La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo XXVI 

Ottavo cielo - Cielo delle Stelle Fisse - San Giovanni Battista - Adamo.

Riassunto del Canto.

Dante crede di aver perso la vista, quando San Giovanni Battista gli rivolge una sua domanda sulla carità. Il poeta risponde di credere che questa virtù gli sia giunta attraverso le sacre Scritture. 

Lo spirito insiste per sapere quali altri motivi lo spingono ad amare Dio. Dante risponde che la nascita di questo desiderio è derivata dal pensare alla creazione, alla morte redentrice di Cristo e alla spertanza della salvezza eterna.

Beati e Beatrice intonano un canto di lode e per sua virtù la beata ridona la vista al poeta che ora vede meglio e che può scorgere l'arrivo di un quarto spirito quello di Adamo, progenitore dell'umana stirpe, a cui Dante si rivolge per conoscere alcuni quesiti. 

Senza che Dante le annunci Adamo le riceve per volontà divina, dove tutti i pensieri si accumulano e si trasmettono allo spirito che può rispondere circa il vero significato del peccato originale, sull'età del mondo, e circa la lingua da lui parlata agli inizi della creazione.

Canto XXVI

Mentr’io dubbiava per lo viso spento,

de la fulgida fiamma che lo spense

3     uscì un spiro che mi fece attento,

dicendo: "Intanto che tu ti risense

de la vista che haï in me consunta,

6     ben è che ragionando la compense.

Comincia dunque; e di’ ove s’appunta

l’anima tua, e fa’ ragion che sia

9     la vista in te smarrita e non defunta:

perché la donna che per questa dia

regïon ti conduce, ha ne lo sguardo

12     la virtù ch’ebbe la man d’Anania".

Io dissi: "Al suo piacere e tosto e tardo

vegna remedio a li occhi, che fuor porte

15     quand’ella entrò col foco ond’io sempr’ardo.

Lo ben che fa contenta questa corte,

Alfa e O è di quanta scrittura

18     mi legge Amore o lievemente o forte".

Quella medesma voce che paura

tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,

21     di ragionare ancor mi mise in cura;

e disse: "Certo a più angusto vaglio

ti conviene schiarar: dicer convienti

24     chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio".

E io: "Per filosofici argomenti

e per autorità che quinci scende

27     cotale amor convien che in me si ’mprenti:

ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,

così accende amore, e tanto maggio

30     quanto più di bontate in sé comprende.

Dunque a l’essenza ov’è tanto avvantaggio,

che ciascun ben che fuor di lei si trova

33     altro non è ch’un lume di suo raggio,

più che in altra convien che si mova

la mente, amando, di ciascun che cerne

36     il vero in che si fonda questa prova.

Tal vero a l’intelletto mïo sterne

colui che mi dimostra il primo amore

39     di tutte le sustanze sempiterne.

Sternel la voce del verace autore,

che dice a Moïsè, di sé parlando:

42     "Io ti farò vedere ogne valore".

Sternilmi tu ancora, incominciando

l’alto preconio che grida l’arcano

45     di qui là giù sovra ogne altro bando".

E io udi’: "Per intelletto umano

e per autoritadi a lui concorde

48     d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

Ma dì ancor se tu senti altre corde

tirarti verso lui, sì che tu suone

51     con quanti denti questo amor ti morde".

Non fu latente la santa intenzione

de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi

54     dove volea menar mia professione.

Però ricominciai: "Tutti quei morsi

che posson far lo cor volgere a Dio,

57     a la mia caritate son concorsi:

ché l’essere del mondo e l’esser mio,

la morte ch’el sostenne perch’io viva,

60     e quel che spera ogne fedel com’io,

con la predetta conoscenza viva,

tratto m’hanno del mar de l’amor torto,

63     e del diritto m’han posto a la riva.

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto

de l’ortolano etterno, am’io cotanto

66     quanto da lui a lor di bene è porto".

Sì com’io tacqui, un dolcissimo canto

risonò per lo cielo, e la mia donna

69     dicea con li altri: "Santo, santo, santo!".

E come a lume acuto si disonna

per lo spirto visivo che ricorre

72     a lo splendor che va di gonna in gonna,

e lo svegliato ciò che vede aborre,

sì nescïa è la sùbita vigilia

75     fin che la stimativa non soccorre;

così de li occhi miei ogni quisquilia

fugò Beatrice col raggio d’i suoi,

78     che rifulgea da più di mille milia:

onde mei che dinanzi vidi poi;

e quasi stupefatto domandai

81     d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.

E la mia donna: "Dentro da quei rai

vagheggia il suo fattor l’anima prima

84     che la prima virtù creasse mai".

Come la fronda che flette la cima

nel transito del vento, e poi si leva

87     per la propria virtù che la soblima,

fec’io in tanto in quant’ella diceva,

stupendo, e poi mi rifece sicuro

90     un disio di parlare ond’ïo ardeva.

E cominciai: "O pomo che maturo

solo prodotto fosti, o padre antico

93     a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,

divoto quanto posso a te supplìco

perché mi parli: tu vedi mia voglia,

96     e per udirti tosto non la dico".

Talvolta un animal coverto broglia,

sì che l’affetto convien che si paia

99     per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;

e similmente l’anima primaia

mi facea trasparer per la coverta

102     quant’ella a compiacermi venìa gaia.

Indi spirò: "Sanz’essermi proferta

da te, la voglia tua discerno meglio

105     che tu qualunque cosa t’è più certa;

perch’io la veggio nel verace speglio

che fa di sé pareglio a l’altre cose,

108     e nulla face lui di sé pareglio.

Tu vuogli udir quant’è che Dio mi puose

ne l’eccelso giardino, ove costei

111     a così lunga scala ti dispuose,

e quanto fu diletto a li occhi miei,

e la propria cagion del gran disdegno,

114     e l’idïoma ch’usai e che fei.

Or, figliuol mio, non il gustar del legno

fu per sé la cagion di tanto essilio,

117     ma solamente il trapassar del segno.

Quindi onde mosse tua donna Virgilio,

quattromilia trecento e due volumi

120     di sol desiderai questo concilio;

e vidi lui tornare a tutt’i lumi

de la sua strada novecento trenta

123     fïate, mentre ch’ïo in terra fu’ mi.

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta

innanzi che a l’ovra inconsummabile

126     fosse la gente di Nembròt attenta:

ché nullo effetto mai razïonabile,

per lo piacere uman che rinovella

129     seguendo il cielo, sempre fu durabile.

Opera naturale è ch’uom favella;

ma così o così, natura lascia

132     poi fare a voi secondo che v’abbella.

Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,

I s’appellava in terra il sommo bene

135     onde vien la letizia che mi fascia;

e El si chiamò poi: e ciò convene,

ché l’uso d’i mortali è come fronda

138     in ramo, che sen va e altra vene.

Nel monte che si leva più da l’onda,

fu’ io, con vita pura e disonesta,

141     da la prim’ora a quella che seconda,

come ’l sol muta quadra, l’ora sesta".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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