La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo XXII 

Cielo sesto - Cielo di Saturno - Spiriti contemplanti - Scala d'oro - San Benedetto - San Macario - San Romualdo.

Cielo delle Stelle Fisse.

Riassunto del Canto.

Dante è ancora scosso dall'urlo dei beati, mentre l'accorta Beatrice lo conforta dicendogli che se avesse compreso il significato del grido, conoscerebbbe anche la conseguente vendetta divina che gli si svelerà prima del suo trapasso. 

Tra i globi luminosi che si avvicinano, il poeta ne sceglie uno al quale si rivolge; è lo spirito di San Benedetto, frate fondatore dell'ordine dei Benedettini a Montecassino, ove il suo moto era "ora et labora". Con lui ci sono altri spiriti contemplanti suoi discepoli, in vita accesi da ardore di carità, tra essi San Macario, San Romualdo e i seguaci che si sono tenuti fedeli alla regola anche dopo la sua morte.

Dante chiede a San Benedetto di mostrarsi nelle sue vere sembianze, ma la risposta non è favorevole, solo nell'Empireo potrà esaudire questa sua richiesta; spiega inoltre che la Scala d'oro che ammira innanzi a loro è la medesima che ha sognato Giacobbe. Si rammarica per il degrado che ha subito il suo ordine, esprime sdegno e amarezza per la corruzione dei frati i quali si appropriano dei beni ecclesiastici invece di destinarne il frutto alle opere di carità.

Tutti gli spiriti si avviano verso l'alto, Beatrice accompagna Dante su per la Scala, ove il loro passaggio è così rapido che nessun moto terrestre può paragonarsi, e raggiungono il Cielo delle Stelle Fisse, nella costellazione dei Gemelli.

Beatrice esorta Dante a volgere lo sguardo indietro per vedere il tragitto percorso: il poeta può così ammirare dall'alto i sette cieli appena attraversati e il lontano piccolo pianeta terra.

Canto XXII

Oppresso di stupore, a la mia guida

mi volsi, come parvol che ricorre

3     sempre colà dove più si confida;

e quella, come madre che soccorre

sùbito al figlio palido e anelo

6     con la sua voce, che ’l suol ben disporre,

mi disse: "Non sai tu che tu se’ in cielo?

e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,

9     e ciò che ci si fa vien da buon zelo?

Come t’avrebbe trasmutato il canto,

e io ridendo, mo pensar lo puoi,

12     poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;

nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,

già ti sarebbe nota la vendetta

15     che tu vedrai innanzi che tu muoi.

La spada di qua sù non taglia in fretta

né tardo, ma’ ch’al parer di colui

18     che disïando o temendo l’aspetta.

Ma rivolgiti omai inverso altrui;

ch’assai illustri spiriti vedrai,

21     se com’io dico l’aspetto redui".

Come a lei piacque, li occhi ritornai,

e vidi cento sperule che ’nsieme

24     più s’abbellivan con mutüi rai.

Io stava come quei che ’n sé repreme

la punta del disio, e non s’attenta

27     di domandar, sì del troppo si teme;

e la maggiore e la più luculenta

di quelle margherite innanzi fessi,

30     per far di sé la mia voglia contenta.

Poi dentro a lei udi’: "Se tu vedessi

com’io la carità che tra noi arde,

33     li tuoi concetti sarebbero espressi.

Ma perché tu, aspettando, non tarde

a l’alto fine, io ti farò risposta

36     pur al pensier, da che sì ti riguarde.

Quel monte a cui Cassino è ne la costa

fu frequentato già in su la cima

39     da la gente ingannata e mal disposta;

e quel son io che sù vi portai prima

lo nome di colui che ’n terra addusse

42     la verità che tanto ci soblima;

e tanta grazia sopra me relusse,

ch’io ritrassi le ville circunstanti

45     da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.

Questi altri fuochi tutti contemplanti

uomini fuoro, accesi di quel caldo

48     che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.

Qui è Maccario, qui è Romoaldo,

qui son li frati miei che dentro ai chiostri

51     fermar li piedi e tennero il cor saldo".

