più
v’è da bene amare, e più vi s’ama,
75
e come specchio l’uno a l’altro rende.
E
se la mia ragion non ti disfama,
vedrai
Beatrice, ed ella pienamente
78
ti torrà questa e ciascun’altra brama.
Procaccia
pur che tosto sieno spente,
come
son già le due, le cinque piaghe,
81
che si richiudon per esser dolente".
Com’io
voleva dicer "Tu m’appaghe",
vidimi
giunto in su l’altro girone,
84
sì che tacer mi fer le luci vaghe.
Ivi
mi parve in una visïone
estatica
di sùbito esser tratto,
87
e vedere in un tempio più persone;
e
una donna, in su l’entrar, con atto
dolce
di madre dicer: "Figliuol mio,
90
perché hai tu così verso noi fatto?
Ecco,
dolenti, lo tuo padre e io
ti
cercavamo". E come qui si tacque,
93
ciò che pareva prima, dispario.
Indi
m’apparve un’altra con quell’acque
giù
per le gote che ’l dolor distilla
96
quando di gran dispetto in altrui nacque,
e
dir: "Se tu se’ sire de la villa
del
cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
99
e onde ogni scïenza disfavilla,
vendica
te di quelle braccia ardite
ch’abbracciar
nostra figlia, o Pisistràto".
102
E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
risponder
lei con viso temperato:
"Che
farem noi a chi mal ne disira,
105
se quei che ci ama è per noi condannato?",
Poi
vidi genti accese in foco d’ira
con
pietre un giovinetto ancider, forte
108
gridando a sé pur: "Martira, martira!".
E
lui vedea chinarsi, per la morte
che
l’aggravava già, inver’ la terra,
111
ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
orando
a l’alto Sire, in tanta guerra,
che
perdonasse a’ suoi persecutori,
114
con quello aspetto che pietà diserra.
Quando
l’anima mia tornò di fori
a
le cose che son fuor di lei vere,
117
io riconobbi i miei non falsi errori.
Lo
duca mio, che mi potea vedere
far
sì com’om che dal sonno si slega,
120
disse: "Che hai che non ti puoi tenere,
ma
se’ venuto più che mezza lega
velando
li occhi e con le gambe avvolte,
123
a guisa di cui vino o sonno piega?".
"O
dolce padre mio, se tu m’ascolte,
io
ti dirò", diss’io, "ciò che m’apparve
126
quando le gambe mi furon sì tolte".
Ed
ei: "Se tu avessi cento larve
sovra
la faccia, non mi sarian chiuse
129
le tue cogitazion, quantunque parve.
Ciò
che vedesti fu perché non scuse
d’aprir
lo core a l’acque de la pace
132
che da l’etterno fonte son diffuse.
Non
dimandai "Che hai?" per quel che face
chi
guarda pur con l’occhio che non vede,
135
quando disanimato il corpo giace;
ma
dimandai per darti forza al piede:
così
frugar conviensi i pigri, lenti
138
ad usar lor vigilia quando riede".
Noi
andavam per lo vespero, attenti
oltre
quanto potean li occhi allungarsi
141
contra i raggi serotini e lucenti.
Ed
ecco a poco a poco un fummo farsi
verso
di noi come la notte oscuro;
144
né da quello era loco da cansarsi.
Questo
ne tolse li occhi e l’aere puro.