La  Divina  Commedia

Inferno -  Capitolo XXV

Terzo cerchio, Sesta bolgia - I ladri - Caco - Puccio Sciancato - Francesco Cavalcanti.

Riassunto del Canto.

Terminato di profetizzare la sconfitta della parte Bianca a Firenze, Fucci rivolge a Dio un gesto osceno di sfida, ma la sua bestemmia viene immediatamente punita dai serpenti che lo assalgono avvolgondolo fino a bloccarne i movimenti e le parole. Dante allora si ribella e da sfogo alla sua amarezza con una violenta invettiva contro Pistoia, mentre Fucci si allontana fuggendo.

Appare Caco con il corpo ricoperto di bisce, il gigante figlio di Vulcano, dedito alla rapina. Avendo rubato ad Ercole parecchi buoi, li trascinò nella sua caverna tirandoli per la coda, impedendo così agli animali di lasciare le loro ormo sul terreno, evitando di rivelerne il nascondiglio. Ma ciò non impedì ad Ercole di smascherare il ladro e di ucciderlo. All'allontanarsi di Caco, si avvicinano cinque ladri fiorentini, ciascuno dei quali subisce una sua metamorfosi: il primo si fonde con un serpente che lo ha avvinghiato come l'edera ad un albero; il secondo dopo essere stato morso da un serpentello si trasforma in biscia per poi ritornare ad essere uomo, qui Dante riconosce il ladro in Francesco dei Cavalcanti; nel dannato che è rimasto uomo, Dante riconosce il concittadino Puccio Sciancato.  

Canto XXV

Al fine de le sue parole il ladro

le mani alzò con amendue le fiche,

3     gridando: "Togli, Dio, ch’a te le squadro!".

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,

perch’una li s’avvolse allora al collo,

6     come dicesse "Non vo’ che più diche";

e un’altra a le braccia, e rilegollo,

ribadendo sé stessa sì dinanzi,

9     che non potea con esse dare un crollo.

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi

d’incenerarti sì che più non duri,

12     poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?

Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri

non vidi spirto in Dio tanto superbo,

15     non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.

El si fuggì che non parlò più verbo;

e io vidi un centauro pien di rabbia

18     venir chiamando: "Ov’è, ov’è l’acerbo?".

Maremma non cred’io che tante n’abbia,

quante bisce elli avea su per la groppa

21     infin ove comincia nostra labbia.

Sovra le spalle, dietro da la coppa,

con l’ali aperte li giacea un draco;

24     e quello affuoca qualunque s’intoppa.

Lo mio maestro disse: "Questi è Caco,

che, sotto ’l sasso di monte Aventino,

27     di sangue fece spesse volte laco.

Non va co’ suoi fratei per un cammino,

per lo furto che frodolente fece

30     del grande armento ch’elli ebbe a vicino;

onde cessar le sue opere biece

sotto la mazza d’Ercule, che forse

33     gliene diè cento, e non sentì le diece".

Mentre che sì parlava, ed el trascorse,

e tre spiriti venner sotto noi,

36     de’ quali né io né ’l duca mio s’accorse,

se non quando gridar: "Chi siete voi?";

per che nostra novella si ristette,

39     e intendemmo pur ad essi poi.

Io non li conoscea; ma ei seguette,

come suol seguitar per alcun caso,

42     che l’un nomar un altro convenette,

dicendo: "Cianfa dove fia rimaso?";

per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,

45     mi puosi ’l dito su dal mento al naso.

Se tu se’ or, lettore, a creder lento

ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,

48     ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.

Com’io tenea levate in lor le ciglia,

e un serpente con sei piè si lancia

51     dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.

Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia,

e con li anterïor le braccia prese;

54     poi li addentò e l’una e l’altra guancia;

li diretani a le cosce distese,

e miseli la coda tra ’mbedue

57     e dietro per le ren sù la ritese.

Ellera abbarbicata mai non fue

ad alber sì, come l’orribil fiera

60     per l’altrui membra avviticchiò le sue.

Poi s’appiccar, come di calda cera

fossero stati, e mischiar lor colore,

63     né l’un né l’altro già parea quel ch’era:

come procede innanzi da l’ardore,

per lo papiro suso, un color bruno

66     che non è nero ancora e ’l bianco more.

Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno

gridava: "Omè, Agnel, come ti muti!

69     Vedi che già non se’ né due né uno".

Già eran li due capi un divenuti,

quando n’apparver due figure miste

72     in una faccia, ov’eran due perduti.

Fersi le braccia due di quattro liste;

le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso

75     divenner membra che non fuor mai viste.

Ogne primaio aspetto ivi era casso:

due e nessun l’imagine perversa

78     parea; e tal sen gio con lento passo.

Come ’l ramarro sotto la gran fersa

dei dì canicular, cangiando sepe,

81     folgore par se la via attraversa,

sì pareva, venendo verso l’epe

de li altri due, un serpentello acceso,

84     livido e nero come gran di pepe;

e quella parte onde prima è preso

nostro alimento, a l’un di lor trafisse;

87     poi cadde giuso innanzi lui disteso.

Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;

anzi, co’ piè fermati, sbadigliava

90     pur come sonno o febbre l’assalisse.

Elli ’l serpente, e quei lui riguardava;

l’un per la piaga e l’altro per la bocca

93     fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.

Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca

del misero Sabello e di Nasidio,

96     e attenda a udir quel ch’or si scocca.

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,

ché se quello in serpente e quella in fonte

99     converte poetando, io non lo ’nvidio;

ché due nature mai a fronte a fronte

non trasmutò sì ch’amendue le forme

102     a cambiar lor matera fosser pronte.

Insieme si rispuosero a tai norme,

che ’l serpente la coda in forca fesse,

105     e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.

Le gambe con le cosce seco stesse

s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura

108     non facea segno alcun che si paresse.

Togliea la coda fessa la figura

che si perdeva là, e la sua pelle

111     si facea molle, e quella di là dura.

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,

e i due piè de la fiera, ch’eran corti,

114     tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Poscia li piè di retro, insieme attorti,

diventaron lo membro che l’uom cela,

117     e ’l misero del suo n’avea due porti.

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela

di color novo, e genera ’l pel suso

120     per l’una parte e da l’altra il dipela,

l’un si levò e l’altro cadde giuso,

non torcendo però le lucerne empie,

123     sotto le quai ciascun cambiava muso.

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,

e di troppa matera ch’in là venne

126     uscir li orecchi de le gote scempie;

ciò che non corse in dietro e si ritenne

di quel soverchio, fé naso a la faccia

129     e le labbra ingrossò quanto convenne.

Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,

e li orecchi ritira per la testa

132     come face le corna la lumaccia;

e la lingua, ch’avëa unita e presta

prima a parlar, si fende, e la forcuta

135     ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.

L’anima ch’era fiera divenuta,

suffolando si fugge per la valle,

138     e l’altro dietro a lui parlando sputa.

Poscia li volse le novelle spalle,

e disse a l’altro: "I’ vo’ che Buoso corra,

141     com’ho fatt’io, carpon per questo calle".

Così vid’io la settima zavorra

mutare e trasmutare; e qui mi scusi

144     la novità se fior la penna abborra.

E avvegna che li occhi miei confusi

fossero alquanto e l’animo smagato,

147     non poter quei fuggirsi tanto chiusi,

ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;

ed era quel che sol, di tre compagni

150     che venner prima, non era mutato;

l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

 

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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