La  Divina  Commedia

Inferno - Capitolo XXXI 

Terzo girone - dicima bolgia.  

Nono cerchio - I giganti: Nembrot, Fialte, Briareo, Anteo.

Riassunto del Canto.

Dante che prima era stato rimproverato e poi confortato da Virgilio, lo paragona alla lancia di Achille che al primo colpo feriva e al secondo guariva.  Senza proferir parola i due poeti lasciano Maleborge nella decima bolgia e calpestando un ripido argine roccioso scendono al nono cerchio. Immersi nel crepuscolo, odono un forte suono di corno che avrebbe coperto anche il rombo di un tuono, più forte di quello lanciato da Orlando dopo la battaglia di Roncisvalle. Causa la poca visibilità Dante crede di vedere le torri della mura di una città, invece Virgilio gli spiega che quelle figure sono i corpi dei giganti che sono stati sterminati da Giove e interrati attorno al pozzo, dal bacino in giù; tanto più Dante si avvicina al luogo, tanto più aumenta la sua paura.

Arrivati ai margini del pozzo, Virgilio indica il più vicino gigante e dice che è Nembrot, il responsabile della costruzione della torre di Babele, ora incapabile per condanna di esprimersi in una lingua umana, per cui si sfoga a suonare il corno. Il secondo gigante che appare alla loro vista è il feroce Fialte, incatenato a non potersi muovere perchè ha sfidato Giove nella scalata dell'Olimpo; mentre Briareo del quale Dante ha chiesto notizie è localizzato in altra parte e non è loro visibile.

Accanto a Nembrot è conficcato Anteo, vittima di Ercole, che ha le braccia libere perchè non ha partecipato alla rivolta contro Giove e può aiutare i due viandanti a scendere nel pozzo. Anteo non può opporsi alla richiesta di Virgilio, quella di deporli sul fondo del nono cerchio, quindi afferra Virgilio che già si era preparato abbracciato a Dante e i due vengono scesi sul fondo. 

Canto XXXI

Una medesma lingua pria mi morse,

sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,

3     e poi la medicina mi riporse;

così od’io che solea far la lancia

d’Achille e del suo padre esser cagione

6     prima di trista e poi di buona mancia.

Noi demmo il dosso al misero vallone

su per la ripa che ’l cinge dintorno,

9     attraversando sanza alcun sermone.

Quiv’era men che notte e men che giorno,

sì che ’l viso m’andava innanzi poco;

12     ma io senti’ sonare un alto corno,

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,

che, contra sé la sua via seguitando,

15     dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.

Dopo la dolorosa rotta, quando

Carlo Magno perdé la santa gesta,

18     non sonò sì terribilmente Orlando.

Poco portäi in là volta la testa,

che me parve veder molte alte torri;

21     ond’io: "Maestro, di’, che terra è questa?".

Ed elli a me: "Però che tu trascorri

per le tenebre troppo da la lungi,

24     avvien che poi nel maginare abborri.

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,

quanto ’l senso s’inganna di lontano;

27     però alquanto più te stesso pungi".

Poi caramente mi prese per mano

e disse: "Pria che noi siamo più avanti,

30     acciò che ’l fatto men ti paia strano,

sappi che non son torri, ma giganti,

e son nel pozzo intorno da la ripa

33     da l’umbilico in giuso tutti quanti".

Come quando la nebbia si dissipa,

lo sguardo a poco a poco raffigura

36     ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,

così forando l’aura grossa e scura,

più e più appressando ver’ la sponda,

39     fuggiemi errore e cresciemi paura;

però che, come su la cerchia tonda

Montereggion di torri si corona,

42     così la proda che ’l pozzo circonda

torreggiavan di mezza la persona

li orribili giganti, cui minaccia

45     Giove del cielo ancora quando tuona.

E io scorgeva già d’alcun la faccia,

le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,

48     e per le coste giù ambo le braccia.

