La  Divina  Commedia

Paradiso - Capitolo XXXI 

Decimo cielo - Empireo - Candida Rosa - San Bernardo di Chiaravalle - Maria Madre di Cristo.

Riassunto del Canto.

Dopo la visione precedente dei Beati e degli Angeli nella candida Rosa, il poeta scorge ora gli Angeli che cantando un coro a Dio, volteggiano come uno sciame d'api con il viso color fiamma, le ali dorate ed il resto del corpo è bianco come la neve. 

Dante è attratto dalla luce divina che sprigiona dalla Rosa luminosa, vede visi atteggiati a carità ed è preso da un rapimento contemplativo dove i suoi occhi spaziano su tutta l'entusiasmante visione, con vivo piacere dell'animo.

Dante si volge verso Beatrice per interrogarla, ma al suo posto trova un vecchio vestito di bianco che gli risponde che Beatrica ha ripreso il suo posto tra i Beati, e che sarà lui la sua nuova guida in questo ultimo tratto del suo viaggio, si rivela come San Bernardo di Chiaravalle, un grande mistico e fervente cultore di Maria. Per arrivare alla suprema visione di Dio, non è più sufficiente la semplice conoscenza teologica, ma sono necessari l'ardore della contemplazione e la potenza della grazia.

Prima di seguirlo Dante rivolge una preghiera a Beatrice, la ringrazia per l'aiuto da lei ricevuto, poi leva lo sguardo sino a contemplare la meravigliosa visione della Vergine Maria avolta in una sfolgorante luce di bellezza e di letizia.

Canto XXXI

In forma dunque di candida rosa

mi si mostrava la milizia santa

3     che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma l’altra, che volando vede e canta

la gloria di colui che la ’nnamora

6     e la bontà che la fece cotanta,

sì come schiera d’ape, che s’infiora

una fïata e una si ritorna

9     là dove suo laboro s’insapora,

nel gran fior discendeva che s’addorna

di tante foglie, e quindi risaliva

12     là dove ’l süo amor sempre soggiorna.

Le facce tutte avean di fiamma viva

e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,

15     che nulla neve a quel termine arriva.

Quando scendean nel fior, di banco in banco

porgevan de la pace e de l’ardore

18     ch’elli acquistavan ventilando il fianco.

Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore

di tanta moltitudine volante

21     impediva la vista e lo splendore:

ché la luce divina è penetrante

per l’universo secondo ch’è degno,

24     sì che nulla le puote essere ostante.

Questo sicuro e gaudïoso regno,

frequente in gente antica e in novella,

27     viso e amore avea tutto ad un segno.

Oh trina luce che ’n unica stella

scintillando a lor vista, sì li appaga!

30     guarda qua giuso a la nostra procella!

Se i barbari, venendo da tal plaga

che ciascun giorno d’Elice si cuopra,

33     rotante col suo figlio ond’ella è vaga,

veggendo Roma e l’ardüa sua opra,

stupefaciensi, quando Laterano

36     a le cose mortali andò di sopra;

ïo, che al divino da l’umano,

a l’etterno dal tempo era venuto,

39     e di Fiorenza in popol giusto e sano,

di che stupor dovea esser compiuto!

Certo tra esso e ’l gaudio mi facea

42     libito non udire e starmi muto.

E quasi peregrin che si ricrea

nel tempio del suo voto riguardando,

45     e spera già ridir com’ello stea,

su per la viva luce passeggiando,

menava ïo li occhi per li gradi,

48     mo sù, mo giù e mo recirculando.

Vedëa visi a carità süadi,

d’altrui lume fregiati e di suo riso,

51     e atti ornati di tutte onestadi.

La forma general di paradiso

già tutta mïo sguardo avea compresa,

54     in nulla parte ancor fermato fiso;

e volgeami con voglia rïaccesa

per domandar la mia donna di cose

57     di che la mente mia era sospesa.

Uno intendëa, e altro mi rispuose:

credea veder Beatrice e vidi un sene

60     vestito con le genti glorïose.

Diffuso era per li occhi e per le gene

di benigna letizia, in atto pio

63     quale a tenero padre si convene.

E "Ov’è ella?", sùbito diss’io.

Ond’elli: "A terminar lo tuo disiro

66     mosse Beatrice me del loco mio;

e se riguardi sù nel terzo giro

dal sommo grado, tu la rivedrai

69     nel trono che suoi merti le sortiro".

Sanza risponder, li occhi sù levai,

e vidi lei che si facea corona

72     reflettendo da sé li etterni rai.

Da quella regïon che più sù tona

occhio mortale alcun tanto non dista,

75     qualunque in mare più giù s’abbandona,

quanto lì da Beatrice la mia vista;

ma nulla mi facea, ché süa effige

78     non discendëa a me per mezzo mista.

"O donna in cui la mia speranza vige,

e che soffristi per la mia salute

81     in inferno lasciar le tue vestige,

di tante cose quant’i’ ho vedute,

dal tuo podere e da la tua bontate

84     riconosco la grazia e la virtute.

Tu m’hai di servo tratto a libertate

per tutte quelle vie, per tutt’i modi

87     che di ciò fare avei la potestate.

La tua magnificenza in me custodi,

sì che l’anima mia, che fatt’hai sana,

90     piacente a te dal corpo si disnodi".

Così orai; e quella, sì lontana

come parea, sorrise e riguardommi;

93     poi si tornò a l’etterna fontana.

E ’l santo sene: "Acciò che tu assommi

perfettamente", disse, "il tuo cammino,

96     a che priego e amor santo mandommi,

vola con li occhi per questo giardino;

ché veder lui t’acconcerà lo sguardo

99     più al montar per lo raggio divino.

E la regina del cielo, ond’ïo ardo

tutto d’amor, ne farà ogne grazia,

102     però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo".

Qual è colui che forse di Croazia

viene a veder la Veronica nostra,

105     che per l’antica fame non sen sazia,

ma dice nel pensier, fin che si mostra:

"Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,

108     or fu sì fatta la sembianza vostra?";

tal era io mirando la vivace

carità di colui che ’n questo mondo,

111     contemplando, gustò di quella pace.

"Figliuol di grazia, quest’esser giocondo",

cominciò elli, "non ti sarà noto,

114     tenendo li occhi pur qua giù al fondo;

ma guarda i cerchi infino al più remoto,

tanto che veggi seder la regina

117     cui questo regno è suddito e devoto".

Io levai li occhi; e come da mattina

la parte orïental de l’orizzonte

120     soverchia quella dove ’l sol declina,

così, quasi di valle andando a monte

con li occhi, vidi parte ne lo stremo

123     vincer di lume tutta l’altra fronte.

E come quivi ove s’aspetta il temo

che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,

126     e quinci e quindi il lume si fa scemo,

così quella pacifica oriafiamma

nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte

129     per igual modo allentava la fiamma;

e a quel mezzo, con le penne sparte,

vid’io più di mille angeli festanti,

132     ciascun distinto di fulgore e d’arte.

Vidi a lor giochi quivi e a lor canti

ridere una bellezza, che letizia

135     era ne li occhi a tutti li altri santi;

e s’io avessi in dir tanta divizia

quanta ad imaginar, non ardirei

138     lo minimo tentar di sua delizia.

Bernardo, come vide li occhi miei

nel caldo suo caler fissi e attenti,

141     li suoi con tanto affetto volse a lei,

che ’ miei di rimirar fé più ardenti.

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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