La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo XIX 

Sesto cielo - Cielo di Giove - Spiriti giusti e pii - Invettiva dell'Aquila.

Riassunto del Canto.

L'Aquila, con le ali aperte, inizia a parlare in prima persona, esprimendo il desiderio di una miriade di beati, che compongono la sua figura, e che sono spiriti giusti e pii.  Il discorso dell'Aquila è fatto in risposta ad un dubbio inispresso di Dante, che viene letto direttamente nella mente divina ed è riferente al destino che avranno i non credenti nell'oltretomba.  

La risposta è che la limitata l'intelligenza degli uomini non può arrivare a comprendere, l'immensa sapienza divina, e deve solo mettere in pratica gli insegnamenti derivanti dalla Sacre Scritture, perchè la volontà di Dio deve essere creduta saggia in se stessa e tutto ciò che è voluto dall'Essere supremo è giusto.

Gli spiriti affermano a Dante che in Paradiso non e mai salito nessuno che non abbia creduto in Cristo. La presunzione, induce spesso l'uomo ad elevarsi a giudice di situazioni che solo la bontà divina può risolvere, in quanto sommo bene e somma sapienza.

Conclude il suo lungo discorso l'Aquila, schierandosi contro tutti coloro che si dicono cristiani, ma che in vero, per le loro colpe, le loro opere ed i loro comportamenti, sono molto lontani da Cristo di quanto non lo siano gli infedeli. 

L'Aquila lancia un'invettiva contro i regnanti europei che ad uno ad uno nomina con toni duri; augura al regno d'Ungheria di non farsi più maltrattare, ed al regno di Navarra di difendersi dalle possibili invasioni che possono arrivare dalle montagne che la circondano.

Canto XIX

Parea dinanzi a me con l’ali aperte

la bella image che nel dolce frui

3     liete facevan l’anime conserte;

parea ciascuna rubinetto in cui

raggio di sole ardesse sì acceso,

6     che ne’ miei occhi rifrangesse lui.

E quel che mi convien ritrar testeso,

non portò voce mai, né scrisse incostro,

9     né fu per fantasia già mai compreso;

ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,

e sonar ne la voce e "io" e "mio",

12     quand’era nel concetto e "noi" e "nostro".

E cominciò: "Per esser giusto e pio

son io qui essaltato a quella gloria

15     che non si lascia vincere a disio;

e in terra lasciai la mia memoria

sì fatta, che le genti lì malvage

18     commendan lei, ma non seguon la storia".

Così un sol calor di molte brage

si fa sentir, come di molti amori

21     usciva solo un suon di quella image.

Ond’io appresso: "O perpetüi fiori

de l’etterna letizia, che pur uno

24     parer mi fate tutti vostri odori,

solvetemi, spirando, il gran digiuno

che lungamente m’ha tenuto in fame,

27     non trovandoli in terra cibo alcuno.

Ben so io che, se ’n cielo altro reame

la divina giustizia fa suo specchio,

30     che ’l vostro non l’apprende con velame.

Sapete come attento io m’apparecchio

ad ascoltar; sapete qual è quello

33     dubbio che m’è digiun cotanto vecchio".

Quasi falcone ch’esce del cappello,

move la testa e con l’ali si plaude,

36     voglia mostrando e faccendosi bello,

vid’io farsi quel segno, che di laude

de la divina grazia era contesto,

39     con canti quai si sa chi là sù gaude.

Poi cominciò: "Colui che volse il sesto

a lo stremo del mondo, e dentro ad esso

42     distinse tanto occulto e manifesto,

non poté suo valor sì fare impresso

in tutto l’universo, che ’l suo verbo

45     non rimanesse in infinito eccesso.

E ciò fa certo che ’l primo superbo,

che fu la somma d’ogne creatura,

48     per non aspettar lume, cadde acerbo;

e quinci appar ch’ogne minor natura

è corto recettacolo a quel bene

51     che non ha fine e sé con sé misura.

