La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo XVIII 

Cielo Quinto - Cielo di Marte -  Spiriti combattenti per la fede - Giosué, Giuda Maccabeo, Carlo Magno, Orlando, Guglielmo d’Orange e Renoardo, Goffredo di Buglione, Roberto Guiscardo.

Cielo sesto - Cielo di Giove -  Spiriti sfavillanti d'amore, spiriti pii.

Riassunto del Canto.

Dante è ancora assorto nel pensare a quanto Cacciaguida gli ha narrato, quando Beatrice lo riachia dolcemente a rivolgere il suo pensiero a Dio, perché attraverso la sua contemplazione si possono facilmente annullare gli affanni terreni.

Torna Cacciaguida a rivelare a Dante che nel cielo di Marte, dove loro stanno, vi sono anime di uomini famosi, coloro che hanno combattuto per la fede e che hannno ottenuto grande fama. 

Invita il poeta a guardare i bracci della croce dai quali scenderanno i beati che nominerà: Giosué, Giuda Maccabeo, Carlo Magno, Orlando, Guglielmo d’Orange e Renoardo, Goffredo di Buglione, Roberto Guiscardo che sfilano luminosamente mostrandosi al poeta.

Dopo quest'ultimo intervento Cacciaguida risale nella croce con gli altri beati e riprende il suo posto, mentre Dante si accorge che nel frattempo è salito con Beatrice nel cielo successivo, quello di Giove, dove dimorano gli spiriti, sfavillanti d'amore, che tra suoni e movimenti tracciano lettere dell'alfabeto. 

Si è formata così la frase del primo versetto del libro della Sapienza:"Diligite iustitiam qui iudicatis terram" (Amate la giustizia voi che giudicate la terra). Tutti i beati si fermano sull'ultima lettera, la "M" di terram, mentre altri si spostano sopra o lateralmente, dando origine alla testa e al collo di un' Aquila, mentre gli spiriti stazionati sopra la "M", con un rapido movimento completano l'intera figura dell'uccello, emblema della giustizia divina. 

Canto XVIII

Già si godeva solo del suo verbo

quello specchio beato, e io gustava

3     lo mio, temprando col dolce l’acerbo;

e quella donna ch’a Dio mi menava

disse: "Muta pensier; pensa ch’i’ sono

6     presso a colui ch’ogne torto disgrava".

Io mi rivolsi a l’amoroso suono

del mio conforto; e qual io allor vidi

9     ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:

non perch’io pur del mio parlar diffidi,

ma per la mente che non può redire

12     sovra sé tanto, s’altri non la guidi.

Tanto poss’io di quel punto ridire,

che, rimirando lei, lo mio affetto

15     libero fu da ogne altro disire,

fin che ’l piacere etterno, che diretto

raggiava in Bëatrice, dal bel viso

18     mi contentava col secondo aspetto.

Vincendo me col lume d’un sorriso,

ella mi disse: "Volgiti e ascolta;

21     ché non pur ne’ miei occhi è paradiso".

Come si vede qui alcuna volta

l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,

24     che da lui sia tutta l’anima tolta,

così nel fiammeggiar del folgór santo,

a ch’io mi volsi, conobbi la voglia

27     in lui di ragionarmi ancora alquanto.

El cominciò: "In questa quinta soglia

de l’albero che vive de la cima

30     e frutta sempre e mai non perde foglia,

spiriti son beati, che giù, prima

che venissero al ciel, fuor di gran voce,

33     sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.

Però mira ne’ corni de la croce:

quello ch’io nomerò, lì farà l’atto

36     che fa in nube il suo foco veloce".

Io vidi per la croce un lume tratto

dal nomar Iosuè, com’el si feo;

39     né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.

E al nome de l’alto Macabeo

vidi moversi un altro roteando,

42     e letizia era ferza del paleo.

Così per Carlo Magno e per Orlando

due ne seguì lo mio attento sguardo,

45     com’occhio segue suo falcon volando.

Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo

e ’l duca Gottifredi la mia vista

48     per quella croce, e Ruberto Guiscardo.

Indi, tra l’altre luci mota e mista,

mostrommi l’alma che m’avea parlato

51     qual era tra i cantor del cielo artista.

Io mi rivolsi dal mio destro lato

per vedere in Beatrice il mio dovere,

54     o per parlare o per atto, segnato;

e vidi le sue luci tanto mere,

tanto gioconde, che la sua sembianza

57     vinceva li altri e l’ultimo solere.

E come, per sentir più dilettanza

bene operando, l’uom di giorno in giorno

60     s’accorge che la sua virtute avanza,

sì m’accors’io che ’l mio girare intorno

col cielo insieme avea cresciuto l’arco,

63     veggendo quel miracol più addorno.

E qual è ’l trasmutare in picciol varco

di tempo in bianca donna, quando ’l volto

66     suo si discarchi di vergogna il carco,

tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,

per lo candor de la temprata stella

69     sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.

Io vidi in quella giovïal facella

lo sfavillar de l’amor che lì era

72     segnare a li occhi miei nostra favella.

E come augelli surti di rivera,

quasi congratulando a lor pasture,

75     fanno di sé or tonda or altra schiera,

sì dentro ai lumi sante creature

volitando cantavano, e faciensi

78     or D, or I, or L in sue figure.

Prima, cantando, a sua nota moviensi;

poi, diventando l’un di questi segni,

81     un poco s’arrestavano e taciensi.

O diva Pegasëa che li ’ngegni

fai glorïosi e rendili longevi,

84     ed essi teco le cittadi e ’ regni,

illustrami di te, sì ch’io rilevi

le lor figure com’io l’ho concette:

87     paia tua possa in questi versi brevi!

Mostrarsi dunque in cinque volte sette

vocali e consonanti; e io notai

90     le parti sì, come mi parver dette.

"DILIGITE IUSTITIAM", primai

fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;

93     "QUI IUDICATIS TERRAM", fur sezzai.

Poscia ne l’emme del vocabol quinto

rimasero ordinate; sì che Giove

96     pareva argento lì d’oro distinto.

E vidi scendere altre luci dove

era il colmo de l’emme, e lì quetarsi

99     cantando, credo, il ben ch’a sé le move.

Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi

surgono innumerabili faville,

102     onde li stolti sogliono agurarsi,

resurger parver quindi più di mille

luci e salir, qual assai e qual poco,

105     sì come ’l sol che l’accende sortille;

e quïetata ciascuna in suo loco,

la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi

108     rappresentare a quel distinto foco.

Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;

ma esso guida, e da lui si rammenta

111     quella virtù ch’è forma per li nidi.

L’altra bëatitudo, che contenta

pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,

114     con poco moto seguitò la ’mprenta.

O dolce stella, quali e quante gemme

mi dimostraro che nostra giustizia

117     effetto sia del ciel che tu ingemme!

Per ch’io prego la mente in che s’inizia

tuo moto e tua virtute, che rimiri

120     ond’esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;

sì ch’un’altra fïata omai s’adiri

del comperare e vender dentro al templo

123     che si murò di segni e di martìri.

O milizia del ciel cu’ io contemplo,

adora per color che sono in terra

126     tutti svïati dietro al malo essemplo!

Già si solea con le spade far guerra;

ma or si fa togliendo or qui or quivi

129     lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.

Ma tu che sol per cancellare scrivi,

pensa che Pietro e Paulo, che moriro

132     per la vigna che guasti, ancor son vivi.

Ben puoi tu dire: "I’ ho fermo ’l disiro

sì a colui che volle viver solo

135     e che per salti fu tratto al martiro,

ch’io non conosco il pescator né Polo".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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