La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo XVI

Terzo Girone - Iracondi - Marco Lombardo, Corrado III, Gherardo da Camino, Guido da castello.

Riassunto del Canto.

Dante sostenendosi alla sua guida, a tastoni come fa un cieco,  avanza nel fumo denso, mentre odono senza poterle vedere delle voci che cantano l'Agnus Dei: sono, a detta di Virgilio, gli iracondi che ispiano la loro pena. Mentre Dante fa il proprio esame di coscenza, perchè più volte anche lui è stato preso dall'ira, un'anima si fa avanti e gli rivolge una domanda: si tratta di Marco Lombardo, noto uomo di corte del '200, integerrimo e noncurante delle ricchezze, che indica ai pellegrini la via per salire, e chiede di pregare per lui. Il poeta si rivolge a lui per chiarire un dubbio che lo tormenta: chiede se la causa della corruzione sia da attribuire all'uomo oppure agli influssi esterni. 

Lombardo espone la teoria del libero arbitrio, dove viene affrontato il tema della causa della corruzione umana che sta nella confusione fra potere temporale e potere spirituale, che provocano smarrimento e perdizione. La Chiesa e primo fra tutti il papa, infatti, offre agli uomini un pessimo esempio di attaccamento alla cose terrene. 

Il canto termina con un accenno alla decadenza delle regioni del settentrione d'Italia, ed il ricordo di tre vecchi virtuosi: Corrado III della famiglia dei conti di Palazzo d'origine bresciana, Gherardo da Camino signore di Treviso e noto mecenate e Guido da Castello di nobile famiglia di Reggio Emilia.

Danta chiede ulteriori informazioni su uno dei tre personaggi del quale non ha ben capito le origini, ma l'anima che ha sicuramente frainteso, si è indignata, ha interrotto la conversazione ed è rientrata nel gruppo delle sue consorelle.

Canto XVI

Buio d’inferno e di notte privata

d’ogne pianeto, sotto pover cielo,

3     quant’esser può di nuvol tenebrata,

non fece al viso mio sì grosso velo

come quel fummo ch’ivi ci coperse,

6     né a sentir di così aspro pelo,

che l’occhio stare aperto non sofferse;

onde la scorta mia saputa e fida

9     mi s’accostò e l’omero m’offerse.

Sì come cieco va dietro a sua guida

per non smarrirsi e per non dar di cozzo

12     in cosa che ’l molesti, o forse ancida,

m’andava io per l’aere amaro e sozzo,

ascoltando il mio duca che diceva

15     pur: "Guarda che da me tu non sia mozzo".

Io sentia voci, e ciascuna pareva

pregar per pace e per misericordia

18     l’Agnel di Dio che le peccata leva.

Pur "Agnus Dei" eran le loro essordia;

una parola in tutte era e un modo,

21     sì che parea tra esse ogne concordia.

"Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?",

diss’io. Ed elli a me: "Tu vero apprendi,

24     e d’iracundia van solvendo il nodo".

"Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,

e di noi parli pur come se tue

27     partissi ancor lo tempo per calendi?".

Così per una voce detto fue;

onde ’l maestro mio disse: "Rispondi,

30     e domanda se quinci si va sùe".

E io: "O creatura che ti mondi

per tornar bella a colui che ti fece,

33     maraviglia udirai, se mi secondi".

"Io ti seguiterò quanto mi lece",

rispuose; "e se veder fummo non lascia,

36     l’udir ci terrà giunti in quella vece".

Allora incominciai: "Con quella fascia

che la morte dissolve men vo suso,

39     e venni qui per l’infernale ambascia.

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,

tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte

42     per modo tutto fuor del moderno uso,

non mi celar chi fosti anzi la morte,

ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;

45     e tue parole fier le nostre scorte".

"Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;

del mondo seppi, e quel valore amai

48     al quale ha or ciascun disteso l’arco.

Per montar sù dirittamente vai".

Così rispuose, e soggiunse: "I’ ti prego

51     che per me prieghi quando sù sarai".

E io a lui: "Per fede mi ti lego

di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio

54     dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

Prima era scempio, e ora è fatto doppio

ne la sentenza tua, che mi fa certo

57     qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio.

Lo mondo è ben così tutto diserto

d’ogne virtute, come tu mi sone,

60     e di malizia gravido e coverto;

ma priego che m’addite la cagione,

sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;

63     ché nel cielo uno, e un qua giù la pone".

Alto sospir, che duolo strinse in "uhi!",

mise fuor prima; e poi cominciò: "Frate,

66     lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.

Voi che vivete ogne cagion recate

pur suso al cielo, pur come se tutto

69     movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto

libero arbitrio, e non fora giustizia

72     per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia;

non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,

75     lume v’è dato a bene e a malizia,

e libero voler; che, se fatica

ne le prime battaglie col ciel dura,

78     poi vince tutto, se ben si notrica.

A maggior forza e a miglior natura

liberi soggiacete; e quella cria

81     la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.

Però, se ’l mondo presente disvia,

in voi è la cagione, in voi si cheggia;

84     e io te ne sarò or vera spia.

Esce di mano a lui che la vagheggia

prima che sia, a guisa di fanciulla

87     che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla,

salvo che, mossa da lieto fattore,

90     volontier torna a ciò che la trastulla.

Di picciol bene in pria sente sapore;

quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,

93     se guida o fren non torce suo amore.

Onde convenne legge per fren porre;

convenne rege aver, che discernesse

96     de la vera cittade almen la torre.

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Nullo, però che ’l pastor che procede,

99     rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;

per che la gente, che sua guida vede

pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta,

102     di quel si pasce, e più oltre non chiede.

Ben puoi veder che la mala condotta

è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,

105     e non natura che ’n voi sia corrotta.

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,

due soli aver, che l’una e l’altra strada

108     facean vedere, e del mondo e di Deo.

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada

col pasturale, e l’un con l’altro insieme

111     per viva forza mal convien che vada;

però che, giunti, l’un l’altro non teme:

se non mi credi, pon mente a la spiga,

114     ch’ogn’erba si conosce per lo seme.

In sul paese ch’Adice e Po riga,

solea valore e cortesia trovarsi,

117     prima che Federigo avesse briga;

or può sicuramente indi passarsi

per qualunque lasciasse, per vergogna,

120     di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna

l’antica età la nova, e par lor tardo

123     che Dio a miglior vita li ripogna:

Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo

e Guido da Castel, che mei si noma,

126     francescamente, il semplice Lombardo.

Dì oggimai che la Chiesa di Roma,

per confondere in sé due reggimenti,

129     cade nel fango, e sé brutta e la soma".

"O Marco mio", diss’io, "bene argomenti;

e or discerno perché dal retaggio

132     li figli di Levì furono essenti.

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio

di’ ch’è rimaso de la gente spenta,

135     in rimprovèro del secol selvaggio?".

"O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta",

rispuose a me; "ché, parlandomi tosco,

138     par che del buon Gherardo nulla senta.

Per altro sopranome io nol conosco,

s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.

141     Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

Vedi l’albor che per lo fummo raia

già biancheggiare, e me convien partirmi

144     (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia".

Così tornò, e più non volle udirmi.

 

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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