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conducerlo a vederti e a udirti.
Or
ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà
va cercando, ch’è sì cara,
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come sa chi per lei vita rifiuta.
Tu
’l sai, ché non ti fu per lei amara
in
Utica la morte, ove lasciasti
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la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
Non
son li editti etterni per noi guasti,
ché
questi vive e Minòs me non lega;
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ma son del cerchio ove son li occhi casti
di
Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
o
santo petto, che per tua la tegni:
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per lo suo amore adunque a noi ti piega.
Lasciane
andar per li tuoi sette regni;
grazie
riporterò di te a lei,
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se d’esser mentovato là giù degni".
"Marzïa
piacque tanto a li occhi miei
mentre
ch’i’ fu’ di là", diss’elli allora,
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"che quante grazie volse da me, fei.
Or
che di là dal mal fiume dimora,
più
muover non mi può, per quella legge
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che fatta fu quando me n’usci’ fora.
Ma
se donna del ciel ti muove e regge,
come
tu di’, non c’è mestier lusinghe:
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bastisi ben che per lei mi richegge.
Va
dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un
giunco schietto e che li lavi ’l viso,
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sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
ché
non si converria, l’occhio sorpriso
d’alcuna
nebbia, andar dinanzi al primo
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ministro, ch’è di quei di paradiso.
Questa
isoletta intorno ad imo ad imo,
là
giù colà dove la batte l’onda,
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porta di giunchi sovra ’l molle limo:
null’altra
pianta che facesse fronda
o
indurasse, vi puote aver vita,
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però ch’a le percosse non seconda.
Poscia
non sia di qua vostra reddita;
lo
sol vi mosterrà, che surge omai,
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prendere il monte a più lieve salita".
Così
sparì; e io sù mi levai
sanza
parlare, e tutto mi ritrassi
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al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
El
cominciò: "Figliuol, segui i miei passi:
volgianci
in dietro, ché di qua dichina
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questa pianura a’ suoi termini bassi".
L’alba
vinceva l’ora mattutina
che
fuggia innanzi, sì che di lontano
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conobbi il tremolar de la marina.
Noi
andavam per lo solingo piano
com’om
che torna a la perduta strada,
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che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
Quando
noi fummo là ’ve la rugiada
pugna
col sole, per essere in parte
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dove, ad orezza, poco si dirada,
ambo
le mani in su l’erbetta sparte
soavemente
’l mio maestro pose:
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ond’io, che fui accorto di sua arte,
porsi
ver’ lui le guance lagrimose;
ivi
mi fece tutto discoverto
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quel color che l’inferno mi nascose.
Venimmo
poi in sul lito diserto,
che
mai non vide navicar sue acque
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omo, che di tornar sia poscia esperto.
Quivi
mi cinse sì com’altrui piacque:
oh
maraviglia! ché qual elli scelse
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l’umile pianta, cotal si rinacque
subitamente
là onde l’avelse.