La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo XVIII

Seso girone - Golosi - Forese Donati - Abate di San Zeno - Alberto della Scala - 

Riassunto del Canto.

Dante si era soffermato ad ammirare lo strano albero, ma viene invitato a riprendere il cammino seguendo Virgilio che alla fine del suo lungo discorso,  volge lo sguardo verso Dante per sapere se ha compreso tutto quello che ha detto, ma si accorge che ha timore a confessare che è assillato da un dubbio, al quale Virgilio con una risposta coincisa spiega della natura dell'amore. La luna risplende e nasconde le numerose stelle, mentre Danteè preso da sonnolenza, quando i due vengono raggiunti da una schiera di anime orribilmente magre: sono i golosi.

L’anima di un abate di San Zeno in Verona, vissuto ai tempi del Barbarossa e della distruzione di Milano, indica a Virgilio il varco per salire al girone successivo: costui corre via velocemente, ma Dante si compiace di riportare, le parole particolarmente offensive sul figlio di un certo Alberto della Scala.

Fra i penitenti Dante riconosce dal suono familiare della voce l'amico, compagno di gioventù, Forese Donati, il quale spiega che quando le anime penitenti giungono davanti allo strano albero, i frutti e l'acqua suscitano un desiderio insaziabile di mangiare e di bere, che li strazia e li consuma, riducendoli in quello stato. Dante è meravigliato vederlo nella sesa cornice del Purgatorio essendo morto da poco, ma l'amico spiega che questa sua ascesa è dovuta alle preghiere ed alle virtù di sua moglie Nella la più devota delle donne fiorentine. Forese vuol sapere come abbia potuto Dante giungere vivo nel regno dei morti.

Virgilio richiama l'attenzione di Dante e indica due anime che ricordano due esempi di accidia puniti: quello degli Ebrei che per malavoglia non hanno raggiunto la terra promessa; quello dei compagni di Enea che spaventati lo hanno abbandonato in Sicilia.

Le anime si dileguano e Dante si addormenta.

Canto XVIII

Luogo è in inferno detto Malebolge,

tutto di pietra di color ferrigno,

3     come la cerchia che dintorno il volge.

Nel dritto mezzo del campo maligno

vaneggia un pozzo assai largo e profondo,

6     di cui suo loco dicerò l’ordigno.

Quel cinghio che rimane adunque è tondo

tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,

9     e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura

più e più fossi cingon li castelli,

12     la parte dove son rende figura,

tale imagine quivi facean quelli;

e come a tai fortezze da’ lor sogli

15     a la ripa di fuor son ponticelli,

così da imo de la roccia scogli

movien che ricidien li argini e ’ fossi

18     infino al pozzo che i tronca e raccogli.

In questo luogo, de la schiena scossi

di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta

21     tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.

A la man destra vidi nova pieta,

novo tormento e novi frustatori,

24     di che la prima bolgia era repleta.

Nel fondo erano ignudi i peccatori;

dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,

27     di là con noi, ma con passi maggiori,

come i Roman per l’essercito molto,

l’anno del giubileo, su per lo ponte

30     hanno a passar la gente modo colto,

che da l’un lato tutti hanno la fronte

verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,

33     da l’altra sponda vanno verso ’l monte.

Di qua, di là, su per lo sasso tetro

vidi demon cornuti con gran ferze,

36     che li battien crudelmente di retro.

Ahi come facean lor levar le berze

a le prime percosse! già nessuno

39     le seconde aspettava né le terze.

Mentr’io andava, li occhi miei in uno

furo scontrati; e io sì tosto dissi:

42     "Già di veder costui non son digiuno".

Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;

e ’l dolce duca meco si ristette,

45     e assentio ch’alquanto in dietro gissi.

E quel frustato celar si credette

bassando ’l viso; ma poco li valse,

48     ch’io dissi: "O tu che l’occhio a terra gette,

se le fazion che porti non son false,

Venedico se’ tu Caccianemico.

51     Ma che ti mena a sì pungenti salse?".

Ed elli a me: "Mal volentier lo dico;

ma sforzami la tua chiara favella,

54     che mi fa sovvenir del mondo antico.

I’ fui colui che la Ghisolabella

condussi a far la voglia del marchese,

57     come che suoni la sconcia novella.

E non pur io qui piango bolognese;

anzi n’è questo luogo tanto pieno,

60     che tante lingue non son ora apprese

a dicer "sipa" tra Sàvena e Reno;

e se di ciò vuoi fede o testimonio,

63     rècati a mente il nostro avaro seno".

Così parlando il percosse un demonio

de la sua scurïada, e disse: "Via,

66     ruffian! qui non son femmine da conio".

I’ mi raggiunsi con la scorta mia;

poscia con pochi passi divenimmo

69     là ’v’uno scoglio de la ripa uscia.

Assai leggeramente quel salimmo;

e vòlti a destra su per la sua scheggia,

72     da quelle cerchie etterne ci partimmo.

Quando noi fummo là dov’el vaneggia

di sotto per dar passo a li sferzati,

75     lo duca disse: "Attienti, e fa che feggia

lo viso in te di quest’altri mal nati,

ai quali ancor non vedesti la faccia

78     però che son con noi insieme andati".

Del vecchio ponte guardavam la traccia

che venìa verso noi da l’altra banda,

81     e che la ferza similmente scaccia.

E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,

mi disse: "Guarda quel grande che vene,

84     e per dolor non par lagrime spanda:

quanto aspetto reale ancor ritene!

Quelli è Iasón, che per cuore e per senno

87     li Colchi del monton privati féne.

Ello passò per l’isola di Lenno

poi che l’ardite femmine spietate

90     tutti li maschi loro a morte dienno.

Ivi con segni e con parole ornate

Isifile ingannò, la giovinetta

93     che prima avea tutte l’altre ingannate.

Lasciolla quivi, gravida, soletta;

tal colpa a tal martiro lui condanna;

96     e anche di Medea si fa vendetta.

Con lui sen va chi da tal parte inganna;

e questo basti de la prima valle

99     sapere e di color che ’n sé assanna".

Già eravam là ’ve lo stretto calle

con l’argine secondo s’incrocicchia,

102     e fa di quello ad un altr’arco spalle.

Quindi sentimmo gente che si nicchia

ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,

105     e sé medesma con le palme picchia.

Le ripe eran grommate d’una muffa,

per l’alito di giù che vi s’appasta,

108     che con li occhi e col naso facea zuffa.

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta

loco a veder sanza montare al dosso

111     de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso

vidi gente attuffata in uno sterco

114     che da li uman privadi parea mosso.

E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,

vidi un col capo sì di merda lordo,

117     che non parëa s’era laico o cherco.

Quei mi sgridò: "Perché se’ tu sì gordo

di riguardar più me che li altri brutti?".

120     E io a lui: "Perché, se ben ricordo,

già t’ho veduto coi capelli asciutti,

e se’ Alessio Interminei da Lucca:

123     però t’adocchio più che li altri tutti".

Ed elli allor, battendosi la zucca:

"Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe

126     ond’io non ebbi mai la lingua stucca".

Appresso ciò lo duca "Fa che pinghe",

mi disse "il viso un poco più avante,

129     sì che la faccia ben con l’occhio attinghe

di quella sozza e scapigliata fante

che là si graffia con l’unghie merdose,

132     e or s’accoscia e ora è in piedi stante.

Taïde è, la puttana che rispuose

al drudo suo quando disse "Ho io grazie

135     grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".

E quinci sian le nostre viste sazie".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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