una seconda volta. Non può continuare così, siamo degli schiavi del sistema, un sistema che ci fa vivere male, mentre un pò di buona volontà da parte di tutti potrebbe servire a ridimensionare le disfunzioni e riportare la quiete nella società ridandole speranza di una vita serena, perché quella che  stiamo vivendo va degradando giorno dopo giorno.

Qualcuno mi ha suggerito all’orecchio : « E se quelle gocce fossero dei campioni per i medici? » Possibilissimo, niente di strano, ci guadagnerebbero trentacinque dollari in più.

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  12 - LA MERLA 

Siamo già alla metà di febbraio, l’inverno se ne va con i suoi malanni, e si comincia a sentire l’arrivo della primavera, anche se si dice che « qui non c’é ». In Italia, i giorni più brutti sono stati quelli « della merla », gli ultimi tre di gennaio, ritenuti i più freddi dell’anno.  Perché sono detti i giorni della merla?  La locuzione deriva da un racconto popolare in cui si narra di una merla che, credendo terminato l’inverno in concomitanza con la fine di gennaio, uscì dal suo nascondiglio ed andò a fare il nido sul comignolo di un camino. Dopo tre giorni di gran freddo, il camino fu riacceso. Da quel giorno, dice la storia, i merli hanno piummaggio nero, da bianco che era in origine…

Il due febbraio é stato il giorno della Candelora, denominazione popolare della festa cattolica della purificazione di Maria e della presentazione di Gesù al Tempio. Tale festa detta anche Candelaia o Candelara, sembra risalga al primo medio evo ed é caratterizzata dalla benedizione delle candele che i fedeli conservano per accenderle poi davanti alle immagini sacre in particolari contingenze.

Al mio paese,  valevano i detti popolari e per la Candelora, si recitava : « Se nevica o se piova dell’inverno siamo fora, ma se é sole o solicello siamo nell’invernerello ».

Da quando sono in Canada, invece, ho imparato a contemplare le sagge marmotte, che per la Candelora escono puntualmente dal loro nido, ed esperti « osservatori » predicono il futuro da questo segno della natura. 

La predizione può variare a seconda che l’animale  proietta o meno la sua ombra. Quest’anno mi sembra ci sia stata intesa unanime tra le tre grandi marmotte nord americane : quella del Quebec, quella dell’Ontario e quella degli U.S.A. Tutte e tre hanno visto la loro ombra, perché la giornata era soleggiata, ed i vari Manitu hanno così predetto che l’inverno si protrarrà per altre sei settimane.

Perché, forse si é già verificato il contrario?  Se fosse stato nuvoloso il due febbraio, oggi sarebbe primavera? Credo poco a queste « predizioni » canadesi. Fino a maggio amici miei bisognerà starsene rintanati nel basement ad attizzare il fuoco e pensare ai bei, vecchi tempi passati.

Intanto, mi diverte la diatriba sorta tra la stampa francofona ed il ministro della Sanità circa la costruzione del maxi ospedale universitario, dei suoi costi di realizzazione e dei problemi di ubicazione.

Non vorrei intervenire più di tanto, ma una cosa la devo dire. La devo dire perché sono stato, in passato, chiamato in causa per la decontaminazione di un terreno, ex garage municipale, sul quale é stato costruito un  parcheggio per le auto dei visitatori agli ammalati ricoverati in un ospedale della riva sud.  Sembrava una sciocchezza togliere quella terra contaminata, da poche gocce d’olio di lubrificazione delle macchine.

Solo dopo ci siamo accorti del danno. Analisi, contranalisi, perizie di esperti, rapporti, autorizzazioni e permessi ministeriali, perdite di tempo a non finire.  In fine, l’unico sito per poter scaricare i detriti si trovava a casa del diavolo, ed i diritti di discarica, per quel tipo di materiale contaminato, sono costati una fortuna.

Stia attento il ministro, é meglio prevenire che guarire, é meglio fare i conti con l’oste per non avere brutte sorprese. Abbiamo mille esperienze che al termine sono costate molto più del previsto e che tali oneri  sono caduti tutti sulle spalle del povero Pantalone che da buon contribuente,  continua a pagare questi errori, ormai da oltre un trentennio. 

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  13 - MARZO

Il più bel mese dell’anno, per me, é marzo. Il mese del  ritorno alla vita, il mese della primavera, il mese di carnevale. La natura tutta si divincola, si scuote,  i ghiacci si sciolgono e gli alberi si liberano dalla morsa invernale. L’attività vegetativa riprende e rigermoglia a  nuova vita.

Così é la natura, si spegne in autunno e si riaccende in primavera; ogni anno si ripete sino a che vita ci sarà. E noi, che facciamo parte di questo contesto, subiamo gli umori della natura, ci rattristiamo in autunno, e ci rianimiamo in primavera. In Italia la primavera meteorologica comprende i mesi di marzo, aprile e maggio; il giorno aumenta, le temperature medie salgono, é la stagione delle semine. Qui invece dobbiamo subire il volere  e gli umori della Baia di Hudson.  Quando il clima inizia a riscaldare sotto l’influsso delle correnti calde provenienti dal golfo del Messico o dalle Indie Occidentali,  d’un tratto la Baia di Hudson si allea con la Baia di Baffin e ci scaraventa addosso una soffiata d’aria a meno qualche grado, ed annulla tutto il lavoro dei venti tropicali. Peccato che le Montagne Rocciose siano sorte in direzione nord-sud, se fossero state orientate est-ovest, questo paese sarebbe sicuramente stato un paradiso terrestre.  Pazienza, purtroppo dobbiamo accettarlo, é un « errore » fatto la Natura, anch’essa non é perfetta… Alcuni anni fa, la Baia di Hudson si era « addormentata », a marzo é scoppiato il caldo, tutte le piante avevavo iniziato precocemente a germogliare.  Ma quando la Baia di Hudson si svegliò, ci fu un forte abbassamento della temperatura e tutte le gemme gelarono con danni enormi all’agricoltura. Sono cose che capitano in Canada, in un paese vasto ed enorme come questo, confinante al nord con il mare Glaciale Artico, il solo baluardo che ci separa dal polo Nord.

