conforti
la memoria mia, che giace
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ancor del colpo che ’nvidia le diede".
Un
poco attese, e poi "Da ch’el si tace",
disse
’l poeta a me, "non perder l’ora;
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ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace".
Ond’ïo
a lui: "Domandal tu ancora
di
quel che credi ch’a me satisfaccia;
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ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora".
Perciò
ricominciò: "Se l’om ti faccia
liberamente
ciò che ’l tuo dir priega,
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spirito incarcerato, ancor ti piaccia
di
dirne come l’anima si lega
in
questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
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s’alcuna mai di tai membra si spiega".
Allor
soffiò il tronco forte, e poi
si
convertì quel vento in cotal voce:
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"Brievemente sarà risposto a voi.
Quando
si parte l’anima feroce
dal
corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
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Minòs la manda a la settima foce.
Cade
in la selva, e non l’è parte scelta;
ma
là dove fortuna la balestra,
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quivi germoglia come gran di spelta.
Surge
in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie,
pascendo poi de le sue foglie,
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fanno dolore, e al dolor fenestra.
Come
l’altre verrem per nostre spoglie,
ma
non però ch’alcuna sen rivesta,
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ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.
Qui
le strascineremo, e per la mesta
selva
saranno i nostri corpi appesi,
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ciascuno al prun de l’ombra sua molesta".
Noi
eravamo ancora al tronco attesi,
credendo
ch’altro ne volesse dire,
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quando noi fummo d’un romor sorpresi,
similemente
a colui che venire
sente
’l porco e la caccia a la sua posta,
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ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
Ed
ecco due da la sinistra costa,
nudi
e graffiati, fuggendo sì forte,
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che de la selva rompieno ogni rosta.
Quel
dinanzi: "Or accorri, accorri, morte!".
E
l’altro, cui pareva tardar troppo,
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gridava: "Lano, sì non furo accorte
le
gambe tue a le giostre dal Toppo!".
E
poi che forse li fallia la lena,
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di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
Di
rietro a loro era la selva piena
di
nere cagne, bramose e correnti
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come veltri ch’uscisser di catena.
In
quel che s’appiattò miser li denti,
e
quel dilaceraro a brano a brano;
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poi sen portar quelle membra dolenti.
Presemi
allor la mia scorta per mano,
e
menommi al cespuglio che piangea
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per le rotture sanguinenti in vano.
"O
Iacopo", dicea, "da Santo Andrea,
che
t’è giovato di me fare schermo?
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che colpa ho io de la tua vita rea?".
Quando
’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse
"Chi fosti, che per tante punte
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soffi con sangue doloroso sermo?".
Ed
elli a noi: "O anime che giunte
siete
a veder lo strazio disonesto
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c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,
raccoglietele
al piè del tristo cesto.
I’
fui de la città che nel Batista
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mutò il primo padrone; ond’ei per questo
sempre
con l’arte sua la farà trista;
e
se non fosse che ’n sul passo d’Arno
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rimane ancor di lui alcuna vista,
que’
cittadin che poi la rifondarno
sovra
’l cener che d’Attila rimase,
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avrebber fatto lavorare indarno.
Io
fei gibetto a me de le mie case".