La  Divina  Commedia

Inferno - Capitolo XXVI 

Terzo Cerchio, Ottava bolgia - Consiglieri di frodi - Ulisse e Diomede.

Riassunto del Canto.

A seguito del canto precedente, quello dei cinque ladri fiorentini, Dante si lancia in ina grande invettiva rivolta contro Firenze, con la quale pronostica le sciagure che tutti i comuni toscani da lei sottomessi le augurano.

I due viandanti raggiunto il luogo dove doveva sorgere il ponte, risalgono la scarpata e salgono l'argine da dove è visibile la sottostante ottava bolgia.

Il fossato è disseminato di piccole fiammelle in movimento, come lucciole in una notte d'estate. In ogni fiammella, spiega Virgilio, è celato un dannato, colpevole di aver suggerito o consigliato una frode. Una fiammella sembra doppia ed ha attirato l'attenzzione di Dante che chiede cosa voglia rappresentare. Virgilio dice che si tratta di due anime quella di Ulisse e di Diomede che, come insieme sono stati capaci di ideare l'inganno del Cavallo di Troia, l'inganno per smascherare Achille nascosto nella reggia di Sciro, vestito con abiti femminili ed il furto del Palladio, che rendeva Troia inespugnabile, così assieme sono ora puniti. Dante esprime il desiderio di poter parlare con loro.

Da una lingua di fuoco si presenta Ulisse che parla e rivela che per il suo desideio di conoscere il mondo e gli uomini, ha intrapreso contro i voleri divini, un nuovo viaggio oltre le Colonne d'Ercole. Con un manipolo di uomini a lui fidati in mare aperto, ormai in vista della montagna del Purgatorio, un turbine affondato la loro nave, così tutti sono periti.

Canto XXVI

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande,

che per mare e per terra batti l’ali,

3     e per lo ’nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali

tuoi cittadini onde mi ven vergogna,

6     e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,

tu sentirai, di qua da picciol tempo,

9     di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.

E se già fosse, non saria per tempo.

Così foss’ei, da che pur esser dee!

12     ché più mi graverà, com’ più m’attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee

che n’avean fatto iborni a scender pria,

15     rimontò ’l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,

tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio

18     lo piè sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio

quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,

21     e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;

sì che, se stella bona o miglior cosa

24     m’ha dato ’l ben, ch’io stesso nol m’invidi.

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,

nel tempo che colui che ’l mondo schiara

27     la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,

vede lucciole giù per la vallea,

30     forse colà dov’e’ vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea

l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi

33     tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi

vide ’l carro d’Elia al dipartire,

36     quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,

ch’el vedesse altro che la fiamma sola,

39     sì come nuvoletta, in sù salire:

tal si move ciascuna per la gola

del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,

42     e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,

sì che s’io non avessi un ronchion preso,

45     caduto sarei giù sanz’esser urto.

E ’l duca, che mi vide tanto atteso,

disse: "Dentro dai fuochi son li spirti;

48     catun si fascia di quel ch’elli è inceso".

"Maestro mio", rispuos’io, "per udirti

son io più certo; ma già m’era avviso

51     che così fosse, e già voleva dirti:

chi è ’n quel foco che vien sì diviso

di sopra, che par surger de la pira

54      dov’Eteòcle col fratel fu miso?".

Rispuose a me: "Là dentro si martira

Ulisse e Dïomede, e così insieme

57     a la vendetta vanno come a l’ira;

e dentro da la lor fiamma si geme

l’agguato del caval che fé la porta

60     onde uscì de’ Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l’arte per che, morta,

Deïdamìa ancor si duol d’Achille,

63     e del Palladio pena vi si porta".

"S’ei posson dentro da quelle faville

parlar", diss’io, "maestro, assai ten priego

66     e ripriego, che ’l priego vaglia mille,

che non mi facci de l’attender niego

fin che la fiamma cornuta qua vegna;

69     vedi che del disio ver’ lei mi piego!".

Ed elli a me: "La tua preghiera è degna

di molta loda, e io però l’accetto;

72     ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto

ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,

75      perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto".

Poi che la fiamma fu venuta quivi

dove parve al mio duca tempo e loco,

78     in questa forma lui parlare audivi:

"O voi che siete due dentro ad un foco,

s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,

81     s’io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,

non vi movete; ma l’un di voi dica

84     dove, per lui, perduto a morir gissi".

Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando,

87     pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,

come fosse la lingua che parlasse,

90     gittò voce di fuori, e disse: "Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse

me più d’un anno là presso a Gaeta,

93     prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né ’l debito amore

96     lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore

ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto

99     e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

102     picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,

105     e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

108     dov’Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;

da la man destra mi lasciai Sibilia,

111     da l’altra già m’avea lasciata Setta.

"O frati", dissi, "che per cento milia

perigli siete giunti a l’occidente,

114     a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente

non vogliate negar l’esperïenza,

117     di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

120     ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec’io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

123     che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,

de’ remi facemmo ali al folle volo,

126     sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo

vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,

129     che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

132     poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

135     quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;

ché de la nova terra un turbo nacque

138     e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;

a la quarta levar la poppa in suso

141     e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".   

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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