Alcune informazioni su marzo, la cui origine del nome deriva dal dio Marte, al quale era dedicato. Anticamente era il primo mese dell’anno,  poi, con la riforma del calendario attuata dai romani, gli vennero preposti gennaio e febbraio. Marzo é un mese meteorologicamente instabile e dalla sua  volubilità sono nati parecchi proverbi, tra i quali : Marzo pazzerello, un giorno brutto e un giorno bello.  Oppure : Marzo pazzerello, vedi il sole e prendi l’ombrello.  Due sono le feste religiose importanti, il 19 San Giuseppe ed il 25 l’Annunciazione.

L’azzuro del cielo, il sole che comincia a riscaldare l’aria, gli uccellini che escono dal loro nido, mi fanno pensare e vivere il mio « borgo » in fiore, del quale odoro le profumate mimose, ammiro i mandorli che a marzo sono i primi a fiorire, e non vedo l’ora di salire sull’aereo per tornare, come ogni anno, alle mie origini.

E come il grande Leopardi nella sua poesia « L’infinito », anch’io me ne ispiro:

«… Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar  m’é dolce in questo mare».

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  14 - LA "SAN PATRIZIO"  

É stato durante una ricerca realizzata tempo fa, per approfondire sulla tradizionale festa della Hallowine, che ho scoperto per la prima volta San Patrizio. Si, mi riferisco a San Patrizio, il protettore dell’Irlanda, che si festeggia il 17 marzo. C’é un collegamento celtico tra l’Halloween e San Patrizio, una festa l’Halloween, una tradizione che viene accettata dalla  religione cattolica e di cui San Patrizio si  serve sapientemente per diffondere il Vangelo tra i pagani.

Durante la loro espansione territoriale, i Romani vollero imporre le loro leggi e la loro religione, ma urtarono contro una credenza ed una pratica rituale (detta pagana), solidamente ancorata al cuore della cultura e dell’anima celtica. Inoltre la romanizzazione non é riuscita a « soggiogare » oltre certe frontiere; risultò fattibile sul continente e negativa sulle isole. La dove l’espansione romana si é arrenata, il cristianesimo ha « sfondato » meglio.

Patrizio, di origine brettone-romanizzata, si racconta che sarebbe stato rapito, all’età di sedici anni, dai pirati che lo hanno portato schiavo in Irlanda, e ceduto ad un Druido (sacerdote celtico) che lo avviò alla pastorizia. Fuggito e rientrato in Gallia, seguì una solida formazione religiosa alla scuola di Saint Germain in Auzerre, dopo di che, per i buoni risultati culturali e oratori, é stato incaricato dal Papa Celestino alla conversione del popolo irlandese, allora pagano. I due simboli della Repubblica Irlandese, l’arpa celtica ed il trifoglio, ci ricordano : il primo il passato gaelico ed il secondo le origini cristiane. É infatti grazie a questa foglia trilobata che, secondo la leggenda, San Patrizio avrebbe spiegato ad un re pagano il mistero della Santa Trinità e lo avrebbe poi convertito al cristianesimo. La tradizione pone San Patrizio, l’evangelizzatore del paese, intorno al V secolo d.C.    É interessante capire l’azizone di evangelizzazzione messa in pratica da San Patrizio. Il Santo arriva in Irlanda due secoli dopo che la cristianizzazione aveva toccato l’Inghilterra ed inizia con la conversione precoce di alcuni druidi, re o capi di clan; il popolo li « seguirà » spontaneamente. L’evangelizzazione non trova resistenza, l’Irlanda é la sola nazione a non avere Santi martiri. Tutto questo per dare un certo tono storico e religioso ai valori del Santo, ma quello che avrei voluto narrare e che probabilmente non ci riuscirò, é la San Patrizio americana. La grande parata carnevalesca che si svolge contemporaneamente in diverse città nord americane. Quando ho assistito, parecchi anni fa, per la prima volta alla sfilata sul boulevard Dorchester a Montreal, mi sono chiesto cosa volesse significare. Io che ero abituato festeggiare i Santi in processione…  C’erano tutti gli irlandesi, in camicia o sciarpa o basco verde, colori dell’Irlanda, ai bordi della strada a festeggiare. Alla sfilata partecipavano tutti, persino i pompieri della città, autopompe comprese, poliziotti, autorità, fanfare e majorettes; una marea di folklore.  Poi mi hanno spiegato che,  come nella costruzione sono gli italiani a predominare, così tra i pompieri ed i poliziotti sono gli irlandesi ad avere le loro prorogative da generazioni lontane.

A questo punto ho capito tutto, altro non mi resta che fermare quì la mia ricerca, sperando che  per la festa della Cristoforo Colombo organizzata dagli italiani, si facciano partecipare anche le ditte Francon e Miron con tutte le loro autobetoniere e perché no, chiedere anche alle municipalità di Saint-Léonard, di Montral Nord, La Salle e Verdun di aderire con il loro parco macchine così come i dipendenti, quasi tutti italiani, impiegati nei lavori di edilizia municipale.

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  15 - COLTIVARE

L'uomo primitivo non conosceva gran cosa, quindi non coltivava la terra, viveva alla giornata. Quando sentiva la fame si nutriva di quello che gli capitava sottomano, secondo l’istinto; faceva così le sue scoperte culinarie giorno dopo giorno. Si nutriva dei prodotti della caccia e si spostava continuamente seguendo la selvaggina e spogliando dei loro frutti le piante che crescevano spontaneamente. Quando trovava una regione favorevole, ricca di prodotti naturali e di selvaggina, si stabiliva in caverne e riusciva ad accoppiarsi ed a procreare. Fu uno di questi cacciatori fissi, che scoprì l’agricoltura. Stando per più tempo nello stesso luogo, notò come le piante dessero frutti periodicamente e costantemente. Un giorno seppellì semi di cereali, per proteggerli dall’appetito degli animali e dei suoi simili. Se li dimenticò e quando gli tornarono in mente, trovò delle piante uguali a quelle da cui aveva tolto i frutti ed i semi. Ecco il segreto della magia! Bisognava affidare quei semi al grembo della terra. Era nato quel giorno il primo vero agricoltore.

Da allora, l’uomo ha inventato tutto, il primo strumento agricolo fu la zappa, attrezzo di legno che serviva per scavare piccoli solchi ove interrare i semi. Poi venne inventato l’aratro, era l’età del bronzo. Le prime tribù agricole organizzate, dividevano il terreno in due parti, una comune a tutti i membri della tribù ed adibita a pascolo, l’altra suddivisa fra le varie famiglie. 

