La  Divina  Commedia

Inferno - Capitolo I - Preambolo

Agli inizi del suo pellegrinare l'esule fiorentino Dante Alighieri, il ghibellin fuggiasco, arriva in Lunigiana alla corte dei Marchesi Malaspina e più precisamente è ospite di Franceschino Malaspina e della sua piccola ma vivace corte, pare nel 1303.  

Dante, che apprese molte notizie, di cui é cenno nella Divina Commedia, oltre che di famiglia e della Lunigiana anche di Sardegna, e che Dante risulta non aver mai visitato. 

Il soggiorno, e la conoscenza del Marchese Moroello di Giovagallo e della buona Alagia, già amici conosciuti a Firenze, dovette suscitare nel poeta fiorentino profonde suggestioni, delle quali possiamo riconoscere l'eco in alcuni versi della Commedia, al canto XXIV dell'inferno, facendo parlare Vanni Fucci: "...Tragge Marte vapor di Val di Magra ch'é di torbidi nuvoli involuto;...".

Nello stesso periodo Dante dovette essere ospite anche del feudo di Giovanni Spinetta, Marchese del Castello del Malnido a Lealville, oggi Villafranca Lunigiana, feudo facente parte del gruppo dello "Spino secco" il cui capoluogo era Mulazzo. 

In questa occasione non mancò certamente di visitare il vicino "Borgo di Filetto" il "castrum", accampamento militare romano-bizantino. Un quadrilatero fortificato eretto sul fianco destro del torrente Bagnone immerso in una folta foresta di castagni detta "La selva di Filetto". Ci fa pensare che Dante, durante il suo soggiorno in Lunigiana, abbia visitato questi luoghi e che la Selva gli abbia suggerito od ispirato i primi versi famosi del primo capitolo dell'inferno, cui tratta della Selva oscura..... 

Antiinferno - Selva oscura - Fiere - Veltro - Virgilio.

Riassunto del Canto.

Dante all'età della ragione si trova, nella sua vita di peccatore, smarrito in una selva oscura. Vede uno spiraglio di luce venire dall'alto verso il quale di dirige, ma  mentre sale le pendici del colle è arrestato da tre animali selvatici: prima una lonza, poi un leone gli sbarra la strada ed infine una lupa lo costringe a retrocedere sino a valle.

Appare improvvisa una figura alla quale Dante chiede protezione contro la lupa. L'apparizione è quella di Virgilio e che, deprecando l'operato della lupa simbolo della cupidigia e dell'avidità, spiega a Dante che un "veltro" verrà a riformare i costumi ed a liberare l'umanità dalla soppressisone. 

Virgilio accompagna Dante sulla sommità del colle della speranza, e lo assicura che seguendo una via più difficile tra l'Inferno ed il Purgatorio, lo consegnerà ad un'anima santa che lo seguirà per il Paradiso. 

Dante si rassicura e segue il grande Vate.

Canto I

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

3     ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

6     che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

9     dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

tant’era pien di sonno a quel punto

12     che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

15     che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta

18     che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,

che nel lago del cor m’era durata

21     la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,

uscito fuor del pelago a la riva,

24     si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

27     che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,

ripresi via per la piaggia diserta,

30    sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

una lonza leggera e presta molto,

33     che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia d’inanzi al volto,

anzi ’mpediva tanto il mio cammino,

36     ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’era dal principio del mattino,

e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle

39     ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione

42     di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì che paura non mi desse

45     la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse

con la test’alta e con rabbiosa fame,

48     sì che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

51     e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

54     ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,

e giugne ’l tempo che perder lo face,

57   che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi ’ncontro, a poco a poco

60     mi ripigneva là dove ’l sol tace.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

63     chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,

"Miserere di me", gridai a lui,

66    "qual che tu sii, od ombra od omo certo!".

Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,

e li parenti miei furon lombardi,

69     mantoani per patrïa ambedui.

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto

72     nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d’Anchise che venne di Troia,

75     poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

78     ch’è principio e cagion di tutta gioia?".

"Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?",

81     rispuos’io lui con vergognosa fronte.

"O de li altri poeti onore e lume,

vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore

84     che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

87     lo bello stilo che m’ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

90     ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi".

"A te convien tenere altro vïaggio",

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

93     "se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

96     ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

99     e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,

e più saranno ancora, infin che ’l veltro

102     verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapïenza, amore e virtute,

105     e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

108     Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,

fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,

111     là onde ’nvidia prima dipartilla.

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno

che tu mi segui, e io sarò tua guida,

114     e trarrotti di qui per loco etterno;

ove udirai le disperate strida,

vedrai li antichi spiriti dolenti,

117     ch’a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti

nel foco, perché speran di venire

120     quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,

anima fia a ciò più di me degna:

123     con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,

perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,

126    non vuol che ’n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;

quivi è la sua città e l’alto seggio:

129     oh felice colui cu’ ivi elegge!".

E io a lui: "Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

132    acciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov’or dicesti,

sì ch’io veggia la porta di san Pietro

135     e color cui tu fai cotanto mesti".

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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