La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo XVII

Sesta cornice - Quarto girone - Accidia - Stazio.

Riassunto del Canto.

Dante e Virgilio escono dalla cortina di fume mentre il sole stà calando all'orizzonte. Dante rivede, come all'uscita del secondo girone delle visioni: in primo appare Progne che venne mutata dagli dei in rondine, poi segue Aman, ministro persiano ed  in terza posizione Lavinia, moglie di Enea che piange la morte della madre suicida; i tre casi sono esempi d'iracondia.

Un nuovo bagliore accompagna l'apparizione dell'Angelo della giustizia cancella dalla fronte di Dante un'altra P, alleggerendolo d'un peso che gli permette una migliore ascesa alla sesta cornice, seguendo ed ascoltando pieno d'ammirazione, Virgilio che stà conversando con Stazio poeta latino, che gli svela  il suo vizio, che non è stato l'avarizia, ma bensì la prodigalità. Nonostante avesse ricevuto il battesimo, tenendo così nascosta la sua fede, ha dovuto sostare a lungo nel cerchio degli accidiosi. Stazio gli chiede poi notizie di altri poeti latini e Virgilio menziona quelli che ha trovato nel Limbo.

I poeti giungono alla Sesta Cornice e poco dopo appare improvvisamente uno strano albero, che ha la forma di un cono rovesciato con la punta rivolta verso il basso. 

Dalla roccia schizza l'acqua che si spande sulle fronde dell'albero da cui si odono voci che gridano esempi di temperanza: Maria alle nozze di Cana, le antiche donne romane, il profeta Daniele, l'età dell'oro, ed infine Giovanni Battista nel deserto.

Virgilio da una spiegazione della composizione del Purgatorio dove nel quarto girone sono puniti i piccati d’accidia, cioè la tiepida professione d’amore verso Dio. Nel quinto, sesto e settimo cerchio  saranno invece espiate le colpe che nascono dall’amore eccessivo per i beni terreni e cioè avarizia, gola e lussuria; tutto ciò Dante dovrà apprenderlo con l’ausilio delle proprie risorse.

Canto XVII

Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe

ti colse nebbia per la qual vedessi

3     non altrimenti che per pelle talpe,

come, quando i vapori umidi e spessi

a diradar cominciansi, la spera

6     del sol debilemente entra per essi;

e fia la tua imagine leggera

in giugnere a veder com’io rividi

9     lo sole in pria, che già nel corcar era.

Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi

del mio maestro, usci’ fuor di tal nube

12     ai raggi morti già ne’ bassi lidi.

O imaginativa che ne rube

talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge

15     perché dintorno suonin mille tube,

chi move te, se ’l senso non ti porge?

Moveti lume che nel ciel s’informa,

18     per sé o per voler che giù lo scorge.

De l’empiezza di lei che mutò forma

ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,

21     ne l’imagine mia apparve l’orma;

e qui fu la mia mente sì ristretta

dentro da sé, che di fuor non venìa

24     cosa che fosse allor da lei ricetta.

Poi piovve dentro a l’alta fantasia

un crucifisso, dispettoso e fero

27     ne la sua vista, e cotal si moria;

intorno ad esso era il grande Assüero,

Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,

30     che fu al dire e al far così intero.

E come questa imagine rompeo

sé per sé stessa, a guisa d’una bulla

33     cui manca l’acqua sotto qual si feo,

surse in mia visïone una fanciulla

piangendo forte, e dicea: "O regina,

36     perché per ira hai voluto esser nulla?

Ancisa t’hai per non perder Lavina;

or m’hai perduta! Io son essa che lutto,

39     madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina".

Come si frange il sonno ove di butto

nova luce percuote il viso chiuso,

42     che fratto guizza pria che muoia tutto;

così l’imaginar mio cadde giuso

tosto che lume il volto mi percosse,

45     maggior assai che quel ch’è in nostro uso.

I’ mi volgea per veder ov’io fosse,

quando una voce disse "Qui si monta",

48     che da ogne altro intento mi rimosse;

e fece la mia voglia tanto pronta

di riguardar chi era che parlava,

51     che mai non posa, se non si raffronta.

Ma come al sol che nostra vista grava

e per soverchio sua figura vela,

54     così la mia virtù quivi mancava.

"Questo è divino spirito, che ne la

via da ir sù ne drizza sanza prego,

57     e col suo lume sé medesmo cela.

Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;

ché quale aspetta prego e l’uopo vede,

60     malignamente già si mette al nego.

Or accordiamo a tanto invito il piede;

procacciam di salir pria che s’abbui,

63     ché poi non si poria, se ’l dì non riede".

Così disse il mio duca, e io con lui

volgemmo i nostri passi ad una scala;

66     e tosto ch’io al primo grado fui,

senti’mi presso quasi un muover d’ala

e ventarmi nel viso e dir: "Beati

69    pacifici, che son sanz’ira mala!".

Già eran sovra noi tanto levati

li ultimi raggi che la notte segue,

72     che le stelle apparivan da più lati.

"O virtù mia, perché sì ti dilegue?",

fra me stesso dicea, ché mi sentiva

75     la possa de le gambe posta in triegue.

Noi eravam dove più non saliva

la scala sù, ed eravamo affissi,

78     pur come nave ch’a la piaggia arriva.

E io attesi un poco, s’io udissi

alcuna cosa nel novo girone;

81     poi mi volsi al maestro mio, e dissi:

"Dolce mio padre, dì , quale offensione

si purga qui nel giro dove semo?

84     Se i piè si stanno, non stea tuo sermone".

Ed elli a me: "L’amor del bene, scemo

del suo dover, quiritta si ristora;

87     qui si ribatte il mal tardato remo.

Ma perché più aperto intendi ancora,

volgi la mente a me, e prenderai

90     alcun buon frutto di nostra dimora".

"Né creator né creatura mai",

cominciò el, "figliuol, fu sanza amore,

93     o naturale o d’animo; e tu ’l sai.

Lo naturale è sempre sanza errore,

ma l’altro puote errar per malo obietto

96     o per troppo o per poco di vigore.

Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,

e ne’ secondi sé stesso misura,

99     esser non può cagion di mal diletto;

ma quando al mal si torce, o con più cura

o con men che non dee corre nel bene,

102     contra ’l fattore adovra sua fattura.

Quinci comprender puoi ch’esser convene

amor sementa in voi d’ogne virtute

105     e d’ogne operazion che merta pene.

Or, perché mai non può da la salute

amor del suo subietto volger viso,

108     da l’odio proprio son le cose tute;

e perché intender non si può diviso,

e per sé stante, alcuno esser dal primo,

111     da quello odiare ogne effetto è deciso.

Resta, se dividendo bene stimo,

che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso

114     amor nasce in tre modi in vostro limo.

È chi, per esser suo vicin soppresso,

spera eccellenza, e sol per questo brama

117     ch’el sia di sua grandezza in basso messo;

è chi podere, grazia, onore e fama

teme di perder perch’altri sormonti,

120     onde s’attrista sì che ’l contrario ama;

ed è chi per ingiuria par ch’aonti,

sì che si fa de la vendetta ghiotto,

123     e tal convien che ’l male altrui impronti.

Questo triforme amor qua giù di sotto

si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,

126     che corre al ben con ordine corrotto.

Ciascun confusamente un bene apprende

nel qual si queti l’animo, e disira;

129     per che di giugner lui ciascun contende.

Se lento amore a lui veder vi tira

o a lui acquistar, questa cornice,

132     dopo giusto penter, ve ne martira.

Altro ben è che non fa l’uom felice;

non è felicità, non è la buona

135     essenza, d’ogne ben frutto e radice.

L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,

di sovr’a noi si piange per tre cerchi;

138     ma come tripartito si ragiona,

tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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