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Già
era in loco onde s’udia ’l rimbombo
de
l’acqua che cadea ne l’altro giro,
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simile a quel che l’arnie fanno rombo,
quando
tre ombre insieme si partiro,
correndo,
d’una torma che passava
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sotto la pioggia de l’aspro martiro.
Venian
ver’ noi, e ciascuna gridava:
"Sòstati
tu ch’a l’abito ne sembri
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esser alcun di nostra terra prava".
Ahimé,
che piaghe vidi ne’ lor membri,
ricenti
e vecchie, da le fiamme incese!
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Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.
A
le lor grida il mio dottor s’attese;
volse
’l viso ver’ me, e: "Or aspetta",
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disse, "a costor si vuole esser cortese.
E
se non fosse il foco che saetta
la
natura del loco, i’ dicerei
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che meglio stesse a te che a lor la fretta".
Ricominciar,
come noi restammo, ei
l’antico
verso; e quando a noi fuor giunti,
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fenno una rota di sé tutti e trei.
Qual
sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando
lor presa e lor vantaggio,
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prima che sien tra lor battuti e punti,
così
rotando, ciascuno il visaggio
drizzava
a me, sì che ’n contraro il collo
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faceva ai piè continüo vïaggio.
E
"Se miseria d’esto loco sollo
rende
in dispetto noi e nostri prieghi",
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cominciò l’uno, "e ’l tinto aspetto e brollo,
la
fama nostra il tuo animo pieghi
a
dirne chi tu se’, che i vivi piedi
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così sicuro per lo ’nferno freghi.
Questi,
l’orme di cui pestar mi vedi,
tutto
che nudo e dipelato vada,
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fu di grado maggior che tu non credi:
nepote
fu de la buona Gualdrada;
Guido
Guerra ebbe nome, e in sua vita
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fece col senno assai e con la spada.
L’altro,
ch’appresso me la rena trita,
è
Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
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nel mondo sù dovria esser gradita.
E
io, che posto son con loro in croce,
Iacopo
Rusticucci fui, e certo
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la fiera moglie più ch’altro mi nuoce".
S’i’
fossi stato dal foco coperto,
gittato
mi sarei tra lor di sotto,
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e credo che ’l dottor l’avria sofferto;
ma
perch’io mi sarei brusciato e cotto,
vinse
paura la mia buona voglia
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che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
Poi
cominciai: "Non dispetto, ma doglia
la
vostra condizion dentro mi fisse,
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tanta che tardi tutta si dispoglia,
tosto
che questo mio segnor mi disse
parole
per le quali i’ mi pensai
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che qual voi siete, tal gente venisse.
Di
vostra terra sono, e sempre mai
l’ovra
di voi e li onorati nomi
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con affezion ritrassi e ascoltai.
Lascio
lo fele e vo per dolci pomi
promessi
a me per lo verace duca;
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ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi".
"Se
lungamente l’anima conduca
le
membra tue", rispuose quelli ancora,
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"e se la fama tua dopo te luca,
cortesia
e valor dì se dimora
ne
la nostra città sì come suole,
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o se del tutto se n’è gita fora;
ché
Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
con
noi per poco e va là coi compagni,
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assai ne cruccia con le sue parole".
"La
gente nuova e i sùbiti guadagni
orgoglio
e dismisura han generata,
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Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni".
Così
gridai con la faccia levata;
e
i tre, che ciò inteser per risposta,
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guardar l’un l’altro com’al ver si guata.
"Se
l’altre volte sì poco ti costa",
rispuoser
tutti, "il satisfare altrui,
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felice te se sì parli a tua posta!
Però,
se campi d’esti luoghi bui
e
torni a riveder le belle stelle,
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quando ti gioverà dicere "I’ fui",
fa
che di noi a la gente favelle".
Indi
rupper la rota, e a fuggirsi
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ali sembiar le gambe loro isnelle.
Un
amen non saria potuto dirsi
tosto
così com’e’ fuoro spariti;
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per ch’al maestro parve di partirsi.
Io
lo seguiva, e poco eravam iti,
che
’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
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che per parlar saremmo a pena uditi.
Come
quel fiume c’ha proprio cammino
prima
dal Monte Viso ’nver’ levante,
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da la sinistra costa d’Apennino,
che
si chiama Acquacheta suso, avante
che
si divalli giù nel basso letto,
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e a Forlì di quel nome è vacante,
rimbomba
là sovra San Benedetto
de
l’Alpe per cadere ad una scesa
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ove dovea per mille esser recetto;
così,
giù d’una ripa discoscesa,
trovammo
risonar quell’acqua tinta,
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sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa.
Io
avea una corda intorno cinta,
e
con essa pensai alcuna volta
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prender la lonza a la pelle dipinta.
Poscia
ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
sì
come ’l duca m’avea comandato,
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porsila a lui aggroppata e ravvolta.
Ond’ei
si volse inver’ lo destro lato,
e
alquanto di lunge da la sponda
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la gittò giuso in quell’alto burrato.
"E’
pur convien che novità risponda",
dicea
fra me medesmo, "al novo cenno
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che ’l maestro con l’occhio sì seconda".
Ahi
quanto cauti li uomini esser dienno
presso
a color che non veggion pur l’ovra,
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ma per entro i pensier miran col senno!
El
disse a me: "Tosto verrà di sovra
ciò
ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;
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tosto convien ch’al tuo viso si scovra".
Sempre
a quel ver c’ha faccia di menzogna
de’
l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
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però che sanza colpa fa vergogna;
ma
qui tacer nol posso; e per le note
di
questa comedìa, lettor, ti giuro,
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s’elle non sien di lunga grazia vòte,
ch’i’
vidi per quell’aere grosso e scuro
venir
notando una figura in suso,
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maravigliosa ad ogne cor sicuro,
sì
come torna colui che va giuso
talora
a solver l’àncora ch’aggrappa
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o scoglio o altro che nel mare è chiuso,
che
’n sù si stende e da piè si rattrappa.
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