La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo XXV

Ottavo cielo - Cielo delle stelle fisse -  Apostoli, San Giacomo, Davide, San Giovanni.

Riassunto del Canto.

Siamo ancora nel Cielo delle Stelle Fisse, e Dante è soddisfatto dell'esito dell'esame subito, atto che lo rende speranzoso dell'approvazione anche dei suoi concittadini, quando rientrerà in patria dopo l'esilio.

Dalla stessa corona luminosa dalla quale era apparso San Pietro, esce ora San Giacomo che si accinge ad esaminare il pellegrino sulla seconda virtù eologale: la speranza, chiedendogli quanta ne possiede e come le è venuta. La risposta la dà Beatrice, per evitare a Dante di sembrare troppo burbanzoso, lodandolo di possedere nel suo cuore un'enorme speranza.

Dante aggiunge che la speranza è il raggiungimento della gloria futura prodotta dalle buone opere; la speranza è stata inculcata in lui da Davide con i suoi salmi e da San Giacomo stesso che ne è il simbolo.  

Trattando questi argomenti Dante cita spesso la Sacre Scritture; il ricordo all'Apocalisse fa apparire anche lo spirito di San Giovanni Battista, che si presenta avvolto da luce bianchissima, nonostante che lo si creda risorto col corpo in cielo; Dante che cerca di verificare la verità, lo guarda ma rimane abbagliato dal suo fulgore.

Canto XXV

Se mai continga che ’l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

3     sì che m’ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra

del bello ovile ov’io dormi’ agnello,

6     nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, e in sul fonte

9     del mio battesmo prenderò ’l cappello;

però che ne la fede, che fa conte

l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi

12     Pietro per lei sì mi girò la fronte.

Indi si mosse un lume verso noi

di quella spera ond’uscì la primizia

15     che lasciò Cristo d’i vicari suoi;

e la mia donna, piena di letizia,

mi disse: "Mira, mira: ecco il barone

18     per cui là giù si vicita Galizia".

Sì come quando il colombo si pone

presso al compagno, l’uno a l’altro pande,

21     girando e mormorando, l’affezione;

così vid’ïo l’un da l’altro grande

principe glorïoso essere accolto,

24     laudando il cibo che là sù li prande.

Ma poi che ’l gratular si fu assolto,

tacito coram me ciascun s’affisse,

27     ignito sì che vincëa ’l mio volto.

Ridendo allora Bëatrice disse:

"Inclita vita per cui la larghezza

30     de la nostra basilica si scrisse,

fa risonar la spene in questa altezza:

tu sai, che tante fiate la figuri,

33     quante Iesù ai tre fé più carezza".

"Leva la testa e fa che t’assicuri:

che ciò che vien qua sù del mortal mondo,

36     convien ch’ai nostri raggi si maturi".

Questo conforto del foco secondo

mi venne; ond’io leväi li occhi a’ monti

39     che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.

"Poi che per grazia vuol che tu t’affronti

lo nostro Imperadore, anzi la morte,

42     ne l’aula più secreta co’ suoi conti,

sì che, veduto il ver di questa corte,

la spene, che là giù bene innamora,

45     in te e in altrui di ciò conforte,

di’ quel ch’ell’è, di’ come se ne ’nfiora

la mente tua, e dì onde a te venne".

48     Così seguì ’l secondo lume ancora.

E quella pïa che guidò le penne

de le mie ali a così alto volo,

51     a la risposta così mi prevenne:

"La Chiesa militante alcun figliuolo

non ha con più speranza, com’è scritto

54     nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

però li è conceduto che d’Egitto

vegna in Ierusalemme per vedere,

57     anzi che ’l militar li sia prescritto.

Li altri due punti, che non per sapere

son dimandati, ma perch’ei rapporti

60     quanto questa virtù t’è in piacere,

a lui lasc’io, ché non li saran forti

né di iattanza; ed elli a ciò risponda,

63     e la grazia di Dio ciò li comporti".

Come discente ch’a dottor seconda

pronto e libente in quel ch’elli è esperto,

66     perché la sua bontà si disasconda,

"Spene", diss’io, "è uno attender certo

de la gloria futura, il qual produce

69     grazia divina e precedente merto.

Da molte stelle mi vien questa luce;

ma quei la distillò nel mio cor pria

72     che fu sommo cantor del sommo duce.

"Sperino in te", ne la sua tëodia

dice, "color che sanno il nome tuo":

75     e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?

Tu mi stillasti, con lo stillar suo,

ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,

78     e in altrui vostra pioggia repluo".

Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno

di quello incendio tremolava un lampo

81     sùbito e spesso a guisa di baleno.

Indi spirò: "L’amore ond’ïo avvampo

ancor ver’ la virtù che mi seguette

84     infin la palma e a l’uscir del campo,

vuol ch’io respiri a te che ti dilette

di lei; ed emmi a grato che tu diche

87     quello che la speranza ti ’mpromette".

E io: "Le nove e le scritture antiche

pongon lo segno, ed esso lo mi addita,

90     de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.

Dice Isaia che ciascuna vestita

ne la sua terra fia di doppia vesta:

93     e la sua terra è questa dolce vita;

e ’l tuo fratello assai vie più digesta,

là dove tratta de le bianche stole,

96     questa revelazion ci manifesta".

E prima, appresso al fin d’este parole,

"Sperent in te" di sopr’a noi s’udì;

99     a che rispuoser tutte le carole.

Poscia tra esse un lume si schiarì

sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,

102     l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.

E come surge e va ed entra in ballo

vergine lieta, sol per fare onore

105     a la novizia, non per alcun fallo,

così vid’io lo schiarato splendore

venire a’ due che si volgieno a nota

108     qual conveniesi al loro ardente amore.

Misesi lì nel canto e ne la rota;

e la mia donna in lor tenea l’aspetto,

111     pur come sposa tacita e immota.

"Questi è colui che giacque sopra ’l petto

del nostro pellicano, e questi fue

114     di su la croce al grande officio eletto".

La donna mia così; né però piùe

mosser la vista sua di stare attenta

117     poscia che prima le parole sue.

Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta

di vedere eclissar lo sole un poco,

120     che, per veder, non vedente diventa;

tal mi fec’ïo a quell’ultimo foco

mentre che detto fu: "Perché t’abbagli

123     per veder cosa che qui non ha loco?

In terra è terra il mio corpo, e saragli

tanto con li altri, che ’l numero nostro

126     con l’etterno proposito s’agguagli.

Con le due stole nel beato chiostro

son le due luci sole che saliro;

129     e questo apporterai nel mondo vostro".

A questa voce l’infiammato giro

si quïetò con esso il dolce mischio

132     che si facea nel suon del trino spiro,

sì come, per cessar fatica o rischio,

li remi, pria ne l’acqua ripercossi,

135     tutti si posano al sonar d’un fischio.

Ahi quanto ne la mente mi commossi,

quando mi volsi per veder Beatrice,

138     per non poter veder, benché io fossi

presso di lei, e nel mondo felice!

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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