La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo X

Cielo IV - Cielo del Sole - Spiriti sapienti -  Prima ghirlanda - Tommaso D'Aquino. 

Riassunto del Canto.

Dante invita noi lettori a guardare nel punto in cui l'equatore incontra lo zodiaco e tra osservazioni e descrizioni tratta dei pianeti e delle loro influenze.

Nel frattempo Dante e Beatrice sono giunti nel Cielo del Sole. Il canto inizia con la contemplazione e la meraviglia della creazione divina, dove tutto è improntato in armonia, a dimostrazione eterna dell'amore di Dio. Mentre il poeta rivolge tutta la sua attenzione a Dio con fervore tale da dimenticare Beatrice che per questo ne è compiaciuta, un gruppo di anime brillanti accerchiano i due visitatori, cantando dolcemente compiono tre giri attorno ad essi poi si arrestano in silenzio.

Sono le anime beate che in vita furono esseri sapienti e si distinsero per i loro studi teologici e filosofici o per la loro attività di insegnanti, o per una vita pervasa da ideali mistici e contemplativi.

Il primo a manifestarsi è Tommaso d'Aquino, che a mano a mano indica a dante gli spiriti di Alberto Magno, Graziano, Pietro Lombardo Salomone, Dionigi l’Areopagita, Paolo Orosio, Severino Boezio, Isidoro, Beda, Riccardo di San Vittore e, infine, Sigieri di Brabante. Sono coloro che, dimentichi degli affanni terreni e delle miserie umane, dedicarono le loro capacità intellettuali alla ricerca, allo studio ed all'insegnamento delle supreme verità. 

Quando Tommaso finisce di parlare, la giostra di anime riprende il suo perenne movimento, in una perfetta armonia di gesti e di suoni. 

Canto X

Guardando nel suo Figlio con l’Amore

che l’uno e l’altro etternalmente spira,

3     lo primo e ineffabile Valore

quanto per mente e per loco si gira

con tant’ordine fé, ch’esser non puote

6     sanza gustar di lui chi ciò rimira.

Leva dunque, lettore, a l’alte rote

meco la vista, dritto a quella parte

9     dove l’un moto e l’altro si percuote;

e lì comincia a vagheggiar ne l’arte

di quel maestro che dentro a sé l’ama,

12     tanto che mai da lei l’occhio non parte.

Vedi come da indi si dirama

l’oblico cerchio che i pianeti porta,

15     per sodisfare al mondo che li chiama.

Che se la strada lor non fosse torta,

molta virtù nel ciel sarebbe in vano,

18     e quasi ogne potenza qua giù morta;

e se dal dritto più o men lontano

fosse ’l partire, assai sarebbe manco

21     e giù e sù de l’ordine mondano.

Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,

dietro pensando a ciò che si preliba,

24     s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;

ché a sé torce tutta la mia cura

27     quella materia ond’io son fatto scriba.

Lo ministro maggior de la natura,

che del valor del ciel lo mondo imprenta

30     e col suo lume il tempo ne misura,

con quella parte che sù si rammenta

congiunto, si girava per le spire

33     in che più tosto ognora s’appresenta;

e io era con lui; ma del salire

non m’accors’io, se non com’uom s’accorge,

36     anzi ’l primo pensier, del suo venire.

È Bëatrice quella che sì scorge

di bene in meglio, sì subitamente

39     che l’atto suo per tempo non si sporge.

Quant’esser convenia da sé lucente

quel ch’era dentro al sol dov’io entra’mi,

42     non per color, ma per lume parvente!

Perch’io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,

sì nol direi che mai s’imaginasse;

45     ma creder puossi e di veder si brami.

E se le fantasie nostre son basse

a tanta altezza, non è maraviglia;

48     ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.

Tal era quivi la quarta famiglia

de l’alto Padre, che sempre la sazia,

51     mostrando come spira e come figlia.

E Bëatrice cominciò: "Ringrazia,

ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo

54     sensibil t’ha levato per sua grazia".

