La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo X

Purgatorio, primo girone - Superbi. 

Altorilievi con esempi di umiltà: l'Annunciazione alla Vergine, re Davide che danza davanti all'Arca, l'imperatore Traiano.  

Riassunto del Canto.

Dante e Virgilio superata la soglio d'entrata del Purgatorio, sentono il cigolio della stessa che si richiude alle loro spalle; si trovano ora nel primo girone del Purgatorio, dove sono le anime dei superbi.

I due si incamminano lungo il sentiero che si apre innanzi a loro, è aspro e tortuoso scavato nella roccia, sino al raggiungimento di un pianoro solitario. Dante si accorge che la parete della montagna è adorna di sculture: il primo bassorilievo rappresenta la scena dell'Annunciazione, l'arcangelo Gabriele e Maria; il secondo raffigura il trasferimento dell'Arca e di Davide che gli danza davanti; il terzo ricorda l'imperatore Traiano intento a dare giustizia ad una vedova per il figlio morto.

Appaiono le anime degli espiandi che a punizione della loro superbia, sono ora costritti a portare sulle spalle dei massi enormi che li costringono a procedere supini, contrariamente al loro andare eretto sulla terra. A questa descrizione Dante fa seguire una severa ed improvvisa apostrofe lanciata contro tutti i superbi, e che poi si manifesta essere una riflessione sulla vanità delle aspirazioni umane. Il canto termina con la precisazione che ogni anima è caricata di un peso proporzionale all'entità del proprio peccato e che sul volto di ciascuno si legge la sofferenza per la pena confessa.

Canto X

Poi fummo dentro al soglio de la porta

che ’l mal amor de l’anime disusa,

3     perché fa parer dritta la via torta,

sonando la senti’ esser richiusa;

e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,

6     qual fora stata al fallo degna scusa?

Noi salavam per una pietra fessa,

che si moveva e d’una e d’altra parte,

9     sì come l’onda che fugge e s’appressa.

"Qui si conviene usare un poco d’arte",

cominciò ’l duca mio, "in accostarsi

12     or quinci, or quindi al lato che si parte".

E questo fece i nostri passi scarsi,

tanto che pria lo scemo de la luna

15     rigiunse al letto suo per ricorcarsi,

che noi fossimo fuor di quella cruna;

ma quando fummo liberi e aperti

18     sù dove il monte in dietro si rauna,

ïo stancato e amendue incerti

di nostra via, restammo in su un piano

21     solingo più che strade per diserti.

Da la sua sponda, ove confina il vano,

al piè de l’alta ripa che pur sale,

24     misurrebbe in tre volte un corpo umano;

e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,

or dal sinistro e or dal destro fianco,

27     questa cornice mi parea cotale.

Là sù non eran mossi i piè nostri anco,

quand’io conobbi quella ripa intorno

30     che dritto di salita aveva manco,

esser di marmo candido e addorno

d’intagli sì, che non pur Policleto,

33     ma la natura lì avrebbe scorno.

L’angel che venne in terra col decreto

de la molt’anni lagrimata pace,

36     ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,

dinanzi a noi pareva sì verace

quivi intagliato in un atto soave,

39     che non sembiava imagine che tace.

Giurato si saria ch’el dicesse "Ave!";

perché iv’era imaginata quella

42     ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;

e avea in atto impressa esta favella

"Ecce ancilla Dëi", propriamente

45     come figura in cera si suggella.

"Non tener pur ad un loco la mente",

disse ’l dolce maestro, che m’avea

48     da quella parte onde ’l cuore ha la gente.

Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea

di retro da Maria, da quella costa

51     onde m’era colui che mi movea,

un’altra storia ne la roccia imposta;

per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,

54     acciò che fosse a li occhi miei disposta.

Era intagliato lì nel marmo stesso

lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,

57     per che si teme officio non commesso.

Dinanzi parea gente; e tutta quanta,

partita in sette cori, a’ due mie’ sensi

60     faceva dir l’un "No", l’altro "Sì, canta".

Similemente al fummo de li ’ncensi

che v’era imaginato, li occhi e ’l naso

63     e al sì e al no discordi fensi.

Lì precedeva al benedetto vaso,

trescando alzato, l’umile salmista,

66     e più e men che re era in quel caso.

Di contra, effigïata ad una vista

d’un gran palazzo, Micòl ammirava

69     sì come donna dispettosa e trista.

I’ mossi i piè del loco dov’io stava,

per avvisar da presso un’altra istoria,

72     che di dietro a Micòl mi biancheggiava.

Quiv’era storïata l’alta gloria

del roman principato, il cui valore

75     mosse Gregorio a la sua gran vittoria;

i’ dico di Traiano imperadore;

e una vedovella li era al freno,

78     di lagrime atteggiata e di dolore.

Intorno a lui parea calcato e pieno

di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro

81     sovr’essi in vista al vento si movieno.

La miserella intra tutti costoro

pareva dir: "Segnor, fammi vendetta

84     di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro";

ed elli a lei rispondere: "Or aspetta

tanto ch’i’ torni"; e quella: "Segnor mio",

87     come persona in cui dolor s’affretta,

"se tu non torni?"; ed ei: "Chi fia dov’io,

la ti farà"; ed ella: "L’altrui bene

90     a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?";

ond’elli: "Or ti conforta; ch’ei convene

ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:

93     giustizia vuole e pietà mi ritene".

Colui che mai non vide cosa nova

produsse esto visibile parlare,

96     novello a noi perché qui non si trova.

Mentr’io mi dilettava di guardare

l’imagini di tante umilitadi,

99     e per lo fabbro loro a veder care,

"Ecco di qua, ma fanno i passi radi",

mormorava il poeta, "molte genti:

102     questi ne ’nvïeranno a li alti gradi".

Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti

per veder novitadi ond’e’ son vaghi,

105     volgendosi ver’ lui non furon lenti.

Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi

di buon proponimento per udire

108     come Dio vuol che ’l debito si paghi.

Non attender la forma del martìre:

pensa la succession; pensa ch’al peggio

111     oltre la gran sentenza non può ire.

Io cominciai: "Maestro, quel ch’io veggio

muovere a noi, non mi sembian persone,

114     e non so che, sì nel veder vaneggio".

Ed elli a me: "La grave condizione

di lor tormento a terra li rannicchia,

117     sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.

Ma guarda fiso là, e disviticchia

col viso quel che vien sotto a quei sassi:

120     già scorger puoi come ciascun si picchia".

O superbi cristian, miseri lassi,

che, de la vista de la mente infermi,

123     fidanza avete ne’ retrosi passi,

non v’accorgete voi che noi siam vermi

nati a formar l’angelica farfalla,

126     che vola a la giustizia sanza schermi?

Di che l’animo vostro in alto galla,

poi siete quasi antomata in difetto,

129     sì come vermo in cui formazion falla?

Come per sostentar solaio o tetto,

per mensola talvolta una figura

132     si vede giugner le ginocchia al petto,

la qual fa del non ver vera rancura

nascere ’n chi la vede; così fatti

135     vid’io color, quando puosi ben cura.

Vero è che più e meno eran contratti

secondo ch’avien più e meno a dosso;

138     e qual più pazïenza avea ne li atti,

piangendo parea dicer: "Più non posso".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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