La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo XXIX 

Nono cielo - Angeli - Lucifero.

Riassunto del Canto.

Beatrice, interpretando e prevenendo le domande di Dante, gli spiega l'origine degli Angeli e delle gerarchie celesti; voluti e creati da Dio come atto di puro amore, fuori del tempo e nell'Empireo, ossia fuori dello spazio, nello stesso istante senza interporre secoli tra la loro creazione e quella delle potenze motrici dei cieli e quella del resto del mondo. Contrario a come invece tearizzava San Girolamo, che secondo il quale la crazione degli Angeli sarebbe avvenuta molti secoli prima della creazione del mondo.

Il discorso di Beatrice continua con il narrare della ribellione di alcuni angeli, guidati da Lucifero,  

la più bella delle creature che per non aver consentito che fosse la grazia divina a segnare la sua perfezione, rimase tragicamente imperfetto, divenendo sommo, sì, ma nel male; Beatrice sottolinea la condanna degli Angeli ribelli che precipitarono sulla terra, mentre l'altra è stata ricompensata perchè gli Angeli fedeli rimasero nell'Empireo.

Segue una invettiva di Beatrice contro i filosofi che con i loro pensieri contorni alterano la ricerca della verità, ed ai predicatori che per farsi compiacenti agli auditori danno frivole spiegazioni.

ùun ulteriore chiarimento beatrice lo fa spiegando a carattere teologico che il numero degli Angeli è infinito, che la luce divina è percepita in modi diversi, in proporzione al numero di Angeli a cui si unisce, così che l'amoro di ogni essere divino è più o meno intenso. Dante è invitato a soffermarsi a considerare ed ammirare sulla sublime architettura di una tale creazione che solo Dio può volere.

Canto XXIX

Quando ambedue li figli di Latona,

coperti del Montone e de la Libra,

3     fanno de l’orizzonte insieme zona,

quant’è dal punto che ’l cenìt inlibra

infin che l’uno e l’altro da quel cinto,

6     cambiando l’emisperio, si dilibra,

tanto, col volto di riso dipinto,

si tacque Bëatrice, riguardando

9     fiso nel punto che m’avëa vinto.

Poi cominciò: "Io dico, e non dimando,

quel che tu vuoli udir, perch’io l’ho visto

12     là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.

Non per aver a sé di bene acquisto,

ch’esser non può, ma perché suo splendore

15     potesse, risplendendo, dir "Subsisto",

in sua etternità di tempo fore,

fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,

18     s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.

Né prima quasi torpente si giacque;

ché né prima né poscia procedette

21     lo discorrer di Dio sovra quest’acque.

Forma e materia, congiunte e purette,

usciro ad esser che non avia fallo,

24     come d’arco tricordo tre saette.

E come in vetro, in ambra o in cristallo

raggio resplende sì, che dal venire

27     a l’esser tutto non è intervallo,

così ’l triforme effetto del suo sire

ne l’esser suo raggiò insieme tutto

30     sanza distinzïone in essordire.

Concreato fu ordine e costrutto

a le sustanze; e quelle furon cima

33     nel mondo in che puro atto fu produtto;

pura potenza tenne la parte ima;

nel mezzo strinse potenza con atto

36     tal vime, che già mai non si divima.

Ieronimo vi scrisse lungo tratto

di secoli de li angeli creati

39     anzi che l’altro mondo fosse fatto;

ma questo vero è scritto in molti lati

da li scrittor de lo Spirito Santo,

42     e tu te n’avvedrai se bene agguati;

e anche la ragione il vede alquanto,

che non concederebbe che ’ motori

45     sanza sua perfezion fosser cotanto.

Or sai tu dove e quando questi amori

furon creati e come: sì che spenti

48     nel tuo disïo già son tre ardori.

Né giugneriesi, numerando, al venti

sì tosto, come de li angeli parte

51     turbò il suggetto d’i vostri alementi.

L’altra rimase, e cominciò quest’arte

che tu discerni, con tanto diletto,

54     che mai da circüir non si diparte.

Principio del cader fu il maladetto

superbir di colui che tu vedesti

57     da tutti i pesi del mondo costretto.

Quelli che vedi qui furon modesti

a riconoscer sé da la bontate

60     che li avea fatti a tanto intender presti:

per che le viste lor furo essaltate

con grazia illuminante e con lor merto,

63     sì c’hanno ferma e piena volontate;

e non voglio che dubbi, ma sia certo,

che ricever la grazia è meritorio

66     secondo che l’affetto l’è aperto.

Omai dintorno a questo consistorio

puoi contemplare assai, se le parole

69     mie son ricolte, sanz’altro aiutorio.

Ma perché ’n terra per le vostre scole

si legge che l’angelica natura

72     è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,

ancor dirò, perché tu veggi pura

la verità che là giù si confonde,

75     equivocando in sì fatta lettura.

Queste sustanze, poi che fur gioconde

de la faccia di Dio, non volser viso

78     da essa, da cui nulla si nasconde:

però non hanno vedere interciso

da novo obietto, e però non bisogna

81     rememorar per concetto diviso;

sì che là giù, non dormendo, si sogna,

credendo e non credendo dicer vero;

84     ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.

Voi non andate giù per un sentiero

filosofando: tanto vi trasporta

87     l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!

E ancor questo qua sù si comporta

con men disdegno che quando è posposta

90     la divina Scrittura o quando è torta.

Non vi si pensa quanto sangue costa

seminarla nel mondo e quanto piace

93     chi umilmente con essa s’accosta.

Per apparer ciascun s’ingegna e face

sue invenzioni; e quelle son trascorse

96     da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.

Un dice che la luna si ritorse

ne la passion di Cristo e s’interpuose,

99     per che ’l lume del sol giù non si porse;

e mente, ché la luce si nascose

da sé: però a li Spani e a l’Indi

102     come a’ Giudei tale eclissi rispuose.

Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi

quante sì fatte favole per anno

105     in pergamo si gridan quinci e quindi;

sì che le pecorelle, che non sanno,

tornan del pasco pasciute di vento,

108     e non le scusa non veder lo danno.

Non disse Cristo al suo primo convento:

"Andate, e predicate al mondo ciance";

111     ma diede lor verace fondamento;

e quel tanto sonò ne le sue guance,

sì ch’a pugnar per accender la fede

114     de l’Evangelio fero scudo e lance.

Ora si va con motti e con iscede

a predicare, e pur che ben si rida,

117     gonfia il cappuccio e più non si richiede.

Ma tale uccel nel becchetto s’annida,

che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe

120     la perdonanza di ch’el si confida:

per cui tanta stoltezza in terra crebbe,

che, sanza prova d’alcun testimonio,

123     ad ogne promession si correrebbe.

Di questo ingrassa il porco sant’Antonio,

e altri assai che sono ancor più porci,

126     pagando di moneta sanza conio.

Ma perché siam digressi assai, ritorci

li occhi oramai verso la dritta strada,

129     sì che la via col tempo si raccorci.

Questa natura sì oltre s’ingrada

in numero, che mai non fu loquela

132     né concetto mortal che tanto vada;

e se tu guardi quel che si revela

per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia

135     determinato numero si cela.

La prima luce, che tutta la raia,

per tanti modi in essa si recepe,

138     quanti son li splendori a chi s’appaia.

Onde, però che a l’atto che concepe

segue l’affetto, d’amar la dolcezza

141     diversamente in essa ferve e tepe.

Vedi l’eccelso omai e la larghezza

de l’etterno valor, poscia che tanti

144     speculi fatti s’ha in che si spezza,

uno manendo in sé come davanti".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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