La  Divina  Commedia

Inferno - Capitolo XV

Cerchio VII - Sodomiti - Brunetto Latini.

Riassunto del Canto.

Dante e Virgilio camminano sull'argine del fiumiciattolo sanguigno e senza scottarsi dalla caduta delle fiammelle, si inoltrano nel settimo cerchio e si accorgono di essere avvicinati da un gruppo di sodomiti, dannati contro natura. Tra questi un dannato riconosce Dante e lo prende per la veste richiamandone l'attenzione. È Brunetto Latini, il suo maestro dell'epoca giovanile; uomo politico e intellettuale fiorentino che per parlare coll'allievo si ferma abbandonando la sciera dei compagni di pena. Il mestro si congratula con l'allievo e lo esorta a proseguire nelle sue buone inclinazioni, ma lo avvisa che i suoi concittadini lo ripagheranno con l'esilio. Poi indica alcuni suoi compagni sodomiti, come lui intellettuali e letterarti illustri, poi si allontana perchè la sua schiera alla quale appartiene è già troppo distante, non potendosi unirsi ad altra nuova schiera.  

Canto XV

Ora cen porta l’un de’ duri margini;

e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,

3     sì che dal foco salva l’acqua e li argini.

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,

temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,

6     fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;

e quali Padoan lungo la Brenta,

per difender lor ville e lor castelli,

9     anzi che Carentana il caldo senta:

a tale imagine eran fatti quelli,

tutto che né sì alti né sì grossi,

12     qual che si fosse, lo maestro félli.

Già eravam da la selva rimossi

tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,

15     perch’io in dietro rivolto mi fossi,

quando incontrammo d’anime una schiera

che venian lungo l’argine, e ciascuna

18     ci riguardava come suol da sera

guardare uno altro sotto nuova luna;

e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia

21     come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.

Così adocchiato da cotal famiglia,

fui conosciuto da un, che mi prese

24     per lo lembo e gridò: "Qual maraviglia!".

E io, quando ’l suo braccio a me distese,

ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,

27     sì che ’l viso abbrusciato non difese

la conoscenza süa al mio ’ntelletto;

e chinando la mano a la sua faccia,

30     rispuosi: "Siete voi qui, ser Brunetto?".

E quelli: "O figliuol mio, non ti dispiaccia

se Brunetto Latino un poco teco

33     ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia".

I’ dissi lui: "Quanto posso, ven preco;

e se volete che con voi m’asseggia,

36     faròl, se piace a costui che vo seco".

"O figliuol", disse, "qual di questa greggia

s’arresta punto, giace poi cent’anni

39      sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia.

Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;

e poi rigiugnerò la mia masnada,

42     che va piangendo i suoi etterni danni".

Io non osava scender de la strada

per andar par di lui; ma ’l capo chino

45     tenea com’uom che reverente vada.

El cominciò: "Qual fortuna o destino

anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?

48     e chi è questi che mostra ’l cammino?".

"Là sù di sopra, in la vita serena",

rispuos’io lui, "mi smarri’ in una valle,

51     avanti che l’età mia fosse piena.

Pur ier mattina le volsi le spalle:

questi m’apparve, tornand’ïo in quella,

54     e reducemi a ca per questo calle".

Ed elli a me: "Se tu segui tua stella,

non puoi fallire a glorïoso porto,

57     se ben m’accorsi ne la vita bella;

e s’io non fossi sì per tempo morto,

veggendo il cielo a te così benigno,

60     dato t’avrei a l’opera conforto.

Ma quello ingrato popolo maligno

che discese di Fiesole ab antico,

63     e tiene ancor del monte e del macigno,

ti si farà, per tuo ben far, nimico;

ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi

66     si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;

gent’è avara, invidiosa e superba:

69     dai lor costumi fa che tu ti forbi.

La tua fortuna tanto onor ti serba,

che l’una parte e l’altra avranno fame

72     di te; ma lungi fia dal becco l’erba.

Faccian le bestie fiesolane strame

di lor medesme, e non tocchin la pianta,

75     s’alcuna surge ancora in lor letame,

in cui riviva la sementa santa

di que’ Roman che vi rimaser quando

78     fu fatto il nido di malizia tanta".

"Se fosse tutto pieno il mio dimando",

rispuos’io lui, "voi non sareste ancora

81     de l’umana natura posto in bando;

ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,

la cara e buona imagine paterna

84     di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna:

e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo

87     convien che ne la mia lingua si scerna.

Ciò che narrate di mio corso scrivo,

e serbolo a chiosar con altro testo

90     a donna che saprà, s’a lei arrivo.

Tanto vogl’io che vi sia manifesto,

pur che mia coscïenza non mi garra,

93     ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:

però giri Fortuna la sua rota

96     come le piace, e ’l villan la sua marra".

Lo mio maestro allora in su la gota

destra si volse in dietro e riguardommi;

99     poi disse: "Bene ascolta chi la nota".

Né per tanto di men parlando vommi

con ser Brunetto, e dimando chi sono

102     li suoi compagni più noti e più sommi.

Ed elli a me: "Saper d’alcuno è buono;

de li altri fia laudabile tacerci,

105     ché ’l tempo sarìa corto a tanto suono.

In somma sappi che tutti fur cherci

e litterati grandi e di gran fama,

108     d’un peccato medesmo al mondo lerci.

Priscian sen va con quella turba grama,

e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,

111     s’avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de’ servi

fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,

114     dove lasciò li mal protesi nervi.

Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone

più lungo esser non può, però ch’i’ veggio

117     là surger nuovo fummo del sabbione.

Gente vien con la quale esser non deggio.

Sieti raccomandato il mio Tesoro,

120  nel qual io vivo ancora, e più non cheggio".

Poi si rivolse, e parve di coloro

che corrono a Verona il drappo verde

123     per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde. 

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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