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non fiere li occhi suoi lo dolce lume?".
Quando
s’accorse d’alcuna dimora
ch’io
facëa dinanzi a la risposta,
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supin ricadde e più non parve fora.
Ma
quell’altro magnanimo, a cui posta
restato
m’era, non mutò aspetto,
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né mosse collo, né piegò sua costa;
e
sé continüando al primo detto,
"S’elli
han quell’arte", disse, "male appresa,
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ciò mi tormenta più che questo letto.
Ma
non cinquanta volte fia raccesa
la
faccia de la donna che qui regge,
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che tu saprai quanto quell’arte pesa.
E
se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi:
perché quel popolo è sì empio
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incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?".
Ond’io
a lui: "Lo strazio e ’l grande scempio
che
fece l’Arbia colorata in rosso,
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tal orazion fa far nel nostro tempio".
Poi
ch’ebbe sospirando il capo mosso,
"A
ciò non fu’ io sol", disse, "né certo
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sanza cagion con li altri sarei mosso.
Ma
fu’ io solo, là dove sofferto
fu
per ciascun di tòrre via Fiorenza,
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colui che la difesi a viso aperto".
"Deh,
se riposi mai vostra semenza",
prega’
io lui, "solvetemi quel nodo
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che qui ha ’nviluppata mia sentenza.
El
par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi
quel che ’l tempo seco adduce,
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e nel presente tenete altro modo".
"Noi
veggiam, come quei c’ha mala luce,
le
cose", disse, "che ne son lontano;
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cotanto ancor ne splende il sommo duce.
Quando
s’appressano o son, tutto è vano
nostro
intelletto; e s’altri non ci apporta,
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nulla sapem di vostro stato umano.
Però
comprender puoi che tutta morta
fia
nostra conoscenza da quel punto
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che del futuro fia chiusa la porta".
Allor,
come di mia colpa compunto,
dissi:
"Or direte dunque a quel caduto
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che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;
e
s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate
i saper che ’l fei perché pensava
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già ne l’error che m’avete soluto".
E
già ’l maestro mio mi richiamava;
per
ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
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che mi dicesse chi con lu’ istava.
Dissemi:
"Qui con più di mille giaccio:
qua
dentro è ’l secondo Federico
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e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio".
Indi
s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta
volsi i passi, ripensando
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a quel parlar che mi parea nemico.
Elli
si mosse; e poi, così andando,
mi
disse: "Perché se’ tu sì smarrito?".
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E io li sodisfeci al suo dimando.
"La
mente tua conservi quel ch’udito
hai
contra te", mi comandò quel saggio;
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"e ora attendi qui", e drizzò ’l dito:
"quando
sarai dinanzi al dolce raggio
di
quella il cui bell’occhio tutto vede,
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da lei saprai di tua vita il vïaggio".
Appresso
mosse a man sinistra il piede:
lasciammo
il muro e gimmo inver’ lo mezzo
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per un sentier ch’a una valle fiede,
che
’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.