Forse
semilia miglia di lontano
ci
ferve l’ora sesta, e questo mondo
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china già l’ombra quasi al letto piano,
quando
’l mezzo del cielo, a noi profondo,
comincia
a farsi tal, ch’alcuna stella
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perde il parere infino a questo fondo;
e
come vien la chiarissima ancella
del
sol più oltre, così ’l ciel si chiude
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di vista in vista infino a la più bella.
Non
altrimenti il trïunfo che lude
sempre
dintorno al punto che mi vinse,
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parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,
a
poco a poco al mio veder si stinse:
per
che tornar con li occhi a Bëatrice
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nulla vedere e amor mi costrinse.
Se
quanto infino a qui di lei si dice
fosse
conchiuso tutto in una loda,
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poca sarebbe a fornir questa vice.
La
bellezza ch’io vidi si trasmoda
non
pur di là da noi, ma certo io credo
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che solo il suo fattor tutta la goda.
Da
questo passo vinto mi concedo
più
che già mai da punto di suo tema
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soprato fosse comico o tragedo:
ché,
come sole in viso che più trema,
così
lo rimembrar del dolce riso
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la mente mia da me medesmo scema.
Dal
primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
in
questa vita, infino a questa vista,
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non m’è il seguire al mio cantar preciso;
ma
or convien che mio seguir desista
più
dietro a sua bellezza, poetando,
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come a l’ultimo suo ciascuno artista.
Cotal
qual io lascio a maggior bando
che
quel de la mia tuba, che deduce
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l’ardüa sua matera terminando,
con
atto e voce di spedito duce
ricominciò:
"Noi siamo usciti fore
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del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
luce
intellettüal, piena d’amore;
amor
di vero ben, pien di letizia;
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letizia che trascende ogne dolzore.
Qui
vederai l’una e l’altra milizia
di
paradiso, e l’una in quelli aspetti
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che tu vedrai a l’ultima giustizia".
Come
sùbito lampo che discetti
li
spiriti visivi, sì che priva
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da l’atto l’occhio di più forti obietti,
così
mi circunfulse luce viva,
e
lasciommi fasciato di tal velo
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del suo fulgor, che nulla m’appariva.
"Sempre
l’amor che queta questo cielo
accoglie
in sé con sì fatta salute,
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per far disposto a sua fiamma il candelo".
Non
fur più tosto dentro a me venute
queste
parole brievi, ch’io compresi
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me sormontar di sopr’a mia virtute;
e
di novella vista mi raccesi
tale,
che nulla luce è tanto mera,
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che li occhi miei non si fosser difesi;
e
vidi lume in forma di rivera
fulvido
di fulgore, intra due rive
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dipinte di mirabil primavera.
Di
tal fiumana uscian faville vive,
e
d’ogne parte si mettìen ne’ fiori,
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quasi rubin che oro circunscrive;
poi,
come inebrïate da li odori,
riprofondavan
sé nel miro gurge;
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e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.
"L’alto
disio che mo t’infiamma e urge,
d’aver
notizia di ciò che tu vei,
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tanto mi piace più quanto più turge;
ma
di quest’acqua convien che tu bei
prima
che tanta sete in te si sazi":