Già tremila anni prima di Cristo, sappiamo che erano in uso la concimazione e l’irrigazione. Per millenni, l’agricoltura rimase praticamente allo stesso livello. Nel Medioevo, ci fu il peggior periodo per l’agricoltura, che ripiombò alle condizioni della preistoria. Nel Rinascimento si dette nuovo impulso all’agricoltura, bonificando terre sino ad allora incolte. Merito di alcuni ordini religiosi (i Cistercensi) che si preoccuparono di istituire nuove leve di contadini. Questo impulso fu continuato dai governi delle repubbliche e delle signorie di Venezia, Siena e Ferrara. Grandi bonifiche furono fatte nel Lazio per volere dei Papi.

All’inizio del XIX secolo, il progresso dell’agricoltura cominciò la sua grande corsa in avanti, quella che dura ancora oggi. Nella metà dell’ottocento sono cominciati i primi studi dell’agronomia scentifica. Chimici e agrari si resero conto che l’agricoltura non poteva essere lasciata alla sola iniziativa dei contadini che si basavano su criteri obsoleti ed atavici. Furono allora inventati i concimi chimici, cioé sostanze create per rendere fertile il terreno più del concime naturale; e i disinfestanti, con cui si difendono le coltivazioni dall’attacco dei parassiti. Sempre in questo secolo si mise in atto la selezione delle sementi, con incroci adatti  a far nascere nuove razze di cereali, legumi e foraggi. Con l’inizio del XX secolo, l’agricoltura ha fatto passi da gigante grazie alla meccanizzazione. I primi trattori erano grosse e buffe macchine a vapore. La più grande rivoluzione fu segnata dall’invenzione delle macchine multiple. Mentre l’uso dell’energia atomica, applicata per la crescita rapida e fiorentissima di molte piante, si verificherà nociva alla salute dei consumatori, come nocivi e dannosi si verificano i concimi chimici e i disinfestanti.

Nel prossimo capitolo, tratterò della frutta e della verdura e vedremo l’incidenza che hanno i prodotti chimici  sulla  crescita e sulla conservazione degli ortaggi.

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   16 - LA FRUTTA          

 Una signora entra in un supermercato, si reca nel reparto frutta e verdura, poi esclama : 

« 99 ¢ la libbra? (99 centesimi al mezzo chilo circa) Queste mele sono troppo care!». 

« Ma sono perfette, signora, senza un difetto, sono squisite. Se lei vuole risparmiare prenda quelle la!  Le ha prese anche la settimana scorsa. Sono un po’ bruttine, ma sono ugualmente buone», risponde il commesso.

« Non direi », replica la signora, « non solo avevano delle piccole croste sulla buccia e delle macchie dentro, ma erano anche piuttosto amare. »

Dialoghi come questo se ne sentono spesso nei negozi. Probabilmente né il fruttivendolo, né la massaia sospettano che quelle macchie, quelle crosticine, e quel sapore amaro, dipendono dalla mancanza di un elemento chimico abbastanza raro : il boro.

Perché vi dico questo? Perché in agricoltura, ad ogni minerale il suo compito. In una pianta troviamo circa quaranta minerali che vengono adoperati nella loro complessa officina,  ma non tutti sono impiegati nello stesso quantitativo.  Ce ne sono di maggior consumo ed altri che vengono utilizzati con una certa parsimonia. Ad ogni pianta bisogna fare un’analisi individuale per conoscere gli elementi che ha assorbito nel suo ambiente e che hanno servito a costituire la sua molecola. La Pianta ha quindi bisogno di cibi minerali che assorbe tramite le radici, mentre l’ossigeno e l’anidride carbonica l’ assimila attraverso le foglie. Ogni minerale il suo compito e la quantità assimilata per ciascono di loro é differente ma tutti sono importanti. Non esiste un minerale più importante  o più necessario di un altro, perché tutti hanno una loro funzione precisa. Se ne manca uno la pianta presenterà un certo difetto, se ne scarseggia un altro sarà colpita da una certa malattia. Come il medico per l’uomo, il botanico per la pianta é in grado di determinare la mancanza dell’elemento dall’effetto sul suo sviluppo vegetale.  Infatti : la mancanza di fosforo, le foglie ingialliscono, la pianta non si riproduce; la mancanza di azoto, lo sviluppo é stentato, la funzione clorofilliana é ridotta; la mancanza di potassio, la crescita é irregolare, le foglie son chiazzate; la mancanza di zinco, le foglie si arricciano, i frutti sono piccoli; la mancanza di ferro, le foglie perdono il loro colore, infine seccano e cadono; etc. etc. ve ne sono circa quaranta di elementi minerali interessati. Quindi le piante trovano il loro nutrimento nell’aria e nel terreno. Per mezzo delle foglie esse possono utilizzare l’ossigeno e l’anidride carbonica; per mezzo delle radici assorbono dal terreno l’acqua ed i sali minerali in essa contenuti. Con questi cibi esclusivamente minerali ogni vegetale può costruire le proprie molecole organiche con le quali formare i propri tessuti. Soltanto le piante hanno questa meravigliosa capacità di fabbricarsi il cibo con i semplici elementi minerali. Gli animali invece si nutrono di vegetali, quindi con cibi organici.

Una buona concimazione del terreno con materie naturali tipo letame, con l’aggiunta di alcuni elementi base d’origine minerale (la cenere del camino é sufficiente), bastano per creare un terreno capace di nutrire le piante da giardino o da orto. Tutti i prodotti chimici servono solo ad avvelenare. Avvelenare le piante significa avvelenare gli animali quindi l’uomo. Il classico esempio di avvelenamento botanico sono le « pioggie acide ».Quindi, mi raccomando, concimate con il classico letame, aggiungete la cenere della legna arsa durante l’inverno, annaffiate regolarmente ma non troppo, otterrete dei profumatissimi  e saporiti pomodori che faranno la delizia del vostro palato, senza essere invidiosi del vicino che ha vinto il premio per il più grosso zucchino, perché lo ha nutrito con i fertilizzanti chimici artificiali.

Mangiate sano e buon giardinaggio.  

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17 -L'ULIVO E LE PALMA

La domenica che precede immediatamente la Pasqua, che dà inizio alla Settimana santa é detta Domenica delle Palme o Domenica dell’Olivo.

La Domenica delle Palme ci ricorda l’ingresso trionfale di Gesù Cristo in Gerusalemme, e dà inizio alla Settimana santa. Con rito che risale al Medio Evo, in tale giorno si usa portare in processione i rami di olivo e di palma benedetti, che poi si conservano nelle case.

