La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo XV

Terzo Girone - Iracondi.

Riassunto del Canto.

Sono ormai le tre del meriggio che i due sono ancora nel secondo girone intenti ad ascoltare le anime invidiose, quando Dante viene colpito da un fascio di luce abbagliante che lo costringe a coprirsi gli occhi con una mano, per poter vedere qualche cosa. È un angelo colui che emana un tale splendore, è sceso per indicare loro il modo per poter raggiungere il terzo girone, dove sono punite le anime iraconde.

Durante l'ascesa Virgilio riprende il discorso di Guido del Duca spiegando a Dante il significato di un'oscura frase detta sulla differenza fra i beni materiali ed i beni spirituali. Ai dubbi di Dante, Virgilio

risponde di purificarsi dei peccati prima che poi sarà illuminato dalle parole di Beatrice. 

Nel frattempo entrano nel terzo girone e a Dante appaiono visioni  ed esempi di bonarietà, di mitezza: vede Maria e Giuseppe nel tempio che ritrovano Gesù; la paziente ed indulgente reazione di Pisistrato, tiranno d'Atene, verso il giovane che aveva abbracciato sua figlia; il martirio di Santo Stefano che prega per i suoi persecutori. 

Virgilio senza chiedere, sà cosa stà pensando Dante, lo toglie dal pensiero incitandolo a preseguire il cammino poichè stà scendendo la sera. Continuando il cammino, i due poeti si trovano immersi in una densa cortina di fumo nero che non permette loro di vedere. 

Canto XV

Quanto tra l’ultimar de l’ora terza

e ’l principio del dì par de la spera

3     che sempre a guisa di fanciullo scherza,

tanto pareva già inver’ la sera

essere al sol del suo corso rimaso;

6     vespero là, e qui mezza notte era.

E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,

perché per noi girato era sì ’l monte,

9     che già dritti andavamo inver’ l’occaso,

quand’io senti’ a me gravar la fronte

a lo splendore assai più che di prima,

12     e stupor m’eran le cose non conte;

ond’io levai le mani inver’ la cima

de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,

15     che del soverchio visibile lima.

Come quando da l’acqua o da lo specchio

salta lo raggio a l’opposita parte,

18     salendo su per lo modo parecchio

a quel che scende, e tanto si diparte

dal cader de la pietra in igual tratta,

21     sì come mostra esperïenza e arte;

così mi parve da luce rifratta

quivi dinanzi a me esser percosso;

24     per che a fuggir la mia vista fu ratta.

"Che è quel, dolce padre, a che non posso

schermar lo viso tanto che mi vaglia",

27     diss’io, "e pare inver’ noi esser mosso?".

"Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia

la famiglia del cielo", a me rispuose:

30     "messo è che viene ad invitar ch’om saglia.

Tosto sarà ch’a veder queste cose

non ti fia grave, ma fieti diletto

33     quanto natura a sentir ti dispuose".

Poi giunti fummo a l’angel benedetto,

con lieta voce disse: "Intrate quinci

36     ad un scaleo vie men che li altri eretto".

Noi montavam, già partiti di linci,

e "Beati misericordes!" fue

39     cantato retro, e "Godi tu che vinci!".

Lo mio maestro e io soli amendue

suso andavamo; e io pensai, andando,

42     prode acquistar ne le parole sue;

e dirizza’mi a lui sì dimandando:

"Che volse dir lo spirto di Romagna,

45     e "divieto" e "consorte" menzionando?".

Per ch’elli a me: "Di sua maggior magagna

conosce il danno; e però non s’ammiri

48     se ne riprende perché men si piagna.

Perché s’appuntano i vostri disiri

dove per compagnia parte si scema,

51     invidia move il mantaco a’ sospiri.

Ma se l’amor de la spera supprema

torcesse in suso il disiderio vostro,

54     non vi sarebbe al petto quella tema;

ché, per quanti si dice più lì "nostro",

tanto possiede più di ben ciascuno,

57     e più di caritate arde in quel chiostro".