Natura certo, quando lasciò l’arte

di sì fatti animali, assai fé bene

51     per tòrre tali essecutori a Marte.

E s’ella d’elefanti e di balene

non si pente, chi guarda sottilmente,

54     più giusta e più discreta la ne tene;

ché dove l’argomento de la mente

s’aggiugne al mal volere e a la possa,

57     nessun riparo vi può far la gente.

La faccia sua mi parea lunga e grossa

come la pina di San Pietro a Roma,

60     e a sua proporzione eran l’altre ossa;

sì che la ripa, ch’era perizoma

dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto

63     di sovra, che di giugnere a la chioma

tre Frison s’averien dato mal vanto;

però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi

66     dal loco in giù dov’omo affibbia ’l manto.

"Raphél maì amècche zabì almi",

cominciò a gridar la fiera bocca,

69     cui non si convenia più dolci salmi.

E ’l duca mio ver’ lui: "Anima sciocca,

tienti col corno, e con quel ti disfoga

72     quand’ira o altra passïon ti tocca!

Cércati al collo, e troverai la soga

che ’l tien legato, o anima confusa,

75     e vedi lui che ’l gran petto ti doga".

Poi disse a me: "Elli stessi s’accusa;

questi è Nembrotto per lo cui mal coto

78     pur un linguaggio nel mondo non s’usa.

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;

ché così è a lui ciascun linguaggio

81     come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto".

Facemmo adunque più lungo vïaggio,

vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro,

84     trovammo l’altro assai più fero e maggio.

A cigner lui qual che fosse ’l maestro,

non so io dir, ma el tenea soccinto

87     dinanzi l’altro e dietro il braccio destro

d’una catena che ’l tenea avvinto

dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto

90     si ravvolgëa infino al giro quinto.

"Questo superbo volle esser esperto

di sua potenza contra ’l sommo Giove",

93     disse ’l mio duca, "ond’elli ha cotal merto.

Fïalte ha nome, e fece le gran prove

quando i giganti fer paura a’ dèi;

96     le braccia ch’el menò, già mai non move".

E io a lui: "S’esser puote, io vorrei

che de lo smisurato Brïareo

99     esperïenza avesser li occhi miei".

Ond’ei rispuose: "Tu vedrai Anteo

presso di qui che parla ed è disciolto,

102     che ne porrà nel fondo d’ogne reo.

Quel che tu vuo’ veder, più là è molto

ed è legato e fatto come questo,

105     salvo che più feroce par nel volto".

Non fu tremoto già tanto rubesto,

che scotesse una torre così forte,

108     come Fïalte a scuotersi fu presto.

Allor temett’io più che mai la morte,

e non v’era mestier più che la dotta,

111     s’io non avessi viste le ritorte.

Noi procedemmo più avante allotta,

e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,

114     sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

"O tu che ne la fortunata valle

che fece Scipion di gloria reda,

117     quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle,

recasti già mille leon per preda,

e che, se fossi stato a l’alta guerra

120     de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda

ch’avrebber vinto i figli de la terra:

mettine giù, e non ten vegna schifo,

123     dove Cocito la freddura serra.

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:

questi può dar di quel che qui si brama;

126     però ti china e non torcer lo grifo.

Ancor ti può nel mondo render fama,

ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta

129     se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama".

Così disse ’l maestro; e quelli in fretta

le man distese, e prese ’l duca mio,

132     ond’Ercule sentì già grande stretta.

Virgilio, quando prender si sentio,

disse a me: "Fatti qua, sì ch’io ti prenda";

135     poi fece sì ch’un fascio era elli e io.

Qual pare a riguardar la Carisenda

sotto ’l chinato, quando un nuvol vada

138     sovr’essa sì, ched ella incontro penda:

tal parve Antëo a me che stava a bada

di vederlo chinare, e fu tal ora

141     ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.

Ma lievemente al fondo che divora

Lucifero con Giuda, ci sposò;

144     né, sì chinato, lì fece dimora,

e come albero in nave si levò.

  

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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