E io a lui: "L’affetto che dimostri

meco parlando, e la buona sembianza

54     ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,

così m’ha dilatata mia fidanza,

come ’l sol fa la rosa quando aperta

57     tanto divien quant’ell’ha di possanza.

Però ti priego, e tu, padre, m’accerta

s’io posso prender tanta grazia, ch’io

60     ti veggia con imagine scoverta".

Ond’elli: "Frate, il tuo alto disio

s’adempierà in su l’ultima spera,

63     ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.

Ivi è perfetta, matura e intera

ciascuna disïanza; in quella sola

66     è ogne parte là ove sempr’era,

perché non è in loco e non s’impola;

e nostra scala infino ad essa varca,

69     onde così dal viso ti s’invola.

Infin là sù la vide il patriarca

Iacobbe porger la superna parte,

72     quando li apparve d’angeli sì carca.

Ma, per salirla, mo nessun diparte

da terra i piedi, e la regola mia

75     rimasa è per danno de le carte.

Le mura che solieno esser badia

fatte sono spelonche, e le cocolle

78     sacca son piene di farina ria.

Ma grave usura tanto non si tolle

contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto

81     che fa il cor de’ monaci sì folle;

ché quantunque la Chiesa guarda, tutto

è de la gente che per Dio dimanda;

84     non di parenti né d’altro più brutto.

La carne d’i mortali è tanto blanda,

che giù non basta buon cominciamento

87     dal nascer de la quercia al far la ghianda.

Pier cominciò sanz’oro e sanz’argento,

e io con orazione e con digiuno,

90     e Francesco umilmente il suo convento;

e se guardi ’l principio di ciascuno,

poscia riguardi là dov’è trascorso,

93     tu vederai del bianco fatto bruno.

Veramente Iordan vòlto retrorso

più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,

96     mirabile a veder che qui ’l soccorso".

Così mi disse, e indi si raccolse

al suo collegio, e ’l collegio si strinse;

99     poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.

La dolce donna dietro a lor mi pinse

con un sol cenno su per quella scala,

102     sì sua virtù la mia natura vinse;

né mai qua giù dove si monta e cala

naturalmente, fu sì ratto moto

105     ch’agguagliar si potesse a la mia ala.

S’io torni mai, lettore, a quel divoto

trïunfo per lo quale io piango spesso

108     le mie peccata e ’l petto mi percuoto,

tu non avresti in tanto tratto e messo

nel foco il dito, in quant’io vidi ’l segno

111     che segue il Tauro e fui dentro da esso.

O glorïose stelle, o lume pregno

di gran virtù, dal quale io riconosco

114     tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

con voi nasceva e s’ascondeva vosco

quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,

117     quand’io senti’ di prima l’aere tosco;

e poi, quando mi fu grazia largita

d’entrar ne l’alta rota che vi gira,

120     la vostra regïon mi fu sortita.

A voi divotamente ora sospira

l’anima mia, per acquistar virtute

123     al passo forte che a sé la tira.

"Tu se’ sì presso a l’ultima salute",

cominciò Bëatrice, "che tu dei

126     aver le luci tue chiare e acute;

e però, prima che tu più t’inlei,

rimira in giù, e vedi quanto mondo

129     sotto li piedi già esser ti fei;

sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo

s’appresenti a la turba trïunfante

132     che lieta vien per questo etera tondo".

Col viso ritornai per tutte quante

le sette spere, e vidi questo globo

135     tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;

e quel consiglio per migliore approbo

che l’ha per meno; e chi ad altro pensa

138     chiamar si puote veramente probo.

Vidi la figlia di Latona incensa

sanza quell’ombra che mi fu cagione

141     per che già la credetti rara e densa.

L’aspetto del tuo nato, Iperïone,

quivi sostenni, e vidi com’si move

144     circa e vicino a lui Maia e Dïone.

Quindi m’apparve il temperar di Giove

tra ’l padre e ’l figlio: e quindi mi fu chiaro

147     il varïar che fanno di lor dove;

e tutti e sette mi si dimostraro

quanto son grandi e quanto son veloci

150     e come sono in distante riparo.

L’aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendom’io con li etterni Gemelli,

153     tutta m’apparve da’ colli a le foci;

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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