La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo VI 

Cielo secondo - Cielo di Mercurio - Spiriti Attivi - Giustiniano - Romeo di Villanova.

Riassunto del Canto.

Dante ascolta Giustiniano e dalle sue parole apprende che nel Cielo di Mercurio sono le anime di coloro che in terra hanno operato virtuosamente e con giustizia. 

Lo spirito di Giustiniano si dichiara essere stato un seguace dell'aquila imperiale romana che trasferitasi da Roma a Bisanzio e arrivata a Lui; il suo regno fu illuminato dal successo in ogni impresa e da un'attività prodigiosa in ogni campo.

Attraverso Giustignano, Dante elabora e tratta della storia di Roma, arrivando a giudicare l'operato politico dei guelfi e dei ghibellini. A questo punto Giustignano risponde alla domanda di Dante, spiegando che nel Cielo di Mercurio sono le anime di coloro che in vita hanno perato il bene per otttenere la gloria; tra questi beati si trova l'anima silenziosa di Romeo di Villanova, potente ministro del provenzale conte Raimondo Beringhieri, dal quale subì una ingiusta umiliazione. 

Romeo, vistosi caluniato nonostante il valore dei servizi resi, rinunciò agli onorari e si allontanò dalla corte; solo, povero fece perdere le sue tracce, come fece Pier della Vigna, ministro onesto e denigrato, preferì la morte al disonore.

Si nota nella descrizione di Romeo di Villanova, l'aspetto autobiografico dantesco, l'esule che soffre con coraggio l'abbandono della propria casa, con il rifiuto dell'offerta di ritornarci se avesse accettato una pubblica umiliazione.

Canto VI

"Poscia che Costantin l’aquila volse

contr’al corso del ciel, ch’ella seguio

3     dietro a l’antico che Lavina tolse,

cento e cent’anni e più l’uccel di Dio

ne lo stremo d’Europa si ritenne,

6     vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;

e sotto l’ombra de le sacre penne

governò ’l mondo lì di mano in mano,

9     e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

Cesare fui e son Iustinïano,

che, per voler del primo amor ch’i’ sento,

12     d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.

E prima ch’io a l’ovra fossi attento,

una natura in Cristo esser, non piùe,

15     credea, e di tal fede era contento;

ma ’l benedetto Agapito, che fue

sommo pastore, a la fede sincera

18     mi dirizzò con le parole sue.

Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,

vegg’io or chiaro sì, come tu vedi

21     ogne contradizione e falsa e vera.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,

a Dio per grazia piacque di spirarmi

24     l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;

e al mio Belisar commendai l’armi,

cui la destra del ciel fu sì congiunta,

27     che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

Or qui a la question prima s’appunta

la mia risposta; ma sua condizione

30     mi stringe a seguitare alcuna giunta,

perché tu veggi con quanta ragione

si move contr’al sacrosanto segno

33     e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.

Vedi quanta virtù l’ha fatto degno

di reverenza; e cominciò da l’ora

36     che Pallante morì per darli regno.

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora

per trecento anni e oltre, infino al fine

39     che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

E sai ch’el fé dal mal de le Sabine

al dolor di Lucrezia in sette regi,

42     vincendo intorno le genti vicine.

Sai quel ch’el fé portato da li egregi

Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,

45     incontro a li altri principi e collegi;

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro

negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi

48     ebber la fama che volontier mirro.

Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi

che di retro ad Anibale passaro

51     l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Sott’esso giovanetti trïunfaro

Scipïone e Pompeo; e a quel colle

54     sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.

Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle

redur lo mondo a suo modo sereno,

57     Cesare per voler di Roma il tolle.

E quel che fé da Varo infino a Reno,

Isara vide ed Era e vide Senna

60     e ogne valle onde Rodano è pieno.

Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna

e saltò Rubicon, fu di tal volo,

63     che nol seguiteria lingua né penna.

Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,

poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse

66     sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.

Antandro e Simeonta, onde si mosse,

rivide e là dov’Ettore si cuba;

69     e mal per Tolomeo poscia si scosse.

Da indi scese folgorando a Iuba;

onde si volse nel vostro occidente,

72     ove sentia la pompeana tuba.

Di quel che fé col baiulo seguente,

Bruto con Cassio ne l’inferno latra,

75     e Modena e Perugia fu dolente.

Piangene ancor la trista Cleopatra,

che, fuggendoli innanzi, dal colubro

78     la morte prese subitana e atra.

Con costui corse infino al lito rubro;

con costui puose il mondo in tanta pace,

81     che fu serrato a Giano il suo delubro.

Ma ciò che ’l segno che parlar mi face

fatto avea prima e poi era fatturo

84     per lo regno mortal ch’a lui soggiace,

diventa in apparenza poco e scuro,

se in mano al terzo Cesare si mira

87     con occhio chiaro e con affetto puro;

ché la viva giustizia che mi spira,

li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,

90     gloria di far vendetta a la sua ira.

Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:

poscia con Tito a far vendetta corse

93     de la vendetta del peccato antico.

E quando il dente longobardo morse

la Santa Chiesa, sotto le sue ali

96     Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

Omai puoi giudicar di quei cotali

ch’io accusai di sopra e di lor falli,

99     che son cagion di tutti vostri mali.

L’uno al pubblico segno i gigli gialli

oppone, e l’altro appropria quello a parte,

102     sì ch’è forte a veder chi più si falli.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte

sott’altro segno, ché mal segue quello

105     sempre chi la giustizia e lui diparte;

e non l’abbatta esto Carlo novello

coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli

108     ch’a più alto leon trasser lo vello.

Molte fïate già pianser li figli

per la colpa del padre, e non si creda

111     che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli!

Questa picciola stella si correda

d’i buoni spirti che son stati attivi

114     perché onore e fama li succeda:

e quando li disiri poggian quivi,

sì disvïando, pur convien che i raggi

117     del vero amore in sù poggin men vivi.

Ma nel commensurar d’i nostri gaggi

col merto è parte di nostra letizia,

120     perché non li vedem minor né maggi.

Quindi addolcisce la viva giustizia

in noi l’affetto sì, che non si puote

123     torcer già mai ad alcuna nequizia.

Diverse voci fanno dolci note;

così diversi scanni in nostra vita

126     rendon dolce armonia tra queste rote.

E dentro a la presente margarita

luce la luce di Romeo, di cui

129     fu l’ovra grande e bella mal gradita.

Ma i Provenzai che fecer contra lui

non hanno riso; e però mal cammina

132     qual si fa danno del ben fare altrui.

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,

Ramondo Beringhiere, e ciò li fece

135     Romeo, persona umìle e peregrina.

E poi il mosser le parole biece

a dimandar ragione a questo giusto,

138     che li assegnò sette e cinque per diece.

Indi partissi povero e vetusto;

e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe

141     mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe".

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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