La  Divina  Commedia

Inferno - Capitolo XVII 

Cerchio VII e VIII - Usurai - I violenti contro natura e arte - Reginaldo Scrovegni - Gerione. 

Riassunto del Canto.

Questo canto è dedicato ai violenti, e Virgilio spiega la natura del peccato d'usura che offende Dio perchè l'uomo è chiamato a trarre il suo sostentamento solo dalla natura e dal proprio lavoro, mentre l'usuraio lo trae dal danaro, andando contro alla volontà divina.

La corda gettata dalla rupe da Virgilio richiama l'attenzione di Gerione che emerge dall'abbisso. È un mostro con il volto umano, alato con la cosa di serpente che termina con un pungilione tipo quello dello scorpione, ha il corpo variopinto come un tappeto. Gerione si ferma sul bordo pietroso del burrone a poca distanza da Dante e Virgilio, i quali si spostano per avvicinarlo. 

Fatti pochi passi però si accorgono del terzo gruppo di dannati che rannicchiati giaciono sulla sabbia; sono gli usurai violenti contro natura ed arte, irriconoscibili dal volto sfigurato; quì l'accento è posto sui nobili corrotti dalla smodata sete di guadagno. Si distinguono perchè ciascuno porta al collo una borsa che reca impresso lo stemma della famiglia cui appartengono, ma Dante non riconosce nessuno, neppure colui che gli rivolge la parola, Reginaldo Scrovegni, che esplode in una rabbiosa invettiva preannunciando l'arrivo di altri due dannati ed infine tira fuori la lingua in segno di disprezzo. Dagli stemmi è in grado di individuare solo tre discendenti di famiglie bene. 
Virgilio è già seduto sulla groppa di Gerione quando Dante gli si avvicina e senza timore prende posto anch'egli sull'animale che si lancia in volo nel baratro e facendo concentrici giri va a posarsi sul fondo dove fa scendere i due passeggeri per poi ripartire come un razzo.

Canto XVII

"Ecco la fiera con la coda aguzza,

che passa i monti e rompe i muri e l’armi!

3     Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!".

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;

e accennolle che venisse a proda,

6     vicino al fin d’i passeggiati marmi.

E quella sozza imagine di froda

sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,

9     ma ’n su la riva non trasse la coda.

La faccia sua era faccia d’uom giusto,

tanto benigna avea di fuor la pelle,

12     e d’un serpente tutto l’altro fusto;

due branche avea pilose insin l’ascelle;

lo dosso e ’l petto e ambedue le coste

15     dipinti avea di nodi e di rotelle.

Con più color, sommesse e sovraposte

non fer mai drappi Tartari né Turchi,

18     né fuor tai tele per Aragne imposte.

Come tal volta stanno a riva i burchi,

che parte sono in acqua e parte in terra,

21     e come là tra li Tedeschi lurchi

lo bivero s’assetta a far sua guerra,

così la fiera pessima si stava

24     su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.

Nel vano tutta sua coda guizzava,

torcendo in sù la venenosa forca

27     ch’a guisa di scorpion la punta armava.

Lo duca disse: "Or convien che si torca

la nostra via un poco insino a quella

30     bestia malvagia che colà si corca".

Però scendemmo a la destra mammella,

e diece passi femmo in su lo stremo,

33     per ben cessar la rena e la fiammella.

E quando noi a lei venuti semo,

poco più oltre veggio in su la rena

36     gente seder propinqua al loco scemo.

Quivi ’l maestro "Acciò che tutta piena

esperïenza d’esto giron porti",

39     mi disse, "va, e vedi la lor mena.

Li tuoi ragionamenti sian là corti;

mentre che torni, parlerò con questa,

42     che ne conceda i suoi omeri forti".

Così ancor su per la strema testa

di quel settimo cerchio tutto solo

45     andai, dove sedea la gente mesta.

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;

di qua, di là soccorrien con le mani

48     quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:

non altrimenti fan di state i cani

or col ceffo or col piè, quando son morsi

51     o da pulci o da mosche o da tafani.

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,

ne’ quali ’l doloroso foco casca,

54     non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi

che dal collo a ciascun pendea una tasca

ch’avea certo colore e certo segno,

57     e quindi par che ’l loro occhio si pasca.

E com’io riguardando tra lor vegno,

in una borsa gialla vidi azzurro

60     che d’un leone avea faccia e contegno.

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,

vidine un’altra come sangue rossa,

63     mostrando un’oca bianca più che burro.

E un che d’una scrofa azzurra e grossa

segnato avea lo suo sacchetto bianco,

66     mi disse: "Che fai tu in questa fossa?

Or te ne va; e perché se’ vivo anco,

sappi che ’l mio vicin Vitalïano

69     sederà qui dal mio sinistro fianco.

Con questi Fiorentin son padoano:

spesse fïate mi ’ntronan li orecchi

72     gridando: "Vegna ’l cavalier sovrano,

che recherà la tasca con tre becchi!"".

Qui distorse la bocca e di fuor trasse

75     la lingua, come bue che ’l naso lecchi.

E io, temendo no ’l più star crucciasse

lui che di poco star m’avea ’mmonito,

78     torna’mi in dietro da l’anime lasse.

Trova’ il duca mio ch’era salito

già su la groppa del fiero animale,

81     e disse a me: "Or sie forte e ardito.

Omai si scende per sì fatte scale;

monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,

84     sì che la coda non possa far male".

Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo

de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,

87     e triema tutto pur guardando ’l rezzo,

tal divenn’io a le parole porte;

ma vergogna mi fé le sue minacce,

90     che innanzi a buon segnor fa servo forte.

I’ m’assettai in su quelle spallacce;

sì volli dir, ma la voce non venne

93     com’io credetti: "Fa che tu m’abbracce".

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne

ad altro forse, tosto ch’i’ montai

96     con le braccia m’avvinse e mi sostenne;

e disse: "Gerïon, moviti omai:

le rote larghe, e lo scender sia poco;

99     pensa la nova soma che tu hai".

Come la navicella esce di loco

in dietro in dietro, sì quindi si tolse;

102     e poi ch’al tutto si sentì a gioco,

là ’v’era ’l petto, la coda rivolse,

e quella tesa, come anguilla, mosse,

105     e con le branche l’aere a sé raccolse.

Maggior paura non credo che fosse

quando Fetonte abbandonò li freni,

108     per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;

né quando Icaro misero le reni

sentì spennar per la scaldata cera,

111     gridando il padre a lui "Mala via tieni!",

che fu la mia, quando vidi ch’i’ era

ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta

114     ogne veduta fuor che de la fera.

Ella sen va notando lenta lenta;

rota e discende, ma non me n’accorgo

117     se non che al viso e di sotto mi venta.

Io sentia già da la man destra il gorgo

far sotto noi un orribile scroscio,

120     per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.

Allor fu’ io più timido a lo stoscio,

però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;

123     ond’io tremando tutto mi raccoscio.

E vidi poi, ché nol vedea davanti,

lo scendere e ’l girar per li gran mali

126     che s’appressavan da diversi canti.

Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,

che sanza veder logoro o uccello

129     fa dire al falconiere "Omè, tu cali!",

discende lasso onde si move isnello,

per cento rote, e da lunge si pone

132     dal suo maestro, disdegnoso e fello;

così ne puose al fondo Gerïone

al piè al piè de la stagliata rocca,

135     e, discarcate le nostre persone,

si dileguò come da corda cocca. 

Home page

A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

Torna su