La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo III 

Cielo della Luna - Anime che hanno interrotti i loro voti per l'altrui violenza - Piccarda Donati - Costanza d'Altavilla -

Riassunto del Canto.

Dopo le spiegazioni di Beatrice del canto precedente, Dante è ora attratto da una visione confusa. Sono gli spiriti di coloro che sulla terra non hanno portato a compimento i loro voti a causa della violenza di altri. Le anime che vede  asppaiono come delle immagini indistinte, riflesse come attraverso vetri tersi o specchi d'acqua, il poeta credendo che siano alle sue spalle si volta ma non vede nessuno. 

Si rivolge a Beatrice la quale lo rassicura dicendogli di aver ben visto delle vere anime e non delle fgigure riflesse. Si rivolge allora all'ombra più vicina che ritiene essere la più desiderosa di parlare, chiedendo il suo nome e di spiegare chi sono i compagni che si trovano con lei.

L'interpellata, dopo aver affermato che la carità che anima i beati permette di appagare il loro desiderio di beatitudine, si dichiara essere Piccarda Donati. In vita era una giovane monaca, che è stata tolta dal monastero dal fratello Corso ed obbligata a sposare Rossellino della Tosa, e che rievoca la sua storia con toni di velata tristezza, ma senza ombra di personale rancore verso i suoi persecutori.

Con lei è anche l'imperatrice Costanza d'Altavilla, che dopo aver vestito l'abito monacale fu rapita dal chiostro obbligandola a sposare Enrico IV di Svevia; il ricordo delle sofferenze subite si annullano nella straordinaria beatitudine della pace celeste.

Dopo il racconto Piccarda si dilegua e Dante si avvicina a Beatrice.

Canto III

Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,

di bella verità m’avea scoverto,

3     provando e riprovando, il dolce aspetto;

e io, per confessar corretto e certo

me stesso, tanto quanto si convenne

6     leva’ il capo a proferer più erto;

ma visïone apparve che ritenne

a sé me tanto stretto, per vedersi,

9     che di mia confession non mi sovvenne.

Quali per vetri trasparenti e tersi,

o ver per acque nitide e tranquille,

12     non sì profonde che i fondi sien persi,

tornan d’i nostri visi le postille

debili sì, che perla in bianca fronte

15     non vien men forte a le nostre pupille;

tali vid’io più facce a parlar pronte;

per ch’io dentro a l’error contrario corsi

18     a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.

Sùbito sì com’io di lor m’accorsi,

quelle stimando specchiati sembianti,

21     per veder di cui fosser, li occhi torsi;

e nulla vidi, e ritorsili avanti

dritti nel lume de la dolce guida,

24     che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

"Non ti maravigliar perch’io sorrida",

mi disse, "appresso il tuo püeril coto,

27     poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,

ma te rivolve, come suole, a vòto:

vere sustanze son ciò che tu vedi,

30     qui rilegate per manco di voto.

Però parla con esse e odi e credi;

ché la verace luce che le appaga

33     da sé non lascia lor torcer li piedi".

E io a l’ombra che parea più vaga

di ragionar, drizza’mi, e cominciai,

36     quasi com’uom cui troppa voglia smaga:

"O ben creato spirito, che a’ rai

di vita etterna la dolcezza senti

39     che, non gustata, non s’intende mai,

grazïoso mi fia se mi contenti

del nome tuo e de la vostra sorte".

42     Ond’ella, pronta e con occhi ridenti:

"La nostra carità non serra porte

a giusta voglia, se non come quella

45     che vuol simile a sé tutta sua corte.

I’ fui nel mondo vergine sorella;

e se la mente tua ben sé riguarda,

48     non mi ti celerà l’esser più bella,

ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,

che, posta qui con questi altri beati,

51     beata sono in la spera più tarda.

Li nostri affetti, che solo infiammati

son nel piacer de lo Spirito Santo,

54     letizian del suo ordine formati.

E questa sorte che par giù cotanto,

però n’è data, perché fuor negletti

57     li nostri voti, e vòti in alcun canto".

Ond’io a lei: "Ne’ mirabili aspetti

vostri risplende non so che divino

60     che vi trasmuta da’ primi concetti:

però non fui a rimembrar festino;

ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,

63     sì che raffigurar m’è più latino.

Ma dimmi: voi che siete qui felici,

disiderate voi più alto loco

66     per più vedere e per più farvi amici?".

Con quelle altr’ombre pria sorrise un poco;

da indi mi rispuose tanto lieta,

69     ch’arder parea d’amor nel primo foco:

"Frate, la nostra volontà quïeta

virtù di carità, che fa volerne

72     sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.

Se disïassimo esser più superne,

foran discordi li nostri disiri

75     dal voler di colui che qui ne cerne;

che vedrai non capere in questi giri,

s’essere in carità è qui necesse,

78     e se la sua natura ben rimiri.

Anzi è formale ad esto beato esse

tenersi dentro a la divina voglia,

81     per ch’una fansi nostre voglie stesse;

sì che, come noi sem di soglia in soglia

per questo regno, a tutto il regno piace

84     com’a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.

E ’n la sua volontade è nostra pace:

ell’è quel mare al qual tutto si move

87     ciò ch’ella crïa o che natura face".

Chiaro mi fu allor come ogne dove

in cielo è paradiso, etsi la grazia

90     del sommo ben d’un modo non vi piove.

Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia

e d’un altro rimane ancor la gola,

93     che quel si chere e di quel si ringrazia,

così fec’io con atto e con parola,

per apprender da lei qual fu la tela

96     onde non trasse infino a co la spuola.

"Perfetta vita e alto merto inciela

donna più sù", mi disse, "a la cui norma

99     nel vostro mondo giù si veste e vela,

perché fino al morir si vegghi e dorma

con quello sposo ch’ogne voto accetta

102     che caritate a suo piacer conforma.

Dal mondo, per seguirla, giovinetta

fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi

105     e promisi la via de la sua setta.

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,

fuor mi rapiron de la dolce chiostra:

108     Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

E quest’altro splendor che ti si mostra

da la mia destra parte e che s’accende

111     di tutto il lume de la spera nostra,

ciò ch’io dico di me, di sé intende;

sorella fu, e così le fu tolta

114     di capo l’ombra de le sacre bende.

Ma poi che pur al mondo fu rivolta

contra suo grado e contra buona usanza,

117     non fu dal vel del cor già mai disciolta.

Quest’è la luce de la gran Costanza

che del secondo vento di Soave

120     generò ’l terzo e l’ultima possanza".

Così parlommi, e poi cominciò "Ave,

Maria" cantando, e cantando vanio

123     come per acqua cupa cosa grave.

La vista mia, che tanto lei seguio

quanto possibil fu, poi che la perse,

126     volsesi al segno di maggior disio,

e a Beatrice tutta si converse;

ma quella folgorò nel mïo sguardo

129     sì che da prima il viso non sofferse;

e ciò mi fece a dimandar più tardo.

Home page

A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

Torna su