Tutti i popoli che si sono trovati in zone dove l’olivo prospera, hanno attribuito a questa pianta le qualità più preziose e l’hanno usata come simbolo di pace. Ancor oggi nella tradizione cristiana l’olivo é un segno di fede e fratellanza.

L’alta considerazione in cui si tiene l’albero d’olivo é certamente giustificata; ci offre uno dei prodotti più saporiti e nutrienti della nostra mensa, l’olio. Inoltre é una pianta umile e generosa, ha una vita secolare,  può vivere anche di poco, cresce persino sulla roccia quasi nuda. L’unica condizione indispensabile per la sua sopravivenza é che il clima non deve mai essere eccessivamente freddo, odia il gelo.

La « patria d’origine » dell’olivo é l’Asia Minore, dove tuttora esistono vaste foreste di olivo selvatico spontaneo. Probabilmente la pianta venne introdotta dall’Asia Minore in Grecia, da cui si diffuse in occidente. L’olivo é una pianta tipicamente viva in tutta l’area mediterranea, cresce infatti in tutta o quasi tutta la larga fascia littoranea che fiancheggia il bacino del Mediterraneo. In Italia raggiunge una latitudine eccezionale, infatti si spinge sino sui laghi di Garda, Como e d’Iseo, solo in Piemonte non ve ne sono.

L’olivo viene coltivato negli Stati Uniti d’America, specialmente nello Stato della California  ed in Australia, frutto della nostra importazione migratoria.

A scopo informativo aggiungo che le olive si distinguono in due principali varietà : da olio e da tavola. Le olive da olio si raccolgono a maturazione avvenuta, mentre quelle da tavola vengono raccolte quando sono ancora verdi.

Con il ramo d'olivo si celebra la Domenica delle Palme, e anche con la palma che é detta la « pianta dei poveri ». Un antico detto dell’Africa settentrionale recita : « La palma é l’elemosina di Dio ai paesi poveri. » Le palme sono le piante più preziose delle coste di tutti i mari tropicali. Esse soddisfano quasi tutte le esigenze della vita umana nei tropici. Forniscono il materiale per la costruzione delle modeste abitazioni; prodotti alimentari di importanza fondamentale; materia prima per fibre tessili; legname per costruzioni, tavole e mobili. Le foglie servono a coprire le capanne. Le giovani gemme terminali sono commestibili, dette cavoli di palma. Il succo estratto dalle infiorescenze serve a preparare vari tipi di bevande zuccherine. Il mesocarpo fibroso della noce fornisce fibre resistentissime con cui si fanno tappeti, zerbini, etc.; l’endocarpo durissimo serve per fare bottoni; l’albume esterno si mangia, se fresco si impiega per l’estrazione di olio, se seccato é la notissima « copra » che esportata serve alla fabbricazione di saponi.

Sia l’olivo che la palma sono piante che vivono in Palestina, quindi usate dagli abitanti per sbandieramenti ed addobbi folkloristici, come quelli usati per ricevere Gesù al grido di esultanza: "Osanna al figlio di David : benedetto colui che viene nel nome del Signore".

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  18 - PASQUA

La parola  pasqua deriva da una voce siriaco-ebraica che significherebbe passaggio e, per gli ebrei, fu così detta la festa istituita in ricordo della notte in cui un angelo del Signore, discese dal cielo a sterminare tutti i figli primogeneti degli egiziani, passando invece, senza entrarvi, davanti alle case degli ebrei, le quali avevano le porte segnate con il sangue dell’agnello sacrificato appositamente la sera precedente. Tutto questo é narrato nellÈsodo (Bibbia) circa le famose piaghe d’Egitto e la punizione divina invocata da Mosé contro gli oppressori del suo popolo.

Alla festa si aggiunse anche la celebrazione della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto che seguì a quel fatto, e, specialmente, del miracoloso passaggio attraverso il mar Rosso. La pasqua ebraica durava sette giorni e si celebrava in una data fissa. Come vedrete le tradizioni si tramandano: già gli antichi conoscevano l’arte della buona cucina. La sera della vigilia del primo giorno, si immolava un agnello bianco nato nell’anno. Certamente doveva essere tenero;  arrostito, esso veniva mangiato con certe erbe amare, la nostra insalatina, e pane azzimo a ricordo dei padri che, al momento del loro esodo dall’Egitto, non avevano avuto tempo di lievitarlo. Seguivano i sette giorni della festa degli azzimi durante i quali perdurava l’obbligo di sifatto pane. Il primo e l’ultimo di questi giorni comportavano il riposo sabbatico con l’astensione da ogni lavoro. Poteva essere questo il preludio delle settimane bianche….

La Pasqua più celebre fu quella celebrata da Gesù con i discepoli, prima che cominciasse la sua Passione. I primi cristiani  continuarono a celebrare la Pasqua col rito abraico, ma vi associarono il ricordo della Passione e della Resurrezione di Gesù Cristo, serbando il nome di Pasqua nel suo significato etimologico di passaggio dalla sciavitù del demonio alla libertà della redenzione.

La prima Pasqua cristiana abbracciava all’inizio un periodo di 15 giorni, due settimane  ben distinte; la prima per ricordare la Pasqua di Crocifissione, la seconda per ricordare la Pasqua di Resurrezizone. Più tardi prevalse nella chiesa occidentale la proposta di adottare come festa principale il giorno anniversario della resurrezione di Cristo, mentre la chiesa orientale preferì celebrare la Pasqua come ricordo della morte di Gesù. Ancora per tollerare, il Concilio di Nicea  stabilì che la Pasqua fosse una festa mobile e che si celebrasse  nella prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera. Per questo motivo la Pasqua non può cadere prima del 22 marzo, né dopo il 25 aprile. La chiesa ortodossa tuttavia, non avendo accettata la riforma gregoriana del calendario, celebra la Pasqua dodici giorni dopo i latini.

La chiesa cattolica, per la solennità pasquale prescrive l’obligatoria riconciliazione dei penitenti, sono connessi speciali riti liturgici e collegate molte usanze, alcune delle quali richiamano antichissime consuetudini. Tra esse: la benedizione e la distribuzione dell’acqua santa; la benedizione delle case, preceduta da una igienica e purificatrice pulizia generale; il consumo di un tenero agnello pasquale, possibilmente arrostito e aromatizzato; la distribuzione e il consumo delle uova benedette, divenute poi di cioccolata, con sorpresa; la distribuzione di pani o focacce dette dei poveri, in forma di colombe, farcite poi per i ricchi, con uvetta, canditi e mandorle.

