La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo XIX

Quinta cornice - Avari e prodighi - Adriano V - Alagia Fieschi in Malaspina Marchesi di Lunigiana.

Riassunto del Canto.

Sull'alba del giorno Dante sogna e le sue apparizioni sono bizzarre: Una brutta donna con tanti difetti, sotto lo sgardo del poeta diventa bella, si presenta come una sirena. Ma appare un'altra anima che, richiama Virgilio al suo dovere di guida, poi strappate le vesti della prima, fa apparire un ventre puzzolente il cui fetore fa risvegliare Dante. Il sole è già alto ed un angelo appare, cancella una P dalla fronte di Dante e indica ai due viaggiatori la strada per accedere al quinto girone. 

Dante è ancora frastornato dal sogno e Virgilio spiega che la vecchia che ha visto è il peccato che troveranno nei cerchi superiori.

Giunti nel quinto girone incontrano le anime degli avari e prodighi che piangono stando distese a terra e che intonano un canto religioso dell'Antico Testamento. Dante ne interroga uno di loro e si accorge di parlare con il papa Adriano V, della famiglia dei Conti di Lavagna, che spiega le pene che deve scontare con gli avari; di essere stato ambizioso ed avaro, tanto legato ai beni terreni quanto è ora costretto a stare sdraiato a terra. A riconoscimento per la persona, Dante si inginocchia in segno di reverenza, ma il papa prega Dante di alzarsi poichè nella vita ultraterrena non vi sono più gerarchie da rispettare, e si congeda ricordando che in terra è ricordato solo dalla nipote Alagia, unica parente buona che prega per lui.

Alagia Fieschi in Malaspina era figlia di Niccolò, fratello di papa Adriano V, al secolo Ottobono Fieschi. 

Nota: I commentatori antichi la dicono, concordemente, donna buona e virtuosa e Dante stesso ebbe modo di conoscerla a Firenze col marito Moroello Malaspina, o sposa in casa Malaspina nel Castello del Malnido a Villafranca L., durante una tappa del suo esilio in Lunigiana, dove ebbe incarichi di ripacificazione tra i Malaspina di Mulazzo e il Vescovo di Luni. (N.d.a.)

Canto XIX

Ne l’ora che non può ’l calor dïurno

intepidar più ’l freddo de la luna,

3     vinto da terra, e talor da Saturno

- quando i geomanti lor Maggior Fortuna

veggiono in orïente, innanzi a l’alba,

6     surger per via che poco le sta bruna -,

mi venne in sogno una femmina balba,

ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,

9     con le man monche, e di colore scialba.

Io la mirava; e come ’l sol conforta

le fredde membra che la notte aggrava,

12     così lo sguardo mio le facea scorta

la lingua, e poscia tutta la drizzava

in poco d’ora, e lo smarrito volto,

15     com’amor vuol, così le colorava.

Poi ch’ell’avea ’l parlar così disciolto,

cominciava a cantar sì, che con pena

18     da lei avrei mio intento rivolto.

"Io son", cantava, "io son dolce serena,

che ’ marinari in mezzo mar dismago;

21     tanto son di piacere a sentir piena!

Io volsi Ulisse del suo cammin vago

al canto mio; e qual meco s’ausa,

24     rado sen parte; sì tutto l’appago!".

Ancor non era sua bocca richiusa,

quand’una donna apparve santa e presta

27     lunghesso me per far colei confusa.

"O Virgilio, Virgilio, chi è questa?",

fieramente dicea; ed el venìa

30     con li occhi fitti pur in quella onesta.

L’altra prendea, e dinanzi l’apria

fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;

33     quel mi svegliò col puzzo che n’uscìa.

Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: "Almen tre

voci t’ho messe!", dicea, "Surgi e vieni;

36     troviam l’aperta per la qual tu entre".

Sù mi levai, e tutti eran già pieni

de l’alto dì i giron del sacro monte,

39     e andavam col sol novo a le reni.

Seguendo lui, portava la mia fronte

come colui che l’ha di pensier carca,

42     che fa di sé un mezzo arco di ponte;

quand’io udi’ "Venite; qui si varca"

parlare in modo soave e benigno,

45     qual non si sente in questa mortal marca.

