Io
vidi già cavalier muover campo,
e
cominciare stormo e far lor mostra,
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e talvolta partir per loro scampo;
corridor
vidi per la terra vostra,
o
Aretini, e vidi gir gualdane,
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fedir torneamenti e correr giostra;
quando
con trombe, e quando con campane,
con
tamburi e con cenni di castella,
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e con cose nostrali e con istrane;
né
già con sì diversa cennamella
cavalier
vidi muover né pedoni,
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né nave a segno di terra o di stella.
Noi
andavam con li diece demoni.
Ahi
fiera compagnia! ma ne la chiesa
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coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
Pur
a la pegola era la mia ’ntesa,
per
veder de la bolgia ogne contegno
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e de la gente ch’entro v’era incesa.
Come
i dalfini, quando fanno segno
a’
marinar con l’arco de la schiena
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che s’argomentin di campar lor legno,
talor
così, ad alleggiar la pena,
mostrav’alcun
de’ peccatori ’l dosso
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e nascondea in men che non balena.
E
come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno
i ranocchi pur col muso fuori,
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sì che celano i piedi e l’altro grosso,
sì
stavan d’ogne parte i peccatori;
ma
come s’appressava Barbariccia,
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così si ritraén sotto i bollori.
I’
vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno
aspettar così, com’elli ’ncontra
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ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
e
Graffiacan, che li era più di contra,
li
arruncigliò le ’mpegolate chiome
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e trassel sù, che mi parve una lontra.
I’
sapea già di tutti quanti ’l nome,
sì
li notai quando fuorono eletti,
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e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.
"O
Rubicante, fa che tu li metti
li
unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!",
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gridavan tutti insieme i maladetti.
E
io: "Maestro mio, fa, se tu puoi,
che
tu sappi chi è lo sciagurato
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venuto a man de li avversari suoi".
Lo
duca mio li s’accostò allato;
domandollo
ond’ei fosse, e quei rispuose:
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"I’ fui del regno di Navarra nato.
Mia
madre a servo d’un segnor mi puose,
che
m’avea generato d’un ribaldo,
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distruggitor di sé e di sue cose.
Poi
fui famiglia del buon re Tebaldo;
quivi
mi misi a far baratteria,
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di ch’io rendo ragione in questo caldo".
E
Cirïatto, a cui di bocca uscia
d’ogne
parte una sanna come a porco,
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li fé sentir come l’una sdruscia.
Tra
male gatte era venuto ’l sorco;
ma
Barbariccia il chiuse con le braccia
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e disse: "State in là, mentr’io lo ’nforco".
E
al maestro mio volse la faccia;
"Domanda",
disse, "ancor, se più disii
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saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia".
Lo
duca dunque: "Or dì : de li altri rii
conosci
tu alcun che sia latino
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sotto la pece?". E quelli: "I’ mi partii,
poco
è, da un che fu di là vicino.
Così
foss’io ancor con lui coperto,
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ch’i’ non temerei unghia né uncino!".
E
Libicocco "Troppo avem sofferto",
disse;
e preseli ’l braccio col runciglio,
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sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
Draghignazzo
anco i volle dar di piglio
giuso
a le gambe; onde ’l decurio loro
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si volse intorno intorno con mal piglio.
Quand’elli
un poco rappaciati fuoro,