Dunque vostra veduta, che convene

esser alcun de’ raggi de la mente

54     di che tutte le cose son ripiene,

non pò da sua natura esser possente

tanto, che suo principio non discerna

57     molto di là da quel che l’è parvente.

Però ne la giustizia sempiterna

la vista che riceve il vostro mondo,

60     com’occhio per lo mare, entro s’interna;

che, ben che da la proda veggia il fondo,

in pelago nol vede; e nondimeno

63     èli, ma cela lui l’esser profondo.

Lume non è, se non vien dal sereno

che non si turba mai; anzi è tenèbra

66     od ombra de la carne o suo veleno.

Assai t’è mo aperta la latebra

che t’ascondeva la giustizia viva,

69     di che facei question cotanto crebra;

ché tu dicevi: "Un uom nasce a la riva

de l’Indo, e quivi non è chi ragioni

72     di Cristo né chi legga né chi scriva;

e tutti suoi voleri e atti buoni

sono, quanto ragione umana vede,

75     sanza peccato in vita o in sermoni.

Muore non battezzato e sanza fede:

ov’è questa giustizia che ’l condanna?

78     ov’è la colpa sua, se ei non crede?".

Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,

per giudicar di lungi mille miglia

81     con la veduta corta d’una spanna?

Certo a colui che meco s’assottiglia,

se la Scrittura sovra voi non fosse,

84     da dubitar sarebbe a maraviglia.

Oh terreni animali! oh menti grosse!

La prima volontà, ch’è da sé buona,

87     da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.

Cotanto è giusto quanto a lei consuona:

nullo creato bene a sé la tira,

90     ma essa, radïando, lui cagiona".

Quale sovresso il nido si rigira

poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,

93     e come quel ch’è pasto la rimira;

cotal si fece, e sì leväi i cigli,

la benedetta imagine, che l’ali

96     movea sospinte da tanti consigli.

Roteando cantava, e dicea: "Quali

son le mie note a te, che non le ’ntendi,

99     tal è il giudicio etterno a voi mortali".

Poi si quetaro quei lucenti incendi

de lo Spirito Santo ancor nel segno

102     che fé i Romani al mondo reverendi,

esso ricominciò: "A questo regno

non salì mai chi non credette ’n Cristo,

105     né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.

Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!",

che saranno in giudicio assai men prope

108     a lui, che tal che non conosce Cristo;

e tai Cristian dannerà l’Etïòpe,

quando si partiranno i due collegi,

111     l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.

Che poran dir li Perse a’ vostri regi,

come vedranno quel volume aperto

114     nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,

quella che tosto moverà la penna,

117     per che ’l regno di Praga fia diserto.

Lì si vedrà il duol che sovra Senna

induce, falseggiando la moneta,

120     quel che morrà di colpo di cotenna.

Lì si vedrà la superbia ch’asseta,

che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,

123     sì che non può soffrir dentro a sua meta.

Vedrassi la lussuria e ’l viver molle

di quel di Spagna e di quel di Boemme,

126     che mai valor non conobbe né volle.

Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme

segnata con un i la sua bontate,

129     quando ’l contrario segnerà un emme.

Vedrassi l’avarizia e la viltate

di quei che guarda l’isola del foco,

132     ove Anchise finì la lunga etate;

e a dare ad intender quanto è poco,

la sua scrittura fian lettere mozze,

135     che noteranno molto in parvo loco.

E parranno a ciascun l’opere sozze

del barba e del fratel, che tanto egregia

138     nazione e due corone han fatte bozze.

E quel di Portogallo e di Norvegia

lì si conosceranno, e quel di Rascia

141     che male ha visto il conio di Vinegia.

Oh beata Ungheria, se non si lascia

più malmenare! e beata Navarra,

144     se s’armasse del monte che la fascia!

E creder de’ ciascun che già, per arra

di questo, Niccosïa e Famagosta

147     per la lor bestia si lamenti e garra,

che dal fianco de l’altre non si scosta".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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