La  Divina  Commedia

Purgatorio - CapitoloVII

Antipurgatorio -  Negligenti - Sordello - Rodolfo imperatore d’Asburgo, Ottocaro re di Boemia, Filippo III re di Francia, Enrico I re di Navarra, Pietro III re d’Aragona, Carlo I d’Angiò re di Napoli e di Sicilia, Alfonso III re d’Aragona, Arrigo III re d’Inghilterra, Guglielmo VII marchese di Monferrato.

Riassunto del Canto.

Sordello riconosce Virgilio e tra loro nasce un lungo dialogo, che occupa la prina parte del canto. Poi Virgilio parla della sua condizione di anima relegata nel Limbo per poi chiedere di indicargli la via più breve per arrivare il più rapidamente possibile nel vero Purgatorio. Sordello consiglia ai due poeti di raggiungere un gruppo di anime che si sono appartate in un luogo poco distante da lì, di fermarsi a conversare e di restare con loro perchè la notte si avvicina e le tenebre impediscono a chiunque di salire. Virgilio accoglie il suggerimento del mantovano e poco dopo entra con Dante in una valle fiorita. Gli spiriti che quì dimorano cantano in coro il:"Salve Regina" e sono le anime di principi e sovrani che presi dal gravoso onere di governare, hanno rimandato il pentimento alla fine della loro vita e sono stati così puniti per la loro negligenza. 

Sordello indica ai due visitatori le anime che mano a mano sfilano innanzi, sono tutte a coppie e discorrono pacatamente tra loro:  Rodolfo imperatore d’Asburgo con Ottocaro re di Boemia; Filippo III re di Francia ed Enrico I re di Navarra; Pietro III re d’Aragona e Carlo I d’Angiò re di Napoli e di Sicilia; Alfonso III re d’Aragona; Arrigo III re d’Inghilterra in compagnia di Guglielmo VII marchese di Monferrato. Rivali durante la vita, ora questi principi siedono insieme come amici: nel Purgatorio, infatti, l'odio scompare e lascia il posto ad una pacifica concordia e per ciascuno di essi, Dante, nella massima sinteticità, fornisce informazioni circa la loro vita, dei loro avi e dei loro successori.

Canto VII

Poscia che l’accoglienze oneste e liete

furo iterate tre e quattro volte,

3     Sordel si trasse, e disse: "Voi, chi siete?".

"Anzi che a questo monte fosser volte

l’anime degne di salire a Dio,

6     fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.

Io son Virgilio; e per null’altro rio

lo ciel perdei che per non aver fé".

9     Così rispuose allora il duca mio.

Qual è colui che cosa innanzi sé

sùbita vede ond’e’ si maraviglia,

12     che crede e non, dicendo "Ella è... non è...",

tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,

e umilmente ritornò ver’ lui,

15     e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.

"O gloria di Latin", disse, "per cui

mostrò ciò che potea la lingua nostra,

18     o pregio etterno del loco ond’io fui,

qual merito o qual grazia mi ti mostra?

S’io son d’udir le tue parole degno,

21     dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra".

"Per tutt’i cerchi del dolente regno",

rispuose lui, "son io di qua venuto;

24     virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.

Non per far, ma per non fare ho perduto

a veder l’alto Sol che tu disiri

27     e che fu tardi per me conosciuto.

Luogo è là giù non tristo di martìri,

ma di tenebre solo, ove i lamenti

30     non suonan come guai, ma son sospiri.

Quivi sto io coi pargoli innocenti

dai denti morsi de la morte avante

33     che fosser da l’umana colpa essenti;

quivi sto io con quei che le tre sante

virtù non si vestiro, e sanza vizio

36     conobber l’altre e seguir tutte quante.

Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio

dà noi per che venir possiam più tosto

39     là dove purgatorio ha dritto inizio".

Rispuose: "Loco certo non c’è posto;

licito m’è andar suso e intorno;

42     per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.

