La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo VIII

Antipurgatorio - Valletta dei principi - Sordello, Nino Visconti, Corrado Malaspina. Le virtù teologali: fede, spertanza, carità.

Riassunto del Canto.

Siamo sul calar del giorno, siamo ancora nella valletta dei principi, Dante vede un'anima sollevare le mani insegno di comando ed intona una inno di preghiera: "Te lucis ante", è una intercezione a Dio affinchè protegga contro le tentazioni della notte. Tutte le anime si uniscono alla prima dando forza unanime al canto soave, ascoltandolo Dante è estasiato.

Dante avverte il lettore di essere attento e di ben interpretare allegoricamente ciò che verrà descritto: mentre le anime alzano gli occhi al cielo attendendo qualche cosa, due angeli con due spade infocate, ma prive delle due punte, con le ali e le vesti di color verde scendono sulle anime. La loro chioma è bionda, il volto luminoso che a mala pena può essere intravisto. 

Sordello riesce a dare una rapida spiegazione di tale apparizione dicendo che vengono dall'Empireo a proteggere la valle dall'imminente arrivo del serpente, e invita Dante a rivolgere domande o a parlare con le anime che qui dimorano.

Il poeta, sollecitato da Sordello, incontra l'amico Nino Visconti, giudice di Gallura, che gli chiede di ricordare alla figlia Giovanna di pregare per lui, perchè la moglie si è risposata e l'ha dimenticato. Al termine del colloquio Dante è attratto dalla vista di tre stelle, simbolo delle tre virta teologali: fede, speranza e carità

Subito dopo appare strisciando nell'erba tra i fiori, l'annunciato serpente, che è subito affrontato e messo in fuga dal solo fruscio delle ali due vigili angeli. Dopo l'incidente subito sventato, Dante riprende il dialogo con una seconda anima, è quella di Corrado Malaspina, marchese di Lunigiana, che profetizza al poeta il suo futuro soggiorno nella sua terra presso la corte dei suoi discendenti.

Canto VIII

Era già l’ora che volge il disio

ai navicanti e ’ntenerisce il core

3     lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d’amore

punge, se ode squilla di lontano

6     che paia il giorno pianger che si more;

quand’io incominciai a render vano

l’udire e a mirare una de l’alme

9     surta, che l’ascoltar chiedea con mano.

Ella giunse e levò ambo le palme,

ficcando li occhi verso l’orïente,

12     come dicesse a Dio: "D’altro non calme".

"Te lucis ante" sì devotamente

le uscìo di bocca e con sì dolci note,

15     che fece me a me uscir di mente;

e l’altre poi dolcemente e devote

seguitar lei per tutto l’inno intero,

18     avendo li occhi a le superne rote.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,

ché ’l velo è ora ben tanto sottile,

21     certo che ’l trapassar dentro è leggero.

Io vidi quello essercito gentile

tacito poscia riguardare in sùe

24     quasi aspettando, palido e umìle;

e vidi uscir de l’alto e scender giùe

due angeli con due spade affocate,

27     tronche e private de le punte sue.

Verdi come fogliette pur mo nate

erano in veste, che da verdi penne

30     percosse traean dietro e ventilate.

L’un poco sovra noi a star si venne,

e l’altro scese in l’opposita sponda,

33     sì che la gente in mezzo si contenne.

Ben discernëa in lor la testa bionda;

ma ne la faccia l’occhio si smarria,

36     come virtù ch’a troppo si confonda.

"Ambo vegnon del grembo di Maria",

disse Sordello, "a guardia de la valle,

39     per lo serpente che verrà vie via".

Ond’io, che non sapeva per qual calle,

mi volsi intorno, e stretto m’accostai,

42     tutto gelato, a le fidate spalle.

E Sordello anco: "Or avvalliamo omai

tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;

45     grazïoso fia lor vedervi assai".

Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,

e fui di sotto, e vidi un che mirava

48     pur me, come conoscer mi volesse.

Temp’era già che l’aere s’annerava,

ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei

51     non dichiarisse ciò che pria serrava.

Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:

giudice Nin gentil, quanto mi piacque

54     quando ti vidi non esser tra ’ rei!

Nullo bel salutar tra noi si tacque;

poi dimandò: "Quant’è che tu venisti

57     a piè del monte per le lontane acque?".

"Oh!", diss’io lui, "per entro i luoghi tristi

venni stamane, e sono in prima vita,

60     ancor che l’altra, sì andando, acquisti".

E come fu la mia risposta udita,

Sordello ed elli in dietro si raccolse

63     come gente di sùbito smarrita.

L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse

che sedea lì, gridando:"Sù, Currado!

66     vieni a veder che Dio per grazia volse".

Poi, vòlto a me: "Per quel singular grado

che tu dei a colui che sì nasconde

69     lo suo primo perché, che non lì è guado,

quando sarai di là da le larghe onde,

dì a Giovanna mia che per me chiami

72     là dove a li ’nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre più m’ami,

poscia che trasmutò le bianche bende,

75     le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende

quanto in femmina foco d’amor dura,

78     se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.

Non le farà sì bella sepultura

la vipera che Melanesi accampa,

81     com’avria fatto il gallo di Gallura".

Così dicea, segnato de la stampa,

nel suo aspetto, di quel dritto zelo

84     che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,

pur là dove le stelle son più tarde,

87     sì come rota più presso a lo stelo.

E ’l duca mio: "Figliuol, che là sù guarde?".

E io a lui: "A quelle tre facelle

90     di che ’l polo di qua tutto quanto arde".

Ond’elli a me: "Le quattro chiare stelle

che vedevi staman, son di là basse,

93     e queste son salite ov’eran quelle".

Com’ei parlava, e Sordello a sé il trasse

dicendo:"Vedi là ’l nostro avversaro";

96     e drizzò il dito perché ’n là guardasse.

Da quella parte onde non ha riparo

la picciola vallea, era una biscia,

99     forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,

volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso

102     leccando come bestia che si liscia.

Io non vidi, e però dicer non posso,

come mosser li astor celestïali;

105     ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.

Sentendo fender l’aere a le verdi ali,

fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,

108     suso a le poste rivolando iguali.

L’ombra che s’era al giudice raccolta

quando chiamò, per tutto quello assalto

111     punto non fu da me guardare sciolta.

"Se la lucerna che ti mena in alto

truovi nel tuo arbitrio tanta cera

114     quant’è mestiere infino al sommo smalto",

cominciò ella, "se novella vera

di Val di Magra o di parte vicina

117     sai, dillo a me, che già grande là era.

Fui chiamato Currado Malaspina;

non son l’antico, ma di lui discesi;

120     a’ miei portai l’amor che qui raffina".

"Oh!", diss’io lui, "per li vostri paesi

già mai non fui; ma dove si dimora

123     per tutta Europa ch’ei non sien palesi?

La fama che la vostra casa onora,

grida i segnori e grida la contrada,

126     sì che ne sa chi non vi fu ancora;

e io vi giuro, s’io di sopra vada,

che vostra gente onrata non si sfregia

129     del pregio de la borsa e de la spada.

Uso e natura sì la privilegia,

che, perché il capo reo il mondo torca,

132     sola va dritta e ’l mal cammin dispregia".

Ed elli: "Or va; che ’l sol non si ricorca

sette volte nel letto che ’l Montone

135     con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,

che cotesta cortese oppinïone

ti fia chiavata in mezzo de la testa

138     con maggior chiovi che d’altrui sermone,

se corso di giudicio non s’arresta".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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