La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo I 

Spiaggia del Purgatorio - Musa Calliope - Catone Uticense.

Riassunto del Canto.

Per poter navigare più speditamente, Dante alza le vele della sua navicella, che lascia le acqua di un mare crudele per entrare in quelle più calme; in un regno dove le anime si purgano per diventare degno di salire in Paradiso. Poi si rivolge alle Muse e in particolare a Calliope pregandole di iutarlo a ritrovare la bella poesia. Il racconto riprende e Dante è preso ad ammirare il cielo terso ed azzurro nel quale vede brillare Venere e altre quattro stelle che vogliono rappresentare secondo gli studiosi le  virtù cardinali: Fortezza, prudenza, giustizia e temperanza.

Il poeta vede Catone Uticense, il primo personaggio del Purgatorio, il custode del secondo regno, che con aspetrto severo domanda a Dante e a Virgilio come abbioano fatto e potuto sfuggire all'Inferno, e se ciò fosse stato chiede quali leggi sono state cambiate oppure cosa è successo in Cielo alla sua insaputa. Catone è stato suicida in terra per fuggire dalla tirannide di Cesare, ascolta le spiegazioni di Virgilio e la richiesta di accettare Dante, usando l'esempio suo, quello di essersi suicidato per la libertà. Prima di lasciare il luogo Catone prega Dante di compiere alcuni riti di purificazione sulla spiaggia, quello del lavaggio del viso e il cingersi con un giunco la vita in segno di umiltà.

Canto I

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

3     che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno

dove l’umano spirito si purga

6     e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

9     e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

12     lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d’orïental zaffiro,

che s’accoglieva nel sereno aspetto

15     del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,

tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta

18     che m’avea contristati li occhi e ’l petto.

Lo bel pianeto che d’amar conforta

faceva tutto rider l’orïente,

21     velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

a l’altro polo, e vidi quattro stelle

24     non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:

oh settentrïonal vedovo sito,

27     poi che privato se’ di mirar quelle!

Com’io da loro sguardo fui partito,

un poco me volgendo a l ’altro polo,

30     là onde il Carro già era sparito,

vidi presso di me un veglio solo,

degno di tanta reverenza in vista,

33     che più non dee a padre alcun figliuolo.

Lunga la barba e di pel bianco mista

portava, a’ suoi capelli simigliante,

36     de’ quai cadeva al petto doppia lista.

Li raggi de le quattro luci sante

fregiavan sì la sua faccia di lume,

39     ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.

"Chi siete voi che contro al cieco fiume

fuggita avete la pregione etterna?",

42     diss’el, movendo quelle oneste piume.

"Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,

uscendo fuor de la profonda notte

45     che sempre nera fa la valle inferna?

Son le leggi d’abisso così rotte?

o è mutato in ciel novo consiglio,

48     che, dannati, venite a le mie grotte?".

Lo duca mio allor mi diè di piglio,

e con parole e con mani e con cenni

51     reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.

Poscia rispuose lui: "Da me non venni:

donna scese del ciel, per li cui prieghi

54     de la mia compagnia costui sovvenni.

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi

di nostra condizion com’ell’è vera,

57     esser non puote il mio che a te si nieghi.

Questi non vide mai l’ultima sera;

ma per la sua follia le fu sì presso,

60     che molto poco tempo a volger era.

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso

per lui campare; e non lì era altra via

63     che questa per la quale i’ mi son messo.

Mostrata ho lui tutta la gente ria;

e ora intendo mostrar quelli spirti

66     che purgan sé sotto la tua balìa.

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti;

de l’alto scende virtù che m’aiuta

69     conducerlo a vederti e a udirti.

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch’è sì cara,

72     come sa chi per lei vita rifiuta.

Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara

in Utica la morte, ove lasciasti

75     la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.

Non son li editti etterni per noi guasti,

ché questi vive e Minòs me non lega;

78     ma son del cerchio ove son li occhi casti

di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,

o santo petto, che per tua la tegni:

81     per lo suo amore adunque a noi ti piega.

Lasciane andar per li tuoi sette regni;

grazie riporterò di te a lei,

84     se d’esser mentovato là giù degni".

"Marzïa piacque tanto a li occhi miei

mentre ch’i’ fu’ di là", diss’elli allora,

87     "che quante grazie volse da me, fei.

Or che di là dal mal fiume dimora,

più muover non mi può, per quella legge

90     che fatta fu quando me n’usci’ fora.

Ma se donna del ciel ti muove e regge,

come tu di’, non c’è mestier lusinghe:

93     bastisi ben che per lei mi richegge.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe

d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,

96     sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;

ché non si converria, l’occhio sorpriso

d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo

99     ministro, ch’è di quei di paradiso.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,

là giù colà dove la batte l’onda,

102     porta di giunchi sovra ’l molle limo:

null’altra pianta che facesse fronda

o indurasse, vi puote aver vita,

105     però ch’a le percosse non seconda.

Poscia non sia di qua vostra reddita;

lo sol vi mosterrà, che surge omai,

108     prendere il monte a più lieve salita".

Così sparì; e io sù mi levai

sanza parlare, e tutto mi ritrassi

111     al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

El cominciò: "Figliuol, segui i miei passi:

volgianci in dietro, ché di qua dichina

114     questa pianura a’ suoi termini bassi".

L’alba vinceva l’ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

117     conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano

com’om che torna a la perduta strada,

120     che ’nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là ’ve la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

123     dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte

soavemente ’l mio maestro pose:

126     ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver’ lui le guance lagrimose;

ivi mi fece tutto discoverto

129     quel color che l’inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,

che mai non vide navicar sue acque

132     omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:

oh maraviglia! ché qual elli scelse

135     l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse.

Home page

A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

Torna su