La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo XX 

Sesto cielo - Cielo di Giove - Spiriti giusti e pii - Traiano, Costantino, Guglielmo d'Altavilla e Rifeo.

Riassunto del Canto.

Gli spiriti beati che formano la figura dell'Aquila, cantano in coro e Dante viene invitato ad ammirare l'occhio dell'uccello e in particolare le luci che lo compongono, perchè quelle, pia brillanti delle altre, sono formate dagli spiriti più eletti del Cielo di Giove: sono i re biblici Davide e Ezechia. Scendendo dall'occhio verso il becco sono nominati gli imperatori romani Traiano e Costantino, Guglielmo d'Altavilla re di Sicilia e L'eroe troiano Rifeo.

Dante si meraviglia come possano due pagani come Traiano e Rifeo essere tra i beati del Paradiso. Immediata è la risposta dell'Aquila, i due sono morti credenti, il primo in Cristo venuto ed il secondo in Cristo che verrà. La volontà divina cede all'amore ed alla volontà degli uomini; in realtà essi morirono cristiani a causa della grande forza di carità manifestata in vita dai due beati.

L'Aquila affronta la tesi della predestinazione, si esprime dicendo che tutto è scritto nella mente di Dio e nella sua volontà, e che questo può essere ignoto anche ai beati. Mentre l'Aquila si esprime i due spiriti citati accompagnano le parole con il loro brillare, come un buon musicista accompagna con il suo strumento un cantante.

La predestinazione, mistero umano, rimarrà tale e gli uomini dovranno essere attenti nel giudicare il destino ultraterreno delle anime, perché nessuno può interpretare la divina volontà.

Canto XX

Quando colui che tutto ’l mondo alluma

de l’emisperio nostro sì discende,

3     che ’l giorno d’ogne parte si consuma,

lo ciel, che sol di lui prima s’accende,

subitamente si rifà parvente

6     per molte luci, in che una risplende;

e questo atto del ciel mi venne a mente,

come ’l segno del mondo e de’ suoi duci

9     nel benedetto rostro fu tacente;

però che tutte quelle vive luci,

vie più lucendo, cominciaron canti

12     da mia memoria labili e caduci.

O dolce amor che di riso t’ammanti,

quanto parevi ardente in que’ flailli,

15     ch’avieno spirto sol di pensier santi!

Poscia che i cari e lucidi lapilli

ond’io vidi ingemmato il sesto lume

18     puoser silenzio a li angelici squilli,

udir mi parve un mormorar di fiume

che scende chiaro giù di pietra in pietra,

21     mostrando l’ubertà del suo cacume.

E come suono al collo de la cetra

prende sua forma, e sì com’al pertugio

24     de la sampogna vento che penètra,

così, rimosso d’aspettare indugio,

quel mormorar de l’aguglia salissi

27     su per lo collo, come fosse bugio.

Fecesi voce quivi, e quindi uscissi

per lo suo becco in forma di parole,

30     quali aspettava il core ov’io le scrissi.

"La parte in me che vede e pate il sole

ne l’aguglie mortali", incominciommi,

33     "or fisamente riguardar si vole,

perché d’i fuochi ond’io figura fommi,

quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,

36     e’ di tutti lor gradi son li sommi.

Colui che luce in mezzo per pupilla,

fu il cantor de lo Spirito Santo,

39     che l’arca traslatò di villa in villa:

ora conosce il merto del suo canto,

in quanto effetto fu del suo consiglio,

42     per lo remunerar ch’è altrettanto.

Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,

colui che più al becco mi s’accosta,

45     la vedovella consolò del figlio:

ora conosce quanto caro costa

non seguir Cristo, per l’esperïenza

48     di questa dolce vita e de l’opposta.

E quel che segue in la circunferenza

di che ragiono, per l’arco superno,

51     morte indugiò per vera penitenza:

ora conosce che ’l giudicio etterno

non si trasmuta, quando degno preco

54     fa crastino là giù de l’odïerno.

