La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo XXI

Quinto cerchio - Stazio.

Riassunto del Canto.

Dante cerca di dare una risposta ai suoi dubbi e chiede a Virgilio la causa del terremoto subito. Un'anima si avvicina e dopo aver risposto alle sue domande, Virgilio chiede il significato del terremoto e del canto intonato. 

Lo spirito spiega che il fenomeno si manifesta ogni volta che un penitente, espiate le sue colpe, è pronto per salire in Paradiso, ed il canto è un saluto a Dio Onnipotente.  Aggiunge che è la sua l'anima or ora redenta, di essere Stazio il poeta latino, autore della Tebaide e dell'Achilleide, e non sapendo di essere al cospetto di Virgilio, si dichiara suo discepolo e ne esprime le lodi e che darebbe come pegno ancora un anno di permanenza nel purgatorio, se gli fosse concessa la possibilità di conoscerlo.

Dante sorride, Virgilio con un cenno lo trattiene, ma poi ottiene il permesso di presentare e di rivelare l'identità del suo maestro; così Stazio si inginocchia a venerare il grande poeta, cerca di abbracciare i suoi piedi ma questi sono soltanto ombra.

Canto XXI

La sete natural che mai non sazia

se non con l’acqua onde la femminetta

3     samaritana domandò la grazia,

mi travagliava, e pungeami la fretta

per la ’mpacciata via dietro al mio duca,

6     e condoleami a la giusta vendetta.

Ed ecco, sì come ne scrive Luca

che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,

9     già surto fuor de la sepulcral buca,

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,

dal piè guardando la turba che giace;

12     né ci addemmo di lei, sì parlò pria,

dicendo: "O frati miei, Dio vi dea pace".

Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio

15     rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.

Poi cominciò: "Nel beato concilio

ti ponga in pace la verace corte

18     che me rilega ne l’etterno essilio".

"Come!", diss’elli, e parte andavam forte:

"se voi siete ombre che Dio sù non degni,

21     chi v’ha per la sua scala tanto scorte?".

E ’l dottor mio: "Se tu riguardi a’ segni

che questi porta e che l’angel profila,

24     ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.

Ma perché lei che dì e notte fila

non li avea tratta ancora la conocchia

27     che Cloto impone a ciascuno e compila,

l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,

venendo sù, non potea venir sola,

30     però ch’al nostro modo non adocchia.

Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola

d’inferno per mostrarli, e mosterrolli

33     oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli

diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una

36     parve gridare infino a’ suoi piè molli".

Sì mi diè, dimandando, per la cruna

del mio disio, che pur con la speranza

39     si fece la mia sete men digiuna.

Quei cominciò: "Cosa non è che sanza

ordine senta la religïone

42     de la montagna, o che sia fuor d’usanza.

Libero è qui da ogne alterazione:

di quel che ’l ciel da sé in sé riceve

45     esser ci puote, e non d’altro, cagione.

Per che non pioggia, non grando, non neve,

non rugiada, non brina più sù cade

48     che la scaletta di tre gradi breve;

nuvole spesse non paion né rade,

né coruscar, né figlia di Taumante,

51     che di là cangia sovente contrade;

secco vapor non surge più avante

ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,

54     dov’ha ’l vicario di Pietro le piante.

Trema forse più giù poco o assai;

ma per vento che ’n terra si nasconda,

57     non so come, qua sù non tremò mai.

Tremaci quando alcuna anima monda

sentesi, sì che surga o che si mova

60     per salir sù; e tal grido seconda.

De la mondizia sol voler fa prova,

che, tutto libero a mutar convento,

63     l’alma sorprende, e di voler le giova.

Prima vuol ben, ma non lascia il talento

che divina giