La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo XXX 

Empireo - Cielo di pura luce intellettuale - Arrigo VII re di Germania.

Riassunto del Canto.

Mentre gli angeli dei nove cori, roteando attorno al punto divino, scompaiono, come con la luce dell'alba spariscono le stelle; Dante, volgendosi verso Beatrice la trova meravigliosa, di una bellezza che non aveva mai notata prima.

Il poeta si accorge che la sua arte non sarà in grado di rappresentare l'immagine di una tale bellezza sovranaturale che va ben oltre le sue capacità di espressione e che il suo vocabolario non possiede termini in grado di esprimerla.

Beatrice annuncia a Dante che sono entrati nell'Empireo, nel cielo dove la pura luce propaga amore,e che l'amore stesso è fonte di una beatitudine assoluta; qui il poeta vedrà gli angeli e i Beati con lo stesso aspetto che avranno dopo il Giudizio Universale, rivestiti del loro corpo glorioso.

Un bagliore di luce avvolge Dante che dopo un leggero momento di cecità si accorge che lungo un fiume di luce intensa, dalle rive cosparse di meravigliosi fiori primaverili, volteggiano lucenti fiammelle; poi, in una visione seguente, vede che i fiori e le faville sono i Beati e gli Angeli che, disposti in cerchio attorno ad un lago di luce, si riflettono in esso. 

Dante capisce che quella Rosa  raccoglie tutta la beatitudine dei cieli; Beatrice accompagna il poeta al centro della Rosa e gli mostra i pochi scanni non ancora occupati, compreso quello dove siederà prima della morte di Dante, l'Imperatore Arrigo VII re di Germania, che scenderà in Italia per pacificare le città in contesa, unica speranza per Dante di ritornare a Firenze, operazione che non riuscirà a compiere a causa della sua morte prematura ed improvvisa.

Canto XXX

Forse semilia miglia di lontano

ci ferve l’ora sesta, e questo mondo

3     china già l’ombra quasi al letto piano,

quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,

comincia a farsi tal, ch’alcuna stella

6     perde il parere infino a questo fondo;

e come vien la chiarissima ancella

del sol più oltre, così ’l ciel si chiude

9     di vista in vista infino a la più bella.

Non altrimenti il trïunfo che lude

sempre dintorno al punto che mi vinse,

12     parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,

a poco a poco al mio veder si stinse:

per che tornar con li occhi a Bëatrice

15     nulla vedere e amor mi costrinse.

Se quanto infino a qui di lei si dice

fosse conchiuso tutto in una loda,

18     poca sarebbe a fornir questa vice.

La bellezza ch’io vidi si trasmoda

non pur di là da noi, ma certo io credo

21     che solo il suo fattor tutta la goda.

Da questo passo vinto mi concedo

più che già mai da punto di suo tema

24     soprato fosse comico o tragedo:

ché, come sole in viso che più trema,

così lo rimembrar del dolce riso

27     la mente mia da me medesmo scema.

Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso

in questa vita, infino a questa vista,

30     non m’è il seguire al mio cantar preciso;

ma or convien che mio seguir desista

più dietro a sua bellezza, poetando,

33     come a l’ultimo suo ciascuno artista.

Cotal qual io lascio a maggior bando

che quel de la mia tuba, che deduce

36     l’ardüa sua matera terminando,

con atto e voce di spedito duce

ricominciò: "Noi siamo usciti fore

39     del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:

luce intellettüal, piena d’amore;

amor di vero ben, pien di letizia;

42     letizia che trascende ogne dolzore.

Qui vederai l’una e l’altra milizia

di paradiso, e l’una in quelli aspetti

45     che tu vedrai a l’ultima giustizia".

Come sùbito lampo che discetti

li spiriti visivi, sì che priva

48     da l’atto l’occhio di più forti obietti,

così mi circunfulse luce viva,

e lasciommi fasciato di tal velo

51     del suo fulgor, che nulla m’appariva.

"Sempre l’amor che queta questo cielo

accoglie in sé con sì fatta salute,

54     per far disposto a sua fiamma il candelo".

Non fur più tosto dentro a me venute

queste parole brievi, ch’io compresi

57     me sormontar di sopr’a mia virtute;

e di novella vista mi raccesi

tale, che nulla luce è tanto mera,

60     che li occhi miei non si fosser difesi;

e vidi lume in forma di rivera

fulvido di fulgore, intra due rive

63     dipinte di mirabil primavera.

Di tal fiumana uscian faville vive,

e d’ogne parte si mettìen ne’ fiori,

66     quasi rubin che oro circunscrive;

poi, come inebrïate da li odori,

riprofondavan sé nel miro gurge;

69     e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.

"L’alto disio che mo t’infiamma e urge,

d’aver notizia di ciò che tu vei,

72     tanto mi piace più quanto più turge;

ma di quest’acqua convien che tu bei

prima che tanta sete in te si sazi":

75     così mi disse il sol de li occhi miei.

Anche soggiunse: "Il fiume e li topazi

ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe

78     son di lor vero umbriferi prefazi.

Non che da sé sian queste cose acerbe;

ma è difetto da la parte tua,

81     che non hai viste ancor tanto superbe".

Non è fantin che sì sùbito rua

col volto verso il latte, se si svegli

84     molto tardato da l’usanza sua,

come fec’io, per far migliori spegli

ancor de li occhi, chinandomi a l’onda

87     che si deriva perché vi s’immegli;

e sì come di lei bevve la gronda

de le palpebre mie, così mi parve

90     di sua lunghezza divenuta tonda.

Poi, come gente stata sotto larve,

che pare altro che prima, se si sveste

93     la sembianza non süa in che disparve,

così mi si cambiaro in maggior feste

li fiori e le faville, sì ch’io vidi

96     ambo le corti del ciel manifeste.

O isplendor di Dio, per cu’ io vidi

l’alto trïunfo del regno verace,

99     dammi virtù a dir com’ïo il vidi!

Lume è là sù che visibile face

lo creatore a quella creatura

102     che solo in lui vedere ha la sua pace.

E’ si distende in circular figura,

in tanto che la sua circunferenza

105     sarebbe al sol troppo larga cintura.

Fassi di raggio tutta sua parvenza

reflesso al sommo del mobile primo,

108     che prende quindi vivere e potenza.

E come clivo in acqua di suo imo

si specchia, quasi per vedersi addorno,

111     quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,

sì, soprastando al lume intorno intorno,

vidi specchiarsi in più di mille soglie

114     quanto di noi là sù fatto ha ritorno.

E se l’infimo grado in sé raccoglie

sì grande lume, quanta è la larghezza

117     di questa rosa ne l’estreme foglie!

La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza

non si smarriva, ma tutto prendeva

120     il quanto e ’l quale di quella allegrezza.

Presso e lontano, lì, né pon né leva:

ché dove Dio sanza mezzo governa,

123     la legge natural nulla rileva.

Nel giallo de la rosa sempiterna,

che si digrada e dilata e redole

126     odor di lode al sol che sempre verna,

qual è colui che tace e dicer vole,

mi trasse Bëatrice, e disse: "Mira

129     quanto è ’l convento de le bianche stole!

Vedi nostra città quant’ella gira;

vedi li nostri scanni sì ripieni,

132     che poca gente più ci si disira.

E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni

per la corona che già v’è sù posta,

135     prima che tu a queste nozze ceni,

sederà l’alma, che fia giù agosta,

de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia

138     verrà in prima ch’ella sia disposta.

La cieca cupidigia che v’ammalia

simili fatti v’ha al fantolino

141     che muor per fame e caccia via la balia.

E fia prefetto nel foro divino

allora tal, che palese e coverto

144     non anderà con lui per un cammino.

Ma poco poi sarà da Dio sofferto

nel santo officio; ch’el sarà detruso

147     là dove Simon mago è per suo merto,

e farà quel d’Alagna intrar più giuso".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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