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mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".
E
se mio frate questo antivedesse,
l’avara
povertà di Catalogna
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già fuggeria, perché non li offendesse;
ché
veramente proveder bisogna
per
lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
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carcata più d’incarco non si pogna.
La
sua natura, che di larga parca
discese,
avria mestier di tal milizia
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che non curasse di mettere in arca".
"Però
ch’i’ credo che l’alta letizia
che
’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
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là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,
per
te si veggia come la vegg’io,
grata
m’è più; e anco quest’ho caro
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perché ’l discerni rimirando in Dio.
Fatto
m’hai lieto, e così mi fa chiaro,
poi
che, parlando, a dubitar m’hai mosso
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com’esser può, di dolce seme, amaro".
Questo
io a lui; ed elli a me: "S’io posso
mostrarti
un vero, a quel che tu dimandi
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terrai lo viso come tien lo dosso.
Lo
ben che tutto il regno che tu scandi
volge
e contenta, fa esser virtute
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sua provedenza in questi corpi grandi.
E
non pur le nature provedute
sono
in la mente ch’è da sé perfetta,
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ma esse insieme con la lor salute:
per
che quantunque quest’arco saetta
disposto
cade a proveduto fine,
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sì come cosa in suo segno diretta.
Se
ciò non fosse, il ciel che tu cammine
producerebbe
sì li suoi effetti,
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che non sarebbero arti, ma ruine;
e
ciò esser non può, se li ’ntelletti
che
muovon queste stelle non son manchi,
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e manco il primo, che non li ha perfetti.
Vuo’
tu che questo ver più ti s’imbianchi?".
E
io: "Non già; ché impossibil veggio
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che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi".
Ond’elli
ancora: "Or di’: sarebbe il peggio
per
l’omo in terra, se non fosse cive?".
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"Sì", rispuos’io; "e qui ragion non
cheggio".
"E
puot’elli esser, se giù non si vive
diversamente
per diversi offici?
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Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive".
Sì
venne deducendo infino a quici;
poscia
conchiuse: "Dunque esser diverse
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convien di vostri effetti le radici:
per
ch’un nasce Solone e altro Serse,
altro
Melchisedèch e altro quello
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che, volando per l’aere, il figlio perse.
La
circular natura, ch’è suggello
a
la cera mortal, fa ben sua arte,
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ma non distingue l’un da l’altro ostello.
Quinci
addivien ch’Esaù si diparte
per
seme da Iacòb; e vien Quirino
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da sì vil padre, che si rende a Marte.
Natura
generata il suo cammino
simil
farebbe sempre a’ generanti,
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se non vincesse il proveder divino.
Or
quel che t’era dietro t’è davanti:
ma
perché sappi che di te mi giova,
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un corollario voglio che t’ammanti.
Sempre
natura, se fortuna trova
discorde
a sé, com’ogne altra semente
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fuor di sua regïon, fa mala prova.
E
se ’l mondo là giù ponesse mente
al
fondamento che natura pone,
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seguendo lui, avria buona la gente.
Ma
voi torcete a la religïone
tal
che fia nato a cignersi la spada,
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e fate re di tal ch’è da sermone;
onde
la traccia vostra è fuor di strada".