La  Divina  Commedia

Inferno - Capitolo XXIII 

Terzo cerchio, Sesta bolgia - Ipocriti.

Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò - Caifa. 

Riassunto del Canto.

I diavoli titigiosi, si sono accorti della fuga dei due visitatori e si sono messi al loro inseguimento. Virgilio è costretto prendere Dante tra le braccia e scivolare rapidamente per la scarpata che conduce alla sesta bolgia. I diavoli, per volontà divina, sono obbligati a fermarsi sul bordo del fossato per cui diventano inofensivi, cosa che tranquilizza l'animo dell'umano poeta. 

La nuova bolgia ospita gli ipocriti, coperti da una pesante cappa di piombo esternamente dorata, con un capuccio che arriva a coprire anche gli occhi, condannati a camminare con lentezza. Mentre i nostri visitatori parlando si spostano sul bordo della bolgia. Un dannato riconosce Dante dalla sua parlata toscana, lo invita a fermarsi con lui e con il suo compagno di pena. I due sono bolognesi e si identificano in Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, fondatore dell’ordine dei Cavalieri della Milizia della B. V. Maria (detti frati Gaudenti o Godenti), che agirono da ipocrati quando furono nominati podestà a Firenze. 

Colpisce la vista di Dante quella di un dannato disteso a terra  a braccia aperte come un crocifisso, con i polsi e i piedi legati a tre pioli. Catalano spiega che si tratta di Caifa, il sommo sacerdote che presiedette il Sinedrio e che favorì la condanna di Cristo e la persecuzione degli Apostoli, e che sconta così la sua pena assieme agli altri membri e sacerdoti del Sinedrio.

Virgilio chiede a Catalano la strada per uscire da questa bolgie ed esso gli indica il ponte diroccato, ma sul fianco è tracciato un sentiero seguendo il quale si può risalire l'argine. Virgilio rimane corrucciato per le cattive informazioni ricevute dal diavolo Malacoda.

Canto XXIII

Taciti, soli, sanza compagnia

n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,

3     come frati minor vanno per via.

Vòlt’era in su la favola d’Isopo

lo mio pensier per la presente rissa,

6     dov’el parlò de la rana e del topo;

ché più non si pareggia "mo" e "issa"

che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia

9     principio e fine con la mente fissa.

E come l’un pensier de l’altro scoppia,

così nacque di quello un altro poi,

12     che la prima paura mi fé doppia.

Io pensava così: "Questi per noi

sono scherniti con danno e con beffa

15     sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.

Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,

ei ne verranno dietro più crudeli

18     che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa".

Già mi sentia tutti arricciar li peli

de la paura e stava in dietro intento,

21     quand’io dissi: "Maestro, se non celi

te e me tostamente, i’ ho pavento

d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;

24     io li ’magino sì, che già li sento".

E quei: "S’i’ fossi di piombato vetro,

l’imagine di fuor tua non trarrei

27     più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.

Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,

con simile atto e con simile faccia,

30     sì che d’intrambi un sol consiglio fei.

S’elli è che sì la destra costa giaccia,

che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,

33     noi fuggirem l’imaginata caccia".

Già non compié di tal consiglio rendere,

ch’io li vidi venir con l’ali tese

36     non molto lungi, per volerne prendere.

Lo duca mio di sùbito mi prese,

come la madre ch’al romore è desta

39     e vede presso a sé le fiamme accese,

che prende il figlio e fugge e non s’arresta,

avendo più di lui che di sé cura,

42     tanto che solo una camiscia vesta;

e giù dal collo de la ripa dura

supin si diede a la pendente roccia,

45     che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.

Non corse mai sì tosto acqua per doccia

a volger ruota di molin terragno,

48     quand’ella più verso le pale approccia,

come ’l maestro mio per quel vivagno,

portandosene me sovra ’l suo petto,

51     come suo figlio, non come compagno.

