La  Divina  Commedia

Inferno - Capitolo XXVIII 

Terzo cerchio, Nona bolgia - Seminatori di discordie - Maometto, Alì, Pier da Medicina, Curione, Mosca dei Lamberti, Bertram del Bornio, Geri del Bello.

   Riassunto del Canto.

Nella nona bolgia sono puniti i seminatori di discordia, di scismi in ambito religioso, con squartamenti, mutilazioni e ferite ancora più gravi di quelle provocate da una guerra. Come in vita hanno adoperato la loro intelligenza per dividere gli uomini, ora sono squarciati per punizione nel loro essere.

Un demone è funge da boia e impone punizioni le più cruente e spietate, tanto più grave è la colpa del dannato.

Fra questi Dante trova Maometto, con le budella a penzoloni fuoruscite da uno squarcio che dalla gola arrivava all'inguine e suo genero Alì, con il viso spaccato dal mento alla fronte.

Il profeta ha saputo che Dante è un essere vivente, gli raccomanda di informare fra Dolcino dell'assedio cui gli stringerà il Vescovo di Navarra, affinché possa prepararsi nella difesa e a ritardare il suo arrivo nella nona bolgia.

Un'altro messaggio da recapitare in terra gli viene dettato dal romagnolo Pier da Medicina, anch'esso mutilato del naso e di un orecchio e con la gola squarciata, da portare ai cittadini di Fano, predicendo il tradimento del loro signore di Rimini; di questa città è anche il tribuno Curione che aizzò Cesare contro Pompeo e per questo ora è mutilato della lingua. Il fiorentino Mosca dei Lamberti è mutilato delle mani, chiede di essere ricordato per colui che ha dato inizio alla lotta tra Guelfi e Ghibellini.

In ultimo si fa avanti il trovatore Bertran de Born che in vita ha istigato il re Enrico III a ribellarsi al padre, ora è decapitato e porta la sua testa tra le mani come fosse un cero.

Canto XXVIII

Chi poria mai pur con parole sciolte

dicer del sangue e de le piaghe a pieno

3     ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?

Ogne lingua per certo verria meno

per lo nostro sermone e per la mente

6     c’hanno a tanto comprender poco seno.

S’el s’aunasse ancor tutta la gente

che già, in su la fortunata terra

9     di Puglia, fu del suo sangue dolente

per li Troiani e per la lunga guerra

che de l’anella fé sì alte spoglie,

12     come Livio scrïve, che non erra,

con quella che sentio di colpi doglie

per contastare a Ruberto Guiscardo;

15     e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie

a Ceperan, là dove fu bugiardo

ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,

18     dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo;

e qual forato suo membro e qual mozzo

mostrasse, d’aequar sarebbe nulla

21     il modo de la nona bolgia sozzo.

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com’io vidi un, così non si pertugia,

24     rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;

la corata pareva e ’l tristo sacco

27     che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,

guardommi e con le man s’aperse il petto,

30     dicendo: "Or vedi com’io mi dilacco!

vedi come storpiato è Mäometto!

Dinanzi a me sen va piangendo Alì,

33     fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

E tutti li altri che tu vedi qui,

seminator di scandalo e di scisma

36     fuor vivi, e però son fessi così.

Un diavolo è qua dietro che n’accisma

sì crudelmente, al taglio de la spada

39     rimettendo ciascun di questa risma,

quand’avem volta la dolente strada;

però che le ferite son richiuse

42     prima ch’altri dinanzi li rivada.

Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,

forse per indugiar d’ire a la pena

45     ch’è giudicata in su le tue accuse?".

"Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena",

rispuose ’l mio maestro, "a tormentarlo;

48     ma per dar lui esperïenza piena,

a me, che morto son, convien menarlo

per lo ’nferno qua giù di giro in giro;

51     e quest’è ver così com’io ti parlo".

Più fuor di cento che, quando l’udiro,

s’arrestaron nel fosso a riguardarmi

54     per maraviglia, oblïando il martiro.

"Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,

tu che forse vedra’ il sole in breve,

57     s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve

non rechi la vittoria al Noarese,

60     ch’altrimenti acquistar non saria leve".

Poi che l’un piè per girsene sospese,

Mäometto mi disse esta parola;

63     indi a partirsi in terra lo distese.

Un altro, che forata avea la gola

e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,

66     e non avea mai ch’una orecchia sola,

ristato a riguardar per maraviglia

con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,

69     ch’era di fuor d’ogni parte vermiglia,

e disse: "O tu cui colpa non condanna

e cu’ io vidi su in terra latina,

72     se troppa simiglianza non m’inganna,

rimembriti di Pier da Medicina,

se mai torni a veder lo dolce piano

75     che da Vercelli a Marcabò dichina.

E fa saper a’ due miglior da Fano,

a messer Guido e anco ad Angiolello,

78     che, se l’antiveder qui non è vano,

gittati saran fuor di lor vasello

e mazzerati presso a la Cattolica

81     per tradimento d’un tiranno fello.

Tra l’isola di Cipri e di Maiolica

non vide mai sì gran fallo Nettuno,

84     non da pirate, non da gente argolica.

Quel traditor che vede pur con l’uno,

e tien la terra che tale qui meco

87     vorrebbe di vedere esser digiuno,

farà venirli a parlamento seco;

poi farà sì, ch’al vento di Focara

90     non sarà lor mestier voto né preco".

E io a lui: "Dimostrami e dichiara,

se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,

93     chi è colui da la veduta amara".

Allor puose la mano a la mascella

d’un suo compagno e la bocca li aperse,

96     gridando: "Questi è desso, e non favella.

Questi, scacciato, il dubitar sommerse

in Cesare, affermando che ’l fornito

99     sempre con danno l’attender sofferse".

Oh quanto mi pareva sbigottito

con la lingua tagliata ne la strozza

102     Curïo, ch’a dir fu così ardito!

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,

levando i moncherin per l’aura fosca,

105     sì che ’l sangue facea la faccia sozza,

gridò: "Ricordera’ti anche del Mosca,

che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",

108     che fu mal seme per la gente tosca".

E io li aggiunsi: "E morte di tua schiatta";

per ch’elli, accumulando duol con duolo,

111     sen gio come persona trista e matta.

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,

e vidi cosa ch’io avrei paura,

114     sanza più prova, di contarla solo;

se non che coscïenza m’assicura,

la buona compagnia che l’uom francheggia

117     sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,

un busto sanza capo andar sì come

120     andavan li altri de la trista greggia;

e ’l capo tronco tenea per le chiome,

pesol con mano a guisa di lanterna:

123     e quel mirava noi e dicea: "Oh me!".

Di sé facea a sé stesso lucerna,

ed eran due in uno e uno in due;

126     com’esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue,

levò ’l braccio alto con tutta la testa

129     per appressarne le parole sue,

che fuoro: "Or vedi la pena molesta,

tu che, spirando, vai veggendo i morti:

132     vedi s’alcuna è grande come questa.

E perché tu di me novella porti,

sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli

135     che diedi al re giovane i ma’ conforti.

Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;

Achitofèl non fé più d’Absalone

138     e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch’io parti’ così giunte persone,

partito porto il mio cerebro, lasso!,

141     dal suo principio ch’è in questo troncone.

Così s’osserva in me lo contrapasso". 

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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