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19 - IL COMPUTER

Meno male che sono uscito dal mercato del lavoro, altrimenti avrei sicuramente subito un  trauma cardio circolatorio. Avevo tenuto duro, « a denti stretti », costasse quello che costasse pur di arrivare al termine del mio « mandato ». Ogni sei mesi c’erano delle novità, si dovevano seguire corsi di aggiornamento, e vedevo cambiare tutta l’attrezzatura,  le versioni miglioravano continuamente e gli apparecchi non erano più  idonei a contenere tutte le informazioni necessarie. I vecchi computer venivano raccolti in una stanza che diventava sempre più magazzino, sino al giorno che la ditta decise di disfarsene e di regalarli sorteggiandoli ai dipendenti. Si, lì per lì sembrava che ci avessero fatto un bel regalo, poi arrivati a casa quegli apparecchi non hanno servito a nulla.   Troppo obsoleti, erano ormai veramente troppo piccoli quei computer per ricevere i nuovi software con i nuovi programmi, ed anche cercare di aumentare la loro capacità di memoria od altro era una spesa superflua. Così il « regalo » é finito al macer…. Me ne sono comperato uno tre anni fa, un 486 (non so di cosa), ma é già insufficiente; l’ho collegato ad Internet ma é troppo lento, non si riesce proprio a navigare.

Trentacinque anni addietro, quando arrivai in Canada, ricordo che era alla moda l’elettrodomestico dell’anno. C’era chi cambiava la stufa, il frigorifero e la lavapiatti ogni anno, per il piacere di avere l’ultimo modello ed il colore di moda.   Poi questa mania é cambiata ed il mercato si é spostato sui televisori con schermi panoramici, poi sulle radio, sui registratori con ogni sorta di lettori di dischi e cassette. Oggi siamo nelle mani dei venditori di computer che ti offrono apparechi ai prezzi svariati. Per la verità, non ci si capisce più nulla. Inoltre bisogna essere degli esperti per poter acquistare convenientemente qualcosa.        

Anch’io che ho lavorato sui computer per quindici anni, non ci capisco praticamente nulla. I listini di vendita fanno impressione. Le immagini si assomigliano : uno schermo a colori 15 pollici; una scatola più o meno stilizzata, che contiene il cervello del computer e tutti i lettori necessari; una tastiera; due casse ed una stampatrice. Poi i prezzi variano a seconda di quello che vuoi.  E qui sta il punto dove casca l’asino. Cosa ne sò io di cosa ci voglia!  Allora il venditore comincia a parlarti in « arabo », ti chiede quanti gig, quanti MB SDRAM, quanti GB Hard Drive, quanti CD-Rom, quanti K Fax/Modem; poi ti chiede se vuoi i Floppy-Drive, i Sound Card, Video, Altoparlanti, Tastiera e in fine il famoso « Topolino »alias mouse. « Non so proprio risponderle… faccia Lei, mi dia un apparecchio che possa andar bene almeno per un triennio…  e che possa lavorare su Internet e magari dotato dei miei programmi di base », gli ho risposto.. Mi é arrivato con un preventivo scritto, anch’esso uscita dal computer, con un importo complessivo di quasi 2.500 $. Ma allora, mi sono chiesto, tutta la pubblicità che si fanno, a cosa serve?

Qui vendono degli apparecchi a 1.200 $ alla consegna postale, allora cosa sono e a cosa servono? La risposta naturalmente é incomprensibile, ci sono meno gig,  MB, GB, ecc., insomma un sacco di cose meno, quello che rimane sono le scatole esterne che sono quasi sempre uguali o le medesime. Ma cosa vi sia dentro, nessuno lo sa… Si compra veramente ad occhi chiusi. Anche la garanzia a cosa serve? Il giorno che l’apparecchio non funziona più, ti presenti al negozio e ti senti dire che hai « caricato troppo » la memoria e che ormai « quel tipo di computer non lo fabbricano più ». Così devi ricambiare il tutto un’altra volta, ecc. ecc. Oppure ti presenti al negozio e trovi la cattiva sorpresa di leggere un cartello che dice: « Il negozio d’articoli per bambini aprira la fine del mese». E quello di elettronica dev’é finito?

Così continuo a non decidermi a cambiare il mio vecchio 486,  navigo a rallentatore su Internet, e quando sono stanco di aspettare i comodi del mio  computer,  mi accontento di vogare e di spaziare con la mia fantasia. 

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  20 - IL LUPO

Ai tempi di mio nonno, quando ancora non esistevano le strade carrozzabili e tutto si snodava per tortuose vie chiamate  mulattiere, avvenivano casi impensati. Non c'erano più i briganti ma continuavano ad esistere  animali pericolosi.  

Una sera d'autunno, seduto di fronte alla fiamma del camino, che stava riscaldando un grosso calderone di rame ricolmo d'acqua appeso alla catena che scende dalla cappa, il nonno iniziò a raccontare. Io avevo preso il mio posto abituale sotto la cappa, seduto su una panchina di legno, esponevo le mie gambotte ciccione al calore del fuoco, e lo ascoltavo curioso, come fanno tutti bambini…

"Un giorno, di tanti anni fà, rientravo a casa. Abitavamo quei tempi a Pastina, io ero ancora giovane, vivevo con mio padre. Dovevo percorrere due volte al giorno la  mulattiera che collega la frazione al centro, ed il percorso era di una ventina di minuti a scendere al mattino, ma ne occorreva il doppio alla sera per rincasare… Quella sera d'autunno, piano piano, ripensando alla giornata trascorsa in negozio, risalivo come d'abitudine, piano piano, passo dopo passo, cercando di mettere il piede sempre sulle stesse pietre che conoscevo ormai a menadito, per non inciampare e per non inzaccherare scarpe e pantaloni. Avevo con me la mia solita sporta che sera e mattina mi accompagnava lungo il percorso e che serviva a riportare a casa la spesa che mia madre ogni giorno mi chiedeva di fare. Il paese si faceva sempre più vicino al mio avanzare, ma prima di arrivare dovevo attraversare un folto castagneto di grosse piante con tronchi secolari con grandi chiome fronzute verdi scure, tremule alla brezza della sera. Appena la strada si addentrava nel fitto del bosco il chiaro del giorno svaniva ed il camminare diventava più difficile specialmente per chi non conosceva il luogo. Gli alberi assumevano pose strane, mi sentivo attorniato da losche  figure e “fantasmi” neri. Il canto improvviso della civetta, lo stormire delle fronde agitate dal vento, il fruscio di qualche animaletto che viveva nel bosco, faceva una certa impressione, ma io c'ero abituato e non ci davo più importanza; ma le donne quella strada di sera la percorrevano malvolentieri e solo se accompagnate…".

