La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo VIII 

Terzo cielo - Cielo di Venere - Carlo Martello -

Riassunto del Canto.

Dal risplendere di Beatrice e nel vedere muovere a scatti nuovi bagliori, Dante intuisce di essere salito al terzo cielo. 

Qui sono le anime di coloro che hanno vissuto sotto l'influsso dell'amore, ed ora qui appaiono come faville della stessa fiamma.

Uno spirito avanza e comincia a parlare e Dante, ottenuto il consenso da Beatrice, gli chiede chi sia.  Lo spirito, si identifica in Carlo Martello, un giovane morto a ventiquattro anni, e personalmente conosciuto in gioventù da Dante, col quale il poeta avvia un dialogo amichevole. Dal racconto della vita dello spirito, Dante trae lo spunto per trattare il tema della disposizione naturale di ciascuno ad una particolare attitudine; gli influssi astrali distribuiscono agli uomini le diverse vocazioni, indipendentemente dalla stirpe, dall'ambiente e dal luogo. Allora Dante gli chiede di rispondere: "come può un buon seme generare un cattivo frutto?".

A questa domanda lo spirito da un'ampia spiegazione, il sommo bene, dice, fa in modo che la provvidenza terrena influisca attraverso il volere celeste, dando ai mortali diverse e differenti disposizioni umane. Questo influsso non discerne le famiglie per cui è possibile che un figlio sia diverso dall'altro; se la provvidenza non agisse così, si verificherebbe che la natura dei figli è sempre uguali a quella dei padri. E' bene che le inclinazioni naturali di ciascuno vengano assecondate, altrimenti cattivi effetti si produrranno, non solo sul singolo, ma su tutta la società.

Canto VIII

Solea creder lo mondo in suo periclo

che la bella Ciprigna il folle amore

3     raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

per che non pur a lei faceano onore

di sacrificio e di votivo grido

6     le genti antiche ne l’antico errore;

ma Dïone onoravano e Cupido,

quella per madre sua, questo per figlio,

9     e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;

e da costei ond’io principio piglio

pigliavano il vocabol de la stella

12    che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.

Io non m’accorsi del salire in ella;

ma d’esservi entro mi fé assai fede

15     la donna mia ch’i’ vidi far più bella.

E come in fiamma favilla si vede,

e come in voce voce si discerne,

18     quand’una è ferma e altra va e riede,

vid’io in essa luce altre lucerne

muoversi in giro più e men correnti,

21     al modo, credo, di lor viste interne.

Di fredda nube non disceser venti,

o visibili o no, tanto festini,

24     che non paressero impediti e lenti

a chi avesse quei lumi divini

veduti a noi venir, lasciando il giro

27     pria cominciato in li alti Serafini;

e dentro a quei che più innanzi appariro

sonava "Osanna" sì, che unque poi

30     di rïudir non fui sanza disiro.

Indi si fece l’un più presso a noi

e solo incominciò: "Tutti sem presti

33     al tuo piacer, perché di noi ti gioi.

Noi ci volgiam coi principi celesti

d’un giro e d’un girare e d’una sete,

36     ai quali tu del mondo già dicesti:

"Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete";

e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,

39     non fia men dolce un poco di quïete".

Poscia che li occhi miei si fuoro offerti

a la mia donna reverenti, ed essa

42     fatti li avea di sé contenti e certi,

rivolsersi a la luce che promessa

tanto s’avea, e "Deh, chi siete?" fue

45     la voce mia di grande affetto impressa.

E quanta e quale vid’io lei far piùe

per allegrezza nova che s’accrebbe,

48     quando parlai, a l’allegrezze sue!

Così fatta, mi disse: "Il mondo m’ebbe

giù poco tempo; e se più fosse stato,

51     molto sarà di mal, che non sarebbe.

La mia letizia mi ti tien celato

che mi raggia dintorno e mi nasconde

54     quasi animal di sua seta fasciato.

Assai m’amasti, e avesti ben onde;

che s’io fossi giù stato, io ti mostrava

57     di mio amor più oltre che le fronde.

Quella sinistra riva che si lava

di Rodano poi ch’è misto con Sorga,

60     per suo segnore a tempo m’aspettava,

e quel corno d’Ausonia che s’imborga

di Bari e di Gaeta e di Catona

63     da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

Fulgeami già in fronte la corona

di quella terra che ’l Danubio riga

66     poi che le ripe tedesche abbandona.

E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo

69     che riceve da Euro maggior briga,

non per Tifeo ma per nascente solfo,

attesi avrebbe li suoi regi ancora,

72     nati per me di Carlo e di Ridolfo,

se mala segnoria, che sempre accora

li popoli suggetti, non avesse

75     mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".

E se mio frate questo antivedesse,

l’avara povertà di Catalogna

78     già fuggeria, perché non li offendesse;

ché veramente proveder bisogna

per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca

81     carcata più d’incarco non si pogna.

La sua natura, che di larga parca

discese, avria mestier di tal milizia

84     che non curasse di mettere in arca".

"Però ch’i’ credo che l’alta letizia

che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,

87     là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,

per te si veggia come la vegg’io,

grata m’è più; e anco quest’ho caro

90     perché ’l discerni rimirando in Dio.

Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,

poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso

93     com’esser può, di dolce seme, amaro".

Questo io a lui; ed elli a me: "S’io posso

mostrarti un vero, a quel che tu dimandi

96     terrai lo viso come tien lo dosso.

Lo ben che tutto il regno che tu scandi

volge e contenta, fa esser virtute

99     sua provedenza in questi corpi grandi.

E non pur le nature provedute

sono in la mente ch’è da sé perfetta,

102     ma esse insieme con la lor salute:

per che quantunque quest’arco saetta

disposto cade a proveduto fine,

105     sì come cosa in suo segno diretta.

Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine

producerebbe sì li suoi effetti,

108     che non sarebbero arti, ma ruine;

e ciò esser non può, se li ’ntelletti

che muovon queste stelle non son manchi,

111     e manco il primo, che non li ha perfetti.

Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?".

E io: "Non già; ché impossibil veggio

114     che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi".

Ond’elli ancora: "Or di’: sarebbe il peggio

per l’omo in terra, se non fosse cive?".

117     "Sì", rispuos’io; "e qui ragion non cheggio".

"E puot’elli esser, se giù non si vive

diversamente per diversi offici?

120     Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive".

Sì venne deducendo infino a quici;

poscia conchiuse: "Dunque esser diverse

123     convien di vostri effetti le radici:

per ch’un nasce Solone e altro Serse,

altro Melchisedèch e altro quello

126     che, volando per l’aere, il figlio perse.

La circular natura, ch’è suggello

a la cera mortal, fa ben sua arte,

129     ma non distingue l’un da l’altro ostello.

Quinci addivien ch’Esaù si diparte

per seme da Iacòb; e vien Quirino

132     da sì vil padre, che si rende a Marte.

Natura generata il suo cammino

simil farebbe sempre a’ generanti,

135     se non vincesse il proveder divino.

Or quel che t’era dietro t’è davanti:

ma perché sappi che di te mi giova,

138     un corollario voglio che t’ammanti.

Sempre natura, se fortuna trova

discorde a sé, com’ogne altra semente

141     fuor di sua regïon, fa mala prova.

E se ’l mondo là giù ponesse mente

al fondamento che natura pone,

144     seguendo lui, avria buona la gente.

Ma voi torcete a la religïone

tal che fia nato a cignersi la spada,

147     e fate re di tal ch’è da sermone;

onde la traccia vostra è fuor di strada".

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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