L’altro che segue, con le leggi e meco,

sotto buona intenzion che fé mal frutto,

57     per cedere al pastor si fece greco:

ora conosce come il mal dedutto

dal suo bene operar non li è nocivo,

60     avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.

E quel che vedi ne l’arco declivo,

Guiglielmo fu, cui quella terra plora

63     che piagne Carlo e Federigo vivo:

ora conosce come s’innamora

lo ciel del giusto rege, e al sembiante

66     del suo fulgore il fa vedere ancora.

Chi crederebbe giù nel mondo errante

che Rifëo Troiano in questo tondo

69     fosse la quinta de le luci sante?

Ora conosce assai di quel che ’l mondo

veder non può de la divina grazia,

72     ben che sua vista non discerna il fondo".

Quale allodetta che ’n aere si spazia

prima cantando, e poi tace contenta

75     de l’ultima dolcezza che la sazia,

tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta

de l’etterno piacere, al cui disio

78     ciascuna cosa qual ell’è diventa.

E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio

lì quasi vetro a lo color ch’el veste,

81     tempo aspettar tacendo non patio,

ma de la bocca, "Che cose son queste?",

mi pinse con la forza del suo peso:

84     per ch’io di coruscar vidi gran feste.

Poi appresso, con l’occhio più acceso,

lo benedetto segno mi rispuose

87     per non tenermi in ammirar sospeso:

"Io veggio che tu credi queste cose

perch’io le dico, ma non vedi come;

90     sì che, se son credute, sono ascose.

Fai come quei che la cosa per nome

apprende ben, ma la sua quiditate

93     veder non può se altri non la prome.

Regnum celorum vïolenza pate

da caldo amore e da viva speranza,

96     che vince la divina volontate:

non a guisa che l’omo a l’om sobranza,

ma vince lei perché vuole esser vinta,

99     e, vinta, vince con sua beninanza.

La prima vita del ciglio e la quinta

ti fa maravigliar, perché ne vedi

102     la regïon de li angeli dipinta.

D’i corpi suoi non uscir, come credi,

Gentili, ma Cristiani, in ferma fede

105     quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.

Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede

già mai a buon voler, tornò a l’ossa;

108     e ciò di viva spene fu mercede:

di viva spene, che mise la possa

ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,

111     sì che potesse sua voglia esser mossa.

L’anima glorïosa onde si parla,

tornata ne la carne, in che fu poco,

114     credette in lui che potëa aiutarla;

e credendo s’accese in tanto foco

di vero amor, ch’a la morte seconda

117     fu degna di venire a questo gioco.

L’altra, per grazia che da sì profonda

fontana stilla, che mai creatura

120     non pinse l’occhio infino a la prima onda,

tutto suo amor là giù pose a drittura:

per che, di grazia in grazia, Dio li aperse

123     l’occhio a la nostra redenzion futura;

ond’ei credette in quella, e non sofferse

da indi il puzzo più del paganesmo;

126     e riprendiene le genti perverse.

Quelle tre donne li fur per battesmo

che tu vedesti da la destra rota,

129     dinanzi al battezzar più d’un millesmo.

O predestinazion, quanto remota

è la radice tua da quelli aspetti

132     che la prima cagion non veggion tota!

E voi, mortali, tenetevi stretti

a giudicar; ché noi, che Dio vedemo,

135     non conosciamo ancor tutti li eletti;

ed ènne dolce così fatto scemo,

perché il ben nostro in questo ben s’affina,

138     che quel che vole Iddio, e noi volemo".

Così da quella imagine divina,

per farmi chiara la mia corta vista,

141     data mi fu soave medicina.

E come a buon cantor buon citarista

fa seguitar lo guizzo de la corda,

144     in che più di piacer lo canto acquista,

sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda

ch’io vidi le due luci benedette,

147     pur come batter d’occhi si concorda,

con le parole mover le fiammette.

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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