La  Divina  Commedia

Inferno - Capitolo XVI 

Terza bolgia, settimo cerchio - Sodomiti - Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Jacopo Rusticucci - Gerione. 

Riassunto del Canto.

Prosegue la marcia in riva del Flegetonte, quando da una nuova squadra di dannati sodomiti si staccano tre figure che continuando a correre si dispongono in cerchio. Dall'abito che indossa hanno riconosciuto Dante come fiorentino, ed esprimono il desiderio di parlargli. Sono Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Jacopo Rusticucci,  celebri esponenti della parte guelfa fiorentina della seconda metà del milleduecento, della cui sorte aveva già chiesto a Ciacco, per i quali Dante mostrò grande rispetto.

Sapendolo fiorentino, i tre chiedono quali fossero le sorti presenti di Firenze. Alla domanda Dante infierisce accusando i presenti dirigenti della città come dei veri corrotti intenti solo ad arricchirsi. Con la preghiera di essere ricordati in terra, i tre si allontanano e riprendono contatto con la loro schiera. 

I poeti ripresero il cammino e ben presto udirono uno scrosciare d'acqua, era il rumore della cascata che il Flegetonte è obbligato provocarere per accedere all'ottavo cerchio. Sul bordo del baratro Virgilio lancia la corda che cingeva la vita di Dante tramite la quale per grazia divina, nuotando a rana, dall'abbisso emerge Gerione, il custode delle bolge dei fraudolenti. 

Canto XVI

Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo

de l’acqua che cadea ne l’altro giro,

3     simile a quel che l’arnie fanno rombo,

quando tre ombre insieme si partiro,

correndo, d’una torma che passava

6     sotto la pioggia de l’aspro martiro.

Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:

"Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri

9     esser alcun di nostra terra prava".

Ahimé, che piaghe vidi ne’ lor membri,

ricenti e vecchie, da le fiamme incese!

12     Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.

A le lor grida il mio dottor s’attese;

volse ’l viso ver’ me, e: "Or aspetta",

15     disse, "a costor si vuole esser cortese.

E se non fosse il foco che saetta

la natura del loco, i’ dicerei

18     che meglio stesse a te che a lor la fretta".

Ricominciar, come noi restammo, ei

l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,

21     fenno una rota di sé tutti e trei.

Qual sogliono i campion far nudi e unti,

avvisando lor presa e lor vantaggio,

24     prima che sien tra lor battuti e punti,

così rotando, ciascuno il visaggio

drizzava a me, sì che ’n contraro il collo

27     faceva ai piè continüo vïaggio.

E "Se miseria d’esto loco sollo

rende in dispetto noi e nostri prieghi",

30     cominciò l’uno, "e ’l tinto aspetto e brollo,

la fama nostra il tuo animo pieghi

a dirne chi tu se’, che i vivi piedi

33     così sicuro per lo ’nferno freghi.

Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,

tutto che nudo e dipelato vada,

36     fu di grado maggior che tu non credi:

nepote fu de la buona Gualdrada;

Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita

39     fece col senno assai e con la spada.

L’altro, ch’appresso me la rena trita,

è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce

42     nel mondo sù dovria esser gradita.

E io, che posto son con loro in croce,

Iacopo Rusticucci fui, e certo

45     la fiera moglie più ch’altro mi nuoce".

S’i’ fossi stato dal foco coperto,

gittato mi sarei tra lor di sotto,

48     e credo che ’l dottor l’avria sofferto;

ma perch’io mi sarei brusciato e cotto,

vinse paura la mia buona voglia

51     che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Poi cominciai: "Non dispetto, ma doglia

la vostra condizion dentro mi fisse,

54     tanta che tardi tutta si dispoglia,

tosto che questo mio segnor mi disse

parole per le quali i’ mi pensai

57     che qual voi siete, tal gente venisse.

Di vostra terra sono, e sempre mai

l’ovra di voi e li onorati nomi

60     con affezion ritrassi e ascoltai.

Lascio lo fele e vo per dolci pomi

promessi a me per lo verace duca;

63     ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi".

"Se lungamente l’anima conduca

le membra tue", rispuose quelli ancora,

66     "e se la fama tua dopo te luca,

cortesia e valor dì se dimora

ne la nostra città sì come suole,

69     o se del tutto se n’è gita fora;

ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole

con noi per poco e va là coi compagni,

72     assai ne cruccia con le sue parole".

"La gente nuova e i sùbiti guadagni

orgoglio e dismisura han generata,

75     Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni".

Così gridai con la faccia levata;

e i tre, che ciò inteser per risposta,

78     guardar l’un l’altro com’al ver si guata.

"Se l’altre volte sì poco ti costa",

rispuoser tutti, "il satisfare altrui,

81     felice te se sì parli a tua posta!

Però, se campi d’esti luoghi bui

e torni a riveder le belle stelle,

84     quando ti gioverà dicere "I’ fui",

fa che di noi a la gente favelle".

Indi rupper la rota, e a fuggirsi

87     ali sembiar le gambe loro isnelle.

Un amen non saria potuto dirsi

tosto così com’e’ fuoro spariti;

90     per ch’al maestro parve di partirsi.

Io lo seguiva, e poco eravam iti,

che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,

93     che per parlar saremmo a pena uditi.

Come quel fiume c’ha proprio cammino

prima dal Monte Viso ’nver’ levante,

96     da la sinistra costa d’Apennino,

che si chiama Acquacheta suso, avante

che si divalli giù nel basso letto,

99     e a Forlì di quel nome è vacante,

rimbomba là sovra San Benedetto

de l’Alpe per cadere ad una scesa

102     ove dovea per mille esser recetto;

così, giù d’una ripa discoscesa,

trovammo risonar quell’acqua tinta,

105     sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa.

Io avea una corda intorno cinta,

e con essa pensai alcuna volta

108     prender la lonza a la pelle dipinta.

Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,

sì come ’l duca m’avea comandato,

111     porsila a lui aggroppata e ravvolta.

Ond’ei si volse inver’ lo destro lato,

e alquanto di lunge da la sponda

114     la gittò giuso in quell’alto burrato.

"E’ pur convien che novità risponda",

dicea fra me medesmo, "al novo cenno

117     che ’l maestro con l’occhio sì seconda".

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

presso a color che non veggion pur l’ovra,

120     ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: "Tosto verrà di sovra

ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;

123     tosto convien ch’al tuo viso si scovra".

Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna

de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,

126     però che sanza colpa fa vergogna;

ma qui tacer nol posso; e per le note

di questa comedìa, lettor, ti giuro,

129     s’elle non sien di lunga grazia vòte,

ch’i’ vidi per quell’aere grosso e scuro

venir notando una figura in suso,

132     maravigliosa ad ogne cor sicuro,

sì come torna colui che va giuso

talora a solver l’àncora ch’aggrappa

135     o scoglio o altro che nel mare è chiuso,

che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.

 

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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