La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo XV 

Cielo Quinto - Cielo di Marte - Spiriti combattenti per la fede -  Cacciaguida.

Riassunto del Canto.

Le anime luminose che compongono la croce, arrestano il loro movimento e smettono di cantare, per accogliere in silenzio i due visitatori. Dal braccio destro della croce, si stacca uno degli spiriti e scendendo lungo la lista verticale si avvicina a loro con rapidità, simile ad una stella cadente, che si rivela essere lo spirito di Cacciaguida degli Aldighieri, trisavolo di Dante.

Dopo parole devote di ringraziamento a Dio per avergli concesso di incontrare il suo discendente, lo spirito racconta la sua nascita, la Firenze dei suoi tempi, non ancora corrotta dalla decadenza dei costumi e dalla corruzione delle sue nobili famiglie. Dice di essere stato batezzato in San Giovanni, di essere fratello di Morotondo e di Eliseo e di aver sposato una donna della valle del Po. Venne ucciso in una cociata mentre combatteva contro i Mussulmani agli ordini di Corrado III di Svezia.

La narrazione si conclude con l'accenno alla dignità cavalleresca conferitagli dall'imperatore, e che meritò la beatitudine eterna. 

Canto XV

Benigna volontade in che si liqua

sempre l’amor che drittamente spira,

3     come cupidità fa ne la iniqua,

silenzio puose a quella dolce lira,

e fece quïetar le sante corde

6     che la destra del cielo allenta e tira.

Come saranno a’ giusti preghi sorde

quelle sustanze che, per darmi voglia

9     ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?

Bene è che sanza termine si doglia

chi, per amor di cosa che non duri

12     etternalmente, quello amor si spoglia.

Quale per li seren tranquilli e puri

discorre ad ora ad or sùbito foco,

15     movendo li occhi che stavan sicuri,

e pare stella che tramuti loco,

se non che da la parte ond’e’ s’accende

18     nulla sen perde, ed esso dura poco:

tale dal corno che ’n destro si stende

a piè di quella croce corse un astro

21     de la costellazion che lì resplende;

né si partì la gemma dal suo nastro,

ma per la lista radial trascorse,

24     che parve foco dietro ad alabastro.

Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,

se fede merta nostra maggior musa,

27     quando in Eliso del figlio s’accorse.

"O sanguis meus, o superinfusa

gratïa Dei, sicut tibi cui

30    bis unquam celi ianüa reclusa?".

Così quel lume: ond’io m’attesi a lui;

poscia rivolsi a la mia donna il viso,

33     e quinci e quindi stupefatto fui;

ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso

tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo

36     de la mia gloria e del mio paradiso.

Indi, a udire e a veder giocondo,

giunse lo spirto al suo principio cose,

39     ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;

né per elezïon mi si nascose,

ma per necessità, ché ’l suo concetto

42     al segno d’i mortal si soprapuose.

E quando l’arco de l’ardente affetto

fu sì sfogato, che ’l parlar discese

45     inver’ lo segno del nostro intelletto,

la prima cosa che per me s’intese,

"Benedetto sia tu", fu, "trino e uno,

48     che nel mio seme se’ tanto cortese!".

E seguì: "Grato e lontano digiuno,

tratto leggendo del magno volume

51     du’ non si muta mai bianco né bruno,

solvuto hai, figlio, dentro a questo lume

in ch’io ti parlo, mercé di colei

54     ch’a l’alto volo ti vestì le piume.

Tu credi che a me tuo pensier mei

da quel ch’è primo, così come raia

57     da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;

e però ch’io mi sia e perch’io paia

più gaudïoso a te, non mi domandi,

60     che alcun altro in questa turba gaia.

Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi

di questa vita miran ne lo speglio

63     in che, prima che pensi, il pensier pandi;

ma perché ’l sacro amore in che io veglio

con perpetüa vista e che m’asseta

66     di dolce disïar, s’adempia meglio,

la voce tua sicura, balda e lieta

suoni la volontà, suoni ’l disio,

69     a che la mia risposta è già decreta!".

Io mi volsi a Beatrice, e quella udio

pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno

72     che fece crescer l’ali al voler mio.

Poi cominciai così: "L’affetto e ’l senno,

come la prima equalità v’apparse,

75     d’un peso per ciascun di voi si fenno,

però che ’l sol che v’allumò e arse,

col caldo e con la luce è sì iguali,

78     che tutte simiglianze sono scarse.

Ma voglia e argomento ne’ mortali,

per la cagion ch’a voi è manifesta,

81     diversamente son pennuti in ali;

ond’io, che son mortal, mi sento in questa

disagguaglianza, e però non ringrazio

84     se non col core a la paterna festa.

Ben supplico io a te, vivo topazio

che questa gioia prezïosa ingemmi,

87     perché mi facci del tuo nome sazio".

"O fronda mia in che io compiacemmi

pur aspettando, io fui la tua radice":

90     cotal principio, rispondendo, femmi.

Poscia mi disse: "Quel da cui si dice

tua cognazione e che cent’anni e piùe

93     girato ha ’l monte in la prima cornice,

mio figlio fu e tuo bisavol fue:

ben si convien che la lunga fatica

96     tu li raccorci con l’opere tue.

Fiorenza dentro da la cerchia antica,

ond’ella toglie ancora e terza e nona,

99     si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona,

non gonne contigiate, non cintura

102     che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura

la figlia al padre, che ’l tempo e la dote

105     non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vòte;

non v’era giunto ancor Sardanapalo

108     a mostrar ciò che ’n camera si puote.

Non era vinto ancora Montemalo

dal vostro Uccellatoio, che, com’è vinto

111     nel montar sù, così sarà nel calo.

Bellincion Berti vid’io andar cinto

di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio

114     la donna sua sanza ’l viso dipinto;

e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio

esser contenti a la pelle scoperta,

117     e le sue donne al fuso e al pennecchio.

Oh fortunate! ciascuna era certa

de la sua sepultura, e ancor nulla

120     era per Francia nel letto diserta.

L’una vegghiava a studio de la culla,

e, consolando, usava l’idïoma

123     che prima i padri e le madri trastulla;

l’altra, traendo a la rocca la chioma,

favoleggiava con la sua famiglia

126     d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.

Saria tenuta allor tal maraviglia

una Cianghella, un Lapo Salterello,

129     qual or saria Cincinnato e Corniglia.

A così riposato, a così bello

viver di cittadini, a così fida

132     cittadinanza, a così dolce ostello,

Maria mi diè, chiamata in alte grida;

e ne l’antico vostro Batisteo

135     insieme fui cristiano e Cacciaguida.

Moronto fu mio frate ed Eliseo;

mia donna venne a me di val di Pado,

138     e quindi il sopranome tuo si feo.

Poi seguitai lo ’mperador Currado;

ed el mi cinse de la sua milizia,

141     tanto per bene ovrar li venni in grado.

Dietro li andai incontro a la nequizia

di quella legge il cui popolo usurpa,

144     per colpa d’i pastor, vostra giustizia.

Quivi fu’ io da quella gente turpa

disviluppato dal mondo fallace,

147     lo cui amor molt’anime deturpa;

e venni dal martiro a questa pace".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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