"Io son d’esser contento più digiuno",

diss’io, "che se mi fosse pria taciuto,

60     e più di dubbio ne la mente aduno.

Com’esser puote ch’un ben, distributo

in più posseditor, faccia più ricchi

63     di sé che se da pochi è posseduto?".

Ed elli a me: "Però che tu rificchi

la mente pur a le cose terrene,

66     di vera luce tenebre dispicchi.

Quello infinito e ineffabil bene

che là sù è, così corre ad amore

69     com’a lucido corpo raggio vene.

Tanto si dà quanto trova d’ardore;

sì che, quantunque carità si stende,

72     cresce sovr’essa l’etterno valore.

E quanta gente più là sù s’intende,

più v’è da bene amare, e più vi s’ama,

75     e come specchio l’uno a l’altro rende.

E se la mia ragion non ti disfama,

vedrai Beatrice, ed ella pienamente

78     ti torrà questa e ciascun’altra brama.

Procaccia pur che tosto sieno spente,

come son già le due, le cinque piaghe,

81     che si richiudon per esser dolente".

Com’io voleva dicer "Tu m’appaghe",

vidimi giunto in su l’altro girone,

84     sì che tacer mi fer le luci vaghe.

Ivi mi parve in una visïone

estatica di sùbito esser tratto,

87     e vedere in un tempio più persone;

e una donna, in su l’entrar, con atto

dolce di madre dicer: "Figliuol mio,

90     perché hai tu così verso noi fatto?

Ecco, dolenti, lo tuo padre e io

ti cercavamo". E come qui si tacque,

93     ciò che pareva prima, dispario.

Indi m’apparve un’altra con quell’acque

giù per le gote che ’l dolor distilla

96     quando di gran dispetto in altrui nacque,

e dir: "Se tu se’ sire de la villa

del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,

99     e onde ogni scïenza disfavilla,

vendica te di quelle braccia ardite

ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto".

102     E ’l segnor mi parea, benigno e mite,

risponder lei con viso temperato:

"Che farem noi a chi mal ne disira,

105     se quei che ci ama è per noi condannato?",

Poi vidi genti accese in foco d’ira

con pietre un giovinetto ancider, forte

108     gridando a sé pur: "Martira, martira!".

E lui vedea chinarsi, per la morte

che l’aggravava già, inver’ la terra,

111     ma de li occhi facea sempre al ciel porte,

orando a l’alto Sire, in tanta guerra,

che perdonasse a’ suoi persecutori,

114     con quello aspetto che pietà diserra.

Quando l’anima mia tornò di fori

a le cose che son fuor di lei vere,

117     io riconobbi i miei non falsi errori.

Lo duca mio, che mi potea vedere

far sì com’om che dal sonno si slega,

120     disse: "Che hai che non ti puoi tenere,

ma se’ venuto più che mezza lega

velando li occhi e con le gambe avvolte,

123     a guisa di cui vino o sonno piega?".

"O dolce padre mio, se tu m’ascolte,

io ti dirò", diss’io, "ciò che m’apparve

126     quando le gambe mi furon sì tolte".

Ed ei: "Se tu avessi cento larve

sovra la faccia, non mi sarian chiuse

129     le tue cogitazion, quantunque parve.

Ciò che vedesti fu perché non scuse

d’aprir lo core a l’acque de la pace

132     che da l’etterno fonte son diffuse.

Non dimandai "Che hai?" per quel che face

chi guarda pur con l’occhio che non vede,

135     quando disanimato il corpo giace;

ma dimandai per darti forza al piede:

così frugar conviensi i pigri, lenti

138     ad usar lor vigilia quando riede".

Noi andavam per lo vespero, attenti

oltre quanto potean li occhi allungarsi

141     contra i raggi serotini e lucenti.

Ed ecco a poco a poco un fummo farsi

verso di noi come la notte oscuro;

144     né da quello era loco da cansarsi.

Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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