Cor di mortal non fu mai sì digesto

a divozione e a rendersi a Dio

57     con tutto ’l suo gradir cotanto presto,

come a quelle parole mi fec’io;

e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,

60     che Bëatrice eclissò ne l’oblio.

Non le dispiacque; ma sì se ne rise,

che lo splendor de li occhi suoi ridenti

63     mia mente unita in più cose divise.

Io vidi più folgór vivi e vincenti

far di noi centro e di sé far corona,

66     più dolci in voce che in vista lucenti:

così cinger la figlia di Latona

vedem talvolta, quando l’aere è pregno,

69     sì che ritenga il fil che fa la zona.

Ne la corte del cielo, ond’io rivegno,

si trovan molte gioie care e belle

72     tanto che non si posson trar del regno;

e ’l canto di quei lumi era di quelle;

chi non s’impenna sì che là sù voli,

75     dal muto aspetti quindi le novelle.

Poi, sì cantando, quelli ardenti soli

si fuor girati intorno a noi tre volte,

78     come stelle vicine a’ fermi poli,

donne mi parver, non da ballo sciolte,

ma che s’arrestin tacite, ascoltando

81     fin che le nove note hanno ricolte.

E dentro a l’un senti’ cominciar: "Quando

lo raggio de la grazia, onde s’accende

84     verace amore e che poi cresce amando,

multiplicato in te tanto resplende,

che ti conduce su per quella scala

87     u’ sanza risalir nessun discende;

qual ti negasse il vin de la sua fiala

per la tua sete, in libertà non fora

90     se non com’acqua ch’al mar non si cala.

Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora

questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia

93     la bella donna ch’al ciel t’avvalora.

Io fui de li agni de la santa greggia

che Domenico mena per cammino

96     u’ ben s’impingua se non si vaneggia.

Questi che m’è a destra più vicino,

frate e maestro fummi, ed esso Alberto

99     è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.

Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,

di retro al mio parlar ten vien col viso

102     girando su per lo beato serto.

Quell’altro fiammeggiare esce del riso

di Grazïan, che l’uno e l’altro foro

105     aiutò sì che piace in paradiso.

L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,

quel Pietro fu che con la poverella

108     offerse a Santa Chiesa suo tesoro.

La quinta luce, ch’è tra noi più bella,

spira di tal amor, che tutto ’l mondo

111     là giù ne gola di saper novella:

entro v’è l’alta mente u’ sì profondo

saver fu messo, che, se ’l vero è vero,

114     a veder tanto non surse il secondo.

Appresso vedi il lume di quel cero

che giù in carne più a dentro vide

117     l’angelica natura e ’l ministero.

Ne l’altra piccioletta luce ride

quello avvocato de’ tempi cristiani

120     del cui latino Augustin si provide.

Or se tu l’occhio de la mente trani

di luce in luce dietro a le mie lode,

123     già de l’ottava con sete rimani.

Per vedere ogni ben dentro vi gode

l’anima santa che ’l mondo fallace

126     fa manifesto a chi di lei ben ode.

Lo corpo ond’ella fu cacciata giace

giuso in Cieldauro; ed essa da martiro

129     e da essilio venne a questa pace.

Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro

d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,

132     che a considerar fu più che viro.

Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,

è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri

135     gravi a morir li parve venir tardo:

essa è la luce etterna di Sigieri,

che, leggendo nel Vico de li Strami,

138     silogizzò invidïosi veri".

Indi, come orologio che ne chiami

ne l’ora che la sposa di Dio surge

141     a mattinar lo sposo perché l’ami,

che l’una parte e l’altra tira e urge,

tin tin sonando con sì dolce nota,

144     che ’l ben disposto spirto d’amor turge;

così vid’ïo la gloriosa rota

muoversi e render voce a voce in tempra

147     e in dolcezza ch’esser non pò nota

se non colà dove gioir s’insempra.

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A cura di RUGgGIO - Aprile 2006

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