Ma vedi già come dichina il giorno,

e andar sù di notte non si puote;

45     però è buon pensar di bel soggiorno.

Anime sono a destra qua remote;

se mi consenti, io ti merrò ad esse,

48     e non sanza diletto ti fier note".

"Com’è ciò?", fu risposto. "Chi volesse

salir di notte, fora elli impedito

51     d’altrui, o non sarria ché non potesse?".

E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,

dicendo: "Vedi? sola questa riga

54     non varcheresti dopo ’l sol partito:

non però ch’altra cosa desse briga,

che la notturna tenebra, ad ir suso;

57     quella col nonpoder la voglia intriga.

Ben si poria con lei tornare in giuso

e passeggiar la costa intorno errando,

60     mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso".

Allora il mio segnor, quasi ammirando,

"Menane", disse, "dunque là ’ve dici

63     ch’aver si può diletto dimorando".

Poco allungati c’eravam di lici,

quand’io m’accorsi che ’l monte era scemo,

66     a guisa che i vallon li sceman quici.

"Colà", disse quell’ombra, "n’anderemo

dove la costa face di sé grembo;

69     e là il novo giorno attenderemo".

Tra erto e piano era un sentiero schembo,

che ne condusse in fianco de la lacca,

72     là dove più ch’a mezzo muore il lembo.

Oro e argento fine, cocco e biacca,

indaco, legno lucido e sereno,

75     fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,

da l’erba e da li fior, dentr’a quel seno

posti, ciascun saria di color vinto,

78     come dal suo maggiore è vinto il meno.

Non avea pur natura ivi dipinto,

ma di soavità di mille odori

81     vi facea uno incognito e indistinto.

"Salve, Regina" in sul verde e ’n su’ fiori

quindi seder cantando anime vidi,

84     che per la valle non parean di fuori.

"Prima che ’l poco sole omai s’annidi",

cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,

87     "tra color non vogliate ch’io vi guidi.

Di questo balzo meglio li atti e ’ volti

conoscerete voi di tutti quanti,

90     che ne la lama giù tra essi accolti.

Colui che più siede alto e fa sembianti

d’aver negletto ciò che far dovea,

93     e che non move bocca a li altrui canti,

Rodolfo imperador fu, che potea

sanar le piaghe c’hanno Italia morta,

96     sì che tardi per altri si ricrea.

L’altro che ne la vista lui conforta,

resse la terra dove l’acqua nasce

99     che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:

Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce

fu meglio assai che Vincislao suo figlio

102     barbuto, cui lussuria e ozio pasce.

E quel nasetto che stretto a consiglio

par con colui c’ha sì benigno aspetto,

105     morì fuggendo e disfiorando il giglio:

guardate là come si batte il petto!

L’altro vedete c’ha fatto a la guancia

108     de la sua palma, sospirando, letto.

Padre e suocero son del mal di Francia:

sanno la vita sua viziata e lorda,

111     e quindi viene il duol che sì li lancia.

Quel che par sì membruto e che s’accorda,

cantando, con colui dal maschio naso,

114     d’ogne valor portò cinta la corda;

e se re dopo lui fosse rimaso

lo giovanetto che retro a lui siede,

117     ben andava il valor di vaso in vaso,

che non si puote dir de l’altre rede;

Iacomo e Federigo hanno i reami;

120     del retaggio miglior nessun possiede.

Rade volte risurge per li rami

l’umana probitate; e questo vole

123     quei che la dà, perché da lui si chiami.

Anche al nasuto vanno mie parole

non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,

126     onde Puglia e Proenza già si dole.

Tant’è del seme suo minor la pianta,

quanto, più che Beatrice e Margherita,

129     Costanza di marito ancor si vanta.

Vedete il re de la semplice vita

seder là solo, Arrigo d’Inghilterra:

132     questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.

Quel che più basso tra costor s’atterra,

guardando in suso, è Guiglielmo marchese,

135     per cui e Alessandria e la sua guerra

fa pianger Monferrato e Canavese".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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