La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo III 

Antipurgatorio - Negligenti - Manfredi figlio di Federico II.

Riassunto del Canto.

Dante sente che il rimprovero di Catone ha turbato anche Virgilio. Sotto i raggi del sole, vede la sua ombra proiettata a terra ed è colto da timore, ma voltandosi di lato Virgilio lo conforta e gli spiega la ragione per cui le anime siano prive d'ombra. Virgilio approfitta per esortarlo dicendogli che l'uomo deve accontentarsi di quanto gli è concesso capire, poichè la conoscenza della cause ultime della vita, e quindi Dio, gli è impossibile; poi ritorna nel suo turbamento e tace.

Lentamente i due pellegrini arrivano ai piedi della montagna, dove la scoscesa parete mette in difficoltà anche Virgilio. Dante scorge una schiera di anime che si avvicinano, i due poeti vanno loro incontro, ma esse spaventate si scansano contro la parete rocciosa. 

Il capofila tenta di avanzare verso di loro, ma alla vista dell'ombra di Dante retrocede spaventato, ma rassicurati dal poeta latino, uno di loro si fa avanti, si tratta di Manfredi, figlio naturale di Federico II, che inizia a parlare con Dante raccontandogli la sua storia, ed alla fine lo prega, quando tornerà nel regno dei vivi di ricordare a sua Costanza la sua condizione e che è stato perdonato da Dio, nonostante la condanna della Chiesa, e le preghiere della figlia sono necessaria, aiuteranno ad abbreviare l'attesa e la sua pena.

Nell'Antipurgatorio si trovano le anime dei negligenti, che hanno tardato a pentirsi ed ora, per entrare nel Purgatorio, devono attendere un tempo lungo quanto la loro vita terrena. 

Il primo gruppo di anime è composto da coloro che sono morti scomunicati: essi devono rimanere nell'Antipurgatorio trenta volte il tempo vissuto in stato di scomunica.

Canto III

Avvegna che la subitana fuga

dispergesse color per la campagna,

3     rivolti al monte ove ragion ne fruga,

i’ mi ristrinsi a la fida compagna:

e come sare’ io sanza lui corso?

6     chi m’avria tratto su per la montagna?

El mi parea da sé stesso rimorso:

o dignitosa coscïenza e netta,

9     come t’è picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

che l’onestade ad ogn’atto dismaga,

12     la mente mia, che prima era ristretta,

lo ’ntento rallargò, sì come vaga,

e diedi ’l viso mio incontr’al poggio

15     che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,

rotto m’era dinanzi a la figura,

18     ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.

Io mi volsi dallato con paura

d’essere abbandonato, quand’io vidi

21     solo dinanzi a me la terra oscura;

e ’l mio conforto: "Perché pur diffidi?",

a dir mi cominciò tutto rivolto;

24     "non credi tu me teco e ch’io ti guidi?

Vespero è già colà dov’è sepolto

lo corpo dentro al quale io facea ombra;

27     Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.

Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,

non ti maravigliar più che d’i cieli

30     che l’uno a l’altro raggio non ingombra.

A sofferir tormenti, caldi e geli

simili corpi la Virtù dispone

33     che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

Matto è chi spera che nostra ragione

possa trascorrer la infinita via

36     che tiene una sustanza in tre persone.

State contenti, umana gente, al quia;

ché, se potuto aveste veder tutto,

39     mestier non era parturir Maria;

e disïar vedeste sanza frutto

tai che sarebbe lor disio quetato,

42     ch’etternalmente è dato lor per lutto:

io dico d’Aristotile e di Plato

e di molt’altri"; e qui chinò la fronte,

45     e più non disse, e rimase turbato.

Noi divenimmo intanto a piè del monte;

quivi trovammo la roccia sì erta,

48     che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,

la più rotta ruina è una scala,

51     verso di quella, agevole e aperta.

"Or chi sa da qual man la costa cala",

disse ’l maestro mio fermando ’l passo,

54     "sì che possa salir chi va sanz’ala?".

E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso

essaminava del cammin la mente,

57     e io mirava suso intorno al sasso,

da man sinistra m’apparì una gente

d’anime, che movieno i piè ver’ noi,

60     e non pareva, sì venïan lente.

"Leva", diss’io, "maestro, li occhi tuoi:

ecco di qua chi ne darà consiglio,

63     se tu da te medesmo aver nol puoi".

Guardò allora, e con libero piglio

rispuose: "Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;

66     e tu ferma la spene, dolce figlio".

Ancora era quel popol di lontano,

i’ dico dopo i nostri mille passi,

69     quanto un buon gittator trarria con mano,

quando si strinser tutti ai duri massi

de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti

72     com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.

"O ben finiti, o già spiriti eletti",

Virgilio incominciò, "per quella pace

75     ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,

ditene dove la montagna giace,

sì che possibil sia l’andare in suso;

78     ché perder tempo a chi più sa più spiace".

Come le pecorelle escon del chiuso

a una, a due, a tre, e l’altre stanno

81     timidette atterrando l’occhio e ’l muso;

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,

addossandosi a lei, s’ella s’arresta,

84     semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;

sì vid’io muovere a venir la testa

di quella mandra fortunata allotta,

87     pudica in faccia e ne l’andare onesta.

Come color dinanzi vider rotta

la luce in terra dal mio destro canto,

90     sì che l’ombra era da me a la grotta,

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,

e tutti li altri che venieno appresso,

93     non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.

"Sanza vostra domanda io vi confesso

che questo è corpo uman che voi vedete;

96     per che ’l lume del sole in terra è fesso.

Non vi maravigliate, ma credete

che non sanza virtù che da ciel vegna

99     cerchi di soverchiar questa parete".

Così ’l maestro; e quella gente degna

"Tornate", disse, "intrate innanzi dunque",

102     coi dossi de le man faccendo insegna.

E un di loro incominciò: "Chiunque

tu se’, così andando, volgi ’l viso:

105     pon mente se di là mi vedesti unque".

Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

108     ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto

d’averlo visto mai, el disse: "Or vedi";

111     e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.

Poi sorridendo disse: "Io son Manfredi,

nepote di Costanza imperadrice;

114     ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice

de l’onor di Cicilia e d’Aragona,

117     e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona

di due punte mortali, io mi rendei,

120     piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

123     che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia

di me fu messo per Clemente allora,

126     avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora

in co del ponte presso a Benevento,

129     sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,

132     dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,

che non possa tornar, l’etterno amore,

135     mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more

di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,

138     star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,

in sua presunzïon, se tal decreto

141     più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

revelando a la mia buona Costanza

144     come m’hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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