Con l’ali aperte, che parean di cigno,

volseci in sù colui che sì parlonne

48     tra due pareti del duro macigno.

Mosse le penne poi e ventilonne,

"Qui lugent" affermando esser beati,

51     ch’avran di consolar l’anime donne.

"Che hai che pur inver’ la terra guati?",

la guida mia incominciò a dirmi,

54     poco amendue da l’angel sormontati.

E io: "Con tanta sospeccion fa irmi

novella visïon ch’a sé mi piega,

57     sì ch’io non posso dal pensar partirmi".

"Vedesti", disse, "quell’antica strega

che sola sovr’a noi omai si piagne;

60     vedesti come l’uom da lei si slega.

Bastiti, e batti a terra le calcagne;

li occhi rivolgi al logoro che gira

63     lo rege etterno con le rote magne".

Quale ’l falcon, che prima a’ piè si mira,

indi si volge al grido e si protende

66     per lo disio del pasto che là il tira,

tal mi fec’io; e tal, quanto si fende

la roccia per dar via a chi va suso,

69     n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.

Com’io nel quinto giro fui dischiuso,

vidi gente per esso che piangea,

72     giacendo a terra tutta volta in giuso.

"Adhaesit pavimento anima mea"

sentia dir lor con sì alti sospiri,

75     che la parola a pena s’intendea.

"O eletti di Dio, li cui soffriri

e giustizia e speranza fa men duri,

78     drizzate noi verso li alti saliri".

"Se voi venite dal giacer sicuri,

e volete trovar la via più tosto,

81     le vostre destre sien sempre di fori".

Così pregò ’l poeta, e sì risposto

poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io

84     nel parlare avvisai l’altro nascosto,

e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:

ond’elli m’assentì con lieto cenno

87     ciò che chiedea la vista del disio.

Poi ch’io potei di me fare a mio senno,

trassimi sovra quella creatura

90     le cui parole pria notar mi fenno,

dicendo: "Spirto in cui pianger matura

quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,

93     sosta un poco per me tua maggior cura.

Chi fosti e perché vòlti avete i dossi

al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri

96     cosa di là ond’io vivendo mossi".

Ed elli a me: "Perché i nostri diretri

rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima

99    scias quod ego fui successor Petri.

Intra Sïestri e Chiaveri s’adima

una fiumana bella, e del suo nome

102     lo titol del mio sangue fa sua cima.

Un mese e poco più prova’ io come

pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,

105     che piuma sembran tutte l’altre some.

La mia conversïone, omè!, fu tarda;

ma, come fatto fui roman pastore,

108     così scopersi la vita bugiarda.

Vidi che lì non s’acquetava il core,

né più salir potiesi in quella vita;

111     per che di questa in me s’accese amore.

Fino a quel punto misera e partita

da Dio anima fui, del tutto avara;

114     or, come vedi, qui ne son punita.

Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara

in purgazion de l’anime converse;

117     e nulla pena il monte ha più amara.

Sì come l’occhio nostro non s’aderse

in alto, fisso a le cose terrene,

120     così giustizia qui a terra il merse.

Come avarizia spense a ciascun bene

lo nostro amore, onde operar perdési,

123     così giustizia qui stretti ne tene,

ne’ piedi e ne le man legati e presi;

e quanto fia piacer del giusto Sire,

126     tanto staremo immobili e distesi".

Io m’era inginocchiato e volea dire;

ma com’io cominciai ed el s’accorse,

129     solo ascoltando, del mio reverire,

"Qual cagion", disse, "in giù così ti torse?".

E io a lui: "Per vostra dignitate

132     mia coscïenza dritto mi rimorse".

"Drizza le gambe, lèvati sù, frate!",

rispuose; "non errar: conservo sono

135     teco e con li altri ad una podestate.

Se mai quel santo evangelico suono

che dice "Neque nubent" intendesti,

138     ben puoi veder perch’io così ragiono.

Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;

ché la tua stanza mio pianger disagia,

141     col qual maturo ciò che tu dicesti.

Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,

buona da sé, pur che la nostra casa

144     non faccia lei per essempro malvagia;

e questa sola di là m’è rimasa".

Home page

A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

Torna su