La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo VI

Antipurgatorio - Negligenti - Benincasa da Laterina, Guccio dei Tarlati, Federigo Novello, Gano Scornigiani, Orso degli Alberti, Pier da la Broccia

Riassunto del Canto.

Dante inizia il canto con una similitudine, vede la folla dei negligenti come quella dei giocatori della zara, e Lui è attratto ora da uno spirito ora dall'altro. 

Riconosce Dante moltissime anime tra le quali: Benincasa da Laterina, Guccio de' Tarlati, Federigo Novello dei conti Guidi, Gano degli Scornigiani, il conte Orso degli Alberti, Pier da la Broccia; poi rivolgendosi a Virgilio manifesta una sua perplessità dottrinale circa l'effettiva efficacia delle preghiere dei vivi a favore delle anime dei penitenti.

Virgilio chiede a un'anima solitaria, la strada per salire il monte del Purgatorio, trattasi di Sordello poeta di lingua d'oc, vissuto nel 1200 tra l'Italia e la Provenza, seguace di Carlo d'Angiò, fu signore di castelli nell'Abruzzo. L'incontro con quest'anima da l'opportunità a Dante di intavolare un lungo discorso sull'Italia dei suoi tempi, divisa da odii e rivalità, per concludere con una ironica invettiva finale che colpisce proprio Firenze, cui Dante l'accusa di essere avida, irrispettosa delle leggi e sconsiderata verso i suoi figli.

Canto VI

Quando si parte il gioco de la zara,

colui che perde si riman dolente,

3     repetendo le volte, e tristo impara;

con l’altro se ne va tutta la gente;

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

6     e qual dallato li si reca a mente;

el non s’arresta, e questo e quello intende;

a cui porge la man, più non fa pressa;

9     e così da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,

volgendo a loro, e qua e là, la faccia,

12     e promettendo mi sciogliea da essa.

Quiv’era l’Aretin che da le braccia

fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

15     e l’altro ch’annegò correndo in caccia.

Quivi pregava con le mani sporte

Federigo Novello, e quel da Pisa

18     che fé parer lo buon Marzucco forte.

Vidi conte Orso e l’anima divisa

dal corpo suo per astio e per inveggia,

21     com’e’ dicea, non per colpa commisa;

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,

mentr’è di qua, la donna di Brabante,

24     sì che però non sia di peggior greggia.

Come libero fui da tutte quante

quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi,

27     sì che s’avacci lor divenir sante,

io cominciai: "El par che tu mi nieghi,

o luce mia, espresso in alcun testo

30     che decreto del cielo orazion pieghi;

e questa gente prega pur di questo:

sarebbe dunque loro speme vana,

33     o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?".

Ed elli a me: "La mia scrittura è piana;

e la speranza di costor non falla,

36     se ben si guarda con la mente sana;

ché cima di giudicio non s’avvalla

perché foco d’amor compia in un punto

39     ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;

e là dov’io fermai cotesto punto,

non s’ammendava, per pregar, difetto,

42     perché ’l priego da Dio era disgiunto.

Veramente a così alto sospetto

non ti fermar, se quella nol ti dice

45     che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.

Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;

tu la vedrai di sopra, in su la vetta

48     di questo monte, ridere e felice".

E io: "Segnore, andiamo a maggior fretta,

ché già non m’affatico come dianzi,

51     e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta".

"Noi anderem con questo giorno innanzi",

rispuose, "quanto più potremo omai;

54     ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.

Prima che sie là sù, tornar vedrai

colui che già si cuopre de la costa,

57     sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.

Ma vedi là un’anima che, posta

sola soletta, inverso noi riguarda:

60     quella ne ’nsegnerà la via più tosta".

Venimmo a lei: o anima lombarda,

come ti stavi altera e disdegnosa

63     e nel mover de li occhi onesta e tarda!

Ella non ci dicëa alcuna cosa,

ma lasciavane gir, solo sguardando

66     a guisa di leon quando si posa.

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando

che ne mostrasse la miglior salita;

69     e quella non rispuose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita

ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava

72     "Mantüa ...", e l’ombra, tutta in sé romita,

surse ver’ lui del loco ove pria stava,

dicendo: "O Mantoano, io son Sordello

75     de la tua terra!"; e l’un l’altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

78     non donna di provincie, ma bordello!

Quell’anima gentil fu così presta,

sol per lo dolce suon de la sua terra,

81     di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

84     di quei ch’un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

87     s’alcuna parte in te di pace gode.

Che val perché ti racconciasse il freno

Iustinïano, se la sella è vòta?

90     Sanz’esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

93     se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella

per non esser corretta da li sproni,

96     poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni

costei ch’è fatta indomita e selvaggia,

99     e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia

sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,

102     tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!

Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà distretti,

105     che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

108     color già tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;

111     e vedrai Santafior com’è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

114     "Cesare mio, perché non m’accompagne?".

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

e se nulla di noi pietà ti move,

117     a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito m’è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

120     son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che ne l’abisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

123     in tutto de l’accorger nostro scisso?

Ché le città d’Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

126     ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca,

129     mercé del popol tuo che si argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

per non venir sanza consiglio a l’arco;

132     ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;

ma il popol tuo solicito risponde

135     sanza chiamare, e grida: "I’ mi sobbarco!".

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace, e tu con senno!

138     S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno

l’antiche leggi e furon sì civili,

141     fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili

provedimenti, ch’a mezzo novembre

144     non giugne quel che tu d’ottobre fili.

Quante volte, del tempo che rimembre,

legge, moneta, officio e costume

147     hai tu mutato e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

150     che non può trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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