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto

del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle

54     sovresso noi; ma non lì era sospetto:

ché l’alta provedenza che lor volle

porre ministri de la fossa quinta,

57     poder di partirs’indi a tutti tolle.

Là giù trovammo una gente dipinta

che giva intorno assai con lenti passi,

60     piangendo e nel sembiante stanca e vinta.

Elli avean cappe con cappucci bassi

dinanzi a li occhi, fatte de la taglia

63     che in Clugnì per li monaci fassi.

Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;

ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,

66     che Federigo le mettea di paglia.

Oh in etterno faticoso manto!

Noi ci volgemmo ancor pur a man manca

69     con loro insieme, intenti al tristo pianto;

ma per lo peso quella gente stanca

venìa sì pian, che noi eravam nuovi

72     di compagnia ad ogne mover d’anca.

Per ch’io al duca mio: "Fa che tu trovi

alcun ch’al fatto o al nome si conosca,

75     e li occhi, sì andando, intorno movi".

E un che ’ntese la parola tosca,

di retro a noi gridò: "Tenete i piedi,

78     voi che correte sì per l’aura fosca!

Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi".

Onde ’l duca si volse e disse: "Aspetta,

81     e poi secondo il suo passo procedi".

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta

de l’animo, col viso, d’esser meco;

84     ma tardavali ’l carco e la via stretta.

Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco

mi rimiraron sanza far parola;

87     poi si volsero in sé, e dicean seco:

"Costui par vivo a l’atto de la gola;

e s’e’ son morti, per qual privilegio

90     vanno scoperti de la grave stola?".

Poi disser me: "O Tosco, ch’al collegio

de l’ipocriti tristi se’ venuto,

93     dir chi tu se’ non avere in dispregio".

E io a loro: "I’ fui nato e cresciuto

sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,

96     e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla

quant’i’ veggio dolor giù per le guance?

99     e che pena è in voi che sì sfavilla?".

E l’un rispuose a me: "Le cappe rance

son di piombo sì grosse, che li pesi

102     fan così cigolar le lor bilance.

Frati godenti fummo, e bolognesi;

io Catalano e questi Loderingo

105     nomati, e da tua terra insieme presi

come suole esser tolto un uom solingo,

per conservar sua pace; e fummo tali,

108     ch’ancor si pare intorno dal Gardingo".

Io cominciai: "O frati, i vostri mali...";

ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse

111     un, crucifisso in terra con tre pali.

Quando mi vide, tutto si distorse,

soffiando ne la barba con sospiri;

114     e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,

mi disse: "Quel confitto che tu miri,

consigliò i Farisei che convenia

117     porre un uom per lo popolo a’ martìri.

Attraversato è, nudo, ne la via,

come tu vedi, ed è mestier ch’el senta

120     qualunque passa, come pesa, pria.

E a tal modo il socero si stenta

in questa fossa, e li altri dal concilio

123     che fu per li Giudei mala sementa".

Allor vid’io maravigliar Virgilio

sovra colui ch’era disteso in croce

126     tanto vilmente ne l’etterno essilio.

Poscia drizzò al frate cotal voce:

"Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci

129     s’a la man destra giace alcuna foce

onde noi amendue possiamo uscirci,

sanza costrigner de li angeli neri

132     che vegnan d’esto fondo a dipartirci".

Rispuose adunque: "Più che tu non speri

s’appressa un sasso che de la gran cerchia

135     si move e varca tutt’i vallon feri,

salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;

montar potrete su per la ruina,

138     che giace in costa e nel fondo soperchia".

Lo duca stette un poco a testa china;

poi disse: "Mal contava la bisogna

141     colui che i peccator di qua uncina".

E ’l frate: "Io udi’ già dire a Bologna

del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’

144     ch’elli è bugiardo e padre di menzogna".

Appresso il duca a gran passi sen gì,

turbato un poco d’ira nel sembiante;

147     ond’io da li ’ncarcati mi parti’

dietro a le poste de le care piante.

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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