Il nonno di tanto in tanto allungava le braccia verso la fiamma del camino per riscaldarsi le mani,  ritraendole ogni tanto e stropicciandole come se sentisse ancora quei fremiti che aveva avuto da giovane quando passava per di là.

"Avevo raggiunto la metà del bosco", riprese il nonno a raccontare dopo una pausa di riflessione, "quando d'un tratto vidi ad una ventina di passi da me due luci fosforescenti, vicine l'una all'altra. D'istinto mi fermai e sorpreso rimasi immobile cercando di capire di cosa si trattasse". Il nonno continuava ad allungare e ritrarre le mani dal fuoco, dondolandosi sulla sedia, faceva delle pause, mi guardava per scrutare la mia espressione curiosa, poi continuò: "Faceva troppo buio in quel luogo e senza farmi prendere dalla paura attesi. Volevo interpretare la misteriosa apparizione e nello stesso tempo mi spostai lentamente e mi misi a ridosso di un tronco di castagno al quale stavo per chiedergli protezione".

Forse il nonno pensava di salire sull'albero, ma non ne ebbe il tempo.

"Ad un tratto”, continuò il nonno, “intesi un ringhiare sommesso e tra le due “lucine”  vidi digrignare bianchi denti tra rosse fauci avide di cibo".

Vidi il nonno fare una smorfia di disgusto, riviveva sicuramente la scena, ma proseguì:

"Mi prese un fremito da capo a schiena, appoggiato all'albero avevo le spalle protette e non mi persi d'animo. Anche l'animale nel frattempo si era mosso uscendo dall'oscurità: riuscii a vederlo chiaramente. Aveva un muso aguzzo, ampie orecchie erette, uno scuro pellame folto, la coda villosa e pendente, di tanto in tanto spalancava le fauci per ululare".

Normalmente il lupo vive solitario o a coppie nei boschi e nelle macchie, dove assale piccoli animali; non si avvicina all'abitato se non spinto dalla fame. Sappiamo anche che i lupi non attaccano l'uomo, diventano pericolosi se uniti in branco. Ma oramai la storia il nonno l’aveva iniziata e doveva terminarla di raccontare, e così conclue:

“Dal mio rifugio, senza fare bruschi movimenti riuscivo a controllare le sue mosse, nel contempo estrassi dalla sporta il giornale che ogni sera portavo al vecchio genitore, accesi un fiammifero e lo incendiai.  Appena le fiamme divamparono, stesi il braccio in avanti con il giornale infiammato e saltai improvvisamente verso il lupo gridando e ripetendo: "Brucia! Brucia la coda del lupo! Brucia la coda del lupo....".

"L'animale preso alla sprovvista, balzò all'indietro e se la dette a gambe levate, fuggendo lontano. Tenendo sempre stretta con la mano sinistra la mia sporta, allungai il passo continuando a gridare e così sono riuscito ad uscire dal folto bosco".

Raccontai questa storia agli amici del paese, nessuno ci voleva credere, era una cosa strana, mai capitata a nessuno. Tutti si guardavano stupiti l'un con l'altro e si domandavano:

"Il lupo? Ma quale lupo".

All'indomani, però, tutti coloro che dovevano recarsi fuori del paese, per lavoro o per affari, partirono armati, chi di fucile da caccia, chi di runcola, pennato, od altro: a tutti era venuta la sindrome del lupo.

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  21 - LA VOLPE E IL LUPO  

Un giorno la volpe stava gironzolando attorno ad un podere, attenta alle mosse del contadino che, entrato nel pollaio, era indaffarato a raccogliere le uova che le galline avevano deposto durante la notte.                       Nascosta in un cespuglio osservava come avrebbe potuto fare per entrare nel recinto, dove le grasse gallinelle razzolavano tranquille. Cominciava a sentire un bisogno molesto di mangiare, ed a questo punto si ricordò dell'amico lupo. Pensò: “lui potrebbe scavalcare il reticolato, arrampicandosi dalla parte dietro del pollaio, e una volta dentro  facilmente lancerà fuori le prede”.  Così pensando, detto e fatto si incamminò alla ricerca del compare. Non fu difficile alla volpe rintracciare il lupo, così dopo una mezzoretta la coppia fece apparizione e cominciò a gironzolare attorno al gallinaio.

"Sai come facciamo?" disse la volpe al lupo che si era distratto, con la voglia di gustare quei meravigliosi paffuti gallinacei.

"Come facciamo? Sbrighiamoci che ho fame". Rispose frettolosamente il lupo senza troppo riflettere.

La volpe era riuscita nel suo intento, il lupo era ansioso di mettere le fauci su quelle grasse galline che ruspavano ingenue nel pollaio, già si leccava con la lingua le labbra, aveva l'acquolina in bocca.

"Io ti aiuto a salire sul tetto del pollaio", continuò la volpe,"poi con la tua agilità e con l'aiuto dalla pianta di mele che é all'interno del recinto puoi scendere senza farti troppo notare. Sceglierai le galline più grasse che mi lancerai altre il recinto ed io le andrò a nascondere nel bosco qui vicino e ti preparerò un bel pranzetto che consumeremo indisturbati".

Senza troppo riflettere il lupo, aiutato dalla comare volpe ,in quattro salti si trovò nel pollaio, e senza troppo scegliere sgozzò tre galline che gli erano capitate a tiro e le gettò oltre la rete. La volpe le raccolse e le portò nel bosco che nascose, sotterrandole in un cespuglio a lei noto.

All'interno del pollaio il lupo affamato cominciò a rincorrere le rimanenti malcapitate che fuggendo spaventate, svolazzavano in quà e in là sghignazzando: "Coccodè, coccodè, coccodè....".

Il contadino dalla stalla intese i versi anormali provenienti dal pollaio ed afferrato il forcone, con il quale stava rifacendo la lettiera alle mucche, corse a vedere cosa stava succedendo e perché le galline erano così agitate. Ben presto si accorse della presenza del lupo e decise di entrare nel recinto del pollaio per far pagare a quel malandrino la colpa del suo reato. Il lupo se la vide brutta, cercò di fuggire da dove era entrato ma la pianta era troppo alta per risalire e l'amica volpe non si era più fatta viva per aiutarlo ad uscire.

Il Contadino riusci a rifilare alcune forconate sulle cosce del ringhiante ladrone, ma poi vide dagli occhi inferociti e dal digrignare dei denti dell'animale che le cose avrebbero pututo diventare pericolose anche per lui, e così dischiuse il cancello e si fece da parte, lasciando uscire l'inferocito lupo sanguinante che prese a sua volta, zoppicando, la via del bosco.

La volpe aveva assistito da lontano alle vicende del malcapitato lupo, ma già aveva escogitato la maniera per sottrarsi alle invettive del suo compagnone. Prima di nascondere le galline, si era cosparsa la testa del loro sangue, quindi accovacciata vicino ad un grosso tronco di castagno, fingeva di sonnecchiare ed emetteva cadenzati lamenti, tenendo un occhio aperto per controllare i movimenti del sottobosco Sopraggiunse il lupo con andatura malferma, affaticato si trascinava una gamba che era stata colpita dai denti del forcone del contadino.

Il lupo, quando si trovò faccia a faccia con la volpe, gli venne d'istinto la voglia di volerla maltrattare perché era sparita e perché lo aveva abbandonato, ma quando la vide in quello stato pietoso, venne preso da compassione, dimenticò le sue pene, si avvicinò alla povera compagna, chiedendole: "Cosa ti é successo comare volpe? Stai perdendo sangue da più parti della testa".

"Ah!... Ahi!... Ahimè!..." rispose la volpe, dando ai lamenti l'espressione di dolore, di compassione e di rimpianto per quanto era accaduto. Il lupo si accasciò stanco al suolo, per riprendere fiato e per leccarsi la ferita, ascoltando la volpe che, con voce volutamente tremante, narrava a suo modo le vicende accadutegli.

"Quando sei entrato nel pollaio, io da fuori aspettavo che tu mi lanciassi le galline".

"Cosa che io ho fatto", ribattè il lupo.

"Si, ma non fui in grado di raccoglierle perché venni sorpresa del contadino, il quale mi ha malmenato a colpi di bastone".

"Povera volpe" borbottò tra se e se il lupo. Poi si ricordò che a causa della malasorte, anche la pancia dei suoi lupachiotti non potrà certamente riempirsi quella sera, se non si fosse dato da fare altrove. Quindi riprese le forze e preso dalla fretta, si rivolse alla volpe in questi termini:

"Ormai é tardi, devo tornare dai miei piccoli che mi attendono affamati, io sono ferito ma posso camminare. Ti aiuterò come posso, ti portero per un tratto sulla mia groppa". Così detto si mise la volpe sulle spalle e lentamente zoppicando, prese la via del ritorno.

Strada facendo la volpe continuava a lamentarsi, per ingannare il compare e indurlo a proseguire, ed ogni tanto, sottovoce aggiungeva: "Arri, arri, per il piano, l'ammalato porta il sano".

"Cosa dici comare volpe?" Domandò l'affaticato lupo.

"Nulla, nulla, é un'orazione per il tempo, affinché si mantenga così sino a sera", rispose con voce tremula la birbona.

Dopo altri cinquanta passi, la volpe riprese la sua cantilena: "Arri, arri, per il piano, l'ammalato porta il sano". Il lupo, per meglio capire, eresse ancor più le orecchie, trattenne il respiro e si mise attentamente all'ascolto. Aveva ben inteso, la volpe lo stava prendendo  in giro. Le venne un dubbio, era veramente vero che quella disgraziata si stava prendendo gioco di lui? Aveva ben capito? Dubitò ancora una volta. Percorse un'altro breve tratto di strada ed ecco che la volpe ricominciò la sua cantilena: "Arri, arri, per il piano, l'ammalato porta il sano".

"Ah si!", pensò il lupo affaticato. Stava in quel momento passando sopra un traballante ponticello di legno che scavalcava un torrente. Dopo una rapida riflessione si avvicinò al basso parapetto e quando la volpe si accorse del pericolo che stava correndo, il lupo le disse: "Chi la fa, l'aspetti", quindi si scrollò dalla groppa l'imbarazzante peso e la volpe  precipitò nel vuoto, cadendo fortunatamente per lei, nelle acque del torrente in piena che la travolse e la trasportò lontano, stordita ma in vita.

C'é in questa storia una morale dalla quale si deve trarre un insegnamento che deve valere per tutti. Il proverbio che più si addice é il seguente: "Chi va per ingannar resta ingannato".

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  22 - LA LUNIGIANA

Molti mi chiedono quali sono le mie origini, altri mi tacciano amichevolmente di polentone, invece sono semplicemente un lunigianese. La Lunigiana é una regione storica della Toscana (provincia di Massa-Carrara) e della Liguria (provincia di La Spezia), che trasse il nome dalla citta di Luni, antica città etrusca, dal latino "luna",  la "terra della luna". Luni, colonia romana sin dal II secolo a.C. ebbe un porto marittimo importante, forse sulla foce della Magra. Centro di un vasto territorio, noto per la produzione dei vini e per l’industria dei marmi, ebbe floridi commerci.

Nel V secolo fu saccheggiata dai Vandali, poi venne invasa dai Longobardi di Rotari, dai Saraceni e dai Normanni ed ancora dai Saraceni. Da allora la sua decadenza fu rapida e già ai tempi di Dante, la romanica Luni non era che un ricordo. L'antica sede vescovile, fu trasferita a Sarzana. Di Luni ci restano le rovine della cattedrale, dell'anfiteatro e materiale vario proveniente dagli scavi archeologici conservati nei musei di Firenze e di La Spezia.

La Lunigiana comprende il bacino del fiume Magra con i suoi risonanti affluenti, caratterizza una delle più belle terre d'Italia, incastonata come una gemma verde, fra il poderoso Appennino e le svettanti Alpi Apuane. Il suolo prevalentemente montuoso, raggiunge in più punti i 1.800 metri; per un quarto é a castagneti, centro di raccolta dei migliori funghi porcini del mondo; nel fondovalle si coltivano viti, olivi, cereali, é largamente praticato (almeno lo era), l'allevamento del bestiame (bovini ed ovini).

La regione assunse il nome di Lunigiana nel secolo XII e costituì una forte marca (circoscrizione politico-militare a difesa del confine che aveva a capo un margravio [dal tedesco markgrafl, in latino marchio e in italiano marchese, donde il nome di marchesato), in cui predominò il Vescovo di Luni fino al secolo XIV. Vi si avvicendarono poi Genovesi, Lucchesi, Pisani, Fiorentini, Parmigiani e Milanesi. Già inserita da Napoleone Buonaparte nel 1797 nella Repubblica Cisalpina, la Lunigiana nel 1802 fece parte della Repubblica Italiana che comprendeva la Lombardia austriaca (dalla Sesia all'Adige), la Valtellina, parte dello Stato della Chiesa (Legazioni e Romagna) e il Ducato di Modena con uno sbocco sul mar Ligure nelle vicinanze dell'antica Luni. Dopo il Congresso di Vienna, 1814-1815, che diede un nuovo assetto all'Europa sconvolta dalle guerre napoleoniche, la Lunigiana fu ripartita fra il Regno di Sardegna e i Ducati di Modena e di Parma. Della Lunigiana, il suo centro storico principale é Pontremoli, ed i comuni che la compongono sono Aulla, Bagnone, Casola, Comano, Fivizzano, Filattiera, Fosdinovo, Licciana Nardi, Mulazzo, Tresana, Villafranca e Zeri. In antico anche Castelnuovo Magra, Sarzana e Santo Stefano Magra, oggi fanno parte della regione Liguria. La Lunigiana geograficamente,con i confini attuali, quelli tracciati sulla carta senza tener conto dei valori storici, é annessa nella maggior parte alla regione Toscana, e la zona del Sarzanese con l'antica Luni alla regione Liguria. Naturalmente escludo dalla Lunigiana i Capoluoghi di provincia di Massa e di Carrara, e tutta la zona littoranea,  che considero regione Apuana.

La Lunigiana é terra di grandi tradizioni storiche e culturali, poco conosciute e spesso dimenticate, specie dalla Regione Toscana che ci snobba. Un recente movimento separatista, chiede sia riconosciuta quata valle e sia concessa l'autonomia economico-amministrativa con la creazione della Regione LUNEZIA (nome che stà per Alta Lunigiana).

La Lunigiana, che deriva il proprio nome dall'etrusca e romana Luni, deve essere annoverata fra le Regioni che hanno determinato il corso della storia d'Italia. I suoi castelli, una sessantina, Obertenghi e Malaspiniani, in alcuni dei quali fu ospite Dante Alighieri; le più suggestive traccie di questa grande iltà testimoniano quanto essa sia degna di essere conosciuta e meriti di essere amata. I castelli sono infatti una delle tante vie che conducono alla ricerca ed alla conoscenza di una terra nobile per tradizioni, dignitosa e generosa per semplicità e disponibilità.   Il castello é in Lunigiana parte integrante del paesaggio.  La “Terra della Luna”, questo luogo per molti aspetti magico e misterioso anche nelle sue valli più isolate e nei luoghi più remoti, guarda al castello come ad un punto di riferimento sicuro, ad una rassicurante protezione. Ogni castello ha tuttavia un suo particolare fascino, una sua storia, le sue leggende che queste pietre consumate dal tempo non si stancano di raccontare ad ogni visitatore. Con le grandi migrazioni etniche, con il passaggio degli eserciti, con le carovane dei mercanti, sono passate in Lunigiana anche le idee, le arti, gli usi e costumi.

Il fenomeno delle statue stele dimostra, al di là del significato ancora misterioso di questi menhir, la persistenza di una cultura durata millenni e tuttavia influenzata nelle sue espressioni da quella delle popolazioni con cui é entrata volta a volta in contatto. La stessa capacità di assimilazione e di integrazione nella cultura locale di elementi venuti dall'estero é dimostrata dalla grande proliferazione delle Pievi, che crescono sui luoghi degli antichi culti pagani e che portano spesso nel corpo stesso della loro costruzione i simboli di credenze antiche e fortemente radicate nella cultura locale.

A Bagnone il Prof. Loris Jacopo Bononi ha restaurato un decadente castello, quello di Castiglione del Terziere, nella determinazione di destinare l'antico palatio di residentia alla funzione civile e moderna di contenitore documentario, aperto per la secolare cultura di Lunigiana, da inserirsi nel panorama culturale europeo. L'archivio e la biblioteca rivestono una notevole importanza per la storia di Lunigiana e per la letteratura italiana.

Una buona attrezzatura ricettiva ed un'ottima cucina tipica allietano il soggiorno dell'ospite, sempre amorevolmente curato. Il centro culinario della Lunigiana é Bagnone e dintorni, con i soi ristoranti di vera cucina puramente locale e genuina. Una quarantina di ricette, tramandate da madre a figlia, fanno parte di un prezioso patrimonio che non può andare perduto, perché il buongustaio le apprezza, le assapora, e le pubblicizza.            

Come non organizzare un pranzetto a base di testaruoli o di lasagne bastarde, come primo piatto; seguito da agnello cotto nei testi, o da capra con polenta; barbotta e torta di erbe; una fetta di torta di mandorle oppure una fetta di spongata pontremolese; il tutto annaffiato di buon vino sangiovese nostrano. Non posso terminare senza aver parlato degli insaccati locali, culatelli, spalle, coppe, pancette, salami, mortadelle e salsicce..... e che dire dei formaggi di mucca e di pecora,  rari ma ancora disponibili per i più esigenti.

Questa é la mia terra, questa é la Lunigiana con la mia Bagnone, nella sua costumata umiltà, ma con tanto fascino e con tanto amore.

  *****  

Spunti e dati storici tratti da: “La Lunigiana e i suoi castelli” dell’Ente Provinciale per il turismo di Massa-Carrara;  “La provincia di Massa-Carrara” dell’Assessorato al Turismo; “La strada e l’osteria” Camera di Commercio di Massa-Carrara; “Lunigiana remota” a cura dei Comuni di Bagnone e di Villafranca L.; oltre alle ricerche varie fatte da RUGgGIO - 2002.
Pubblicato nel dicembre 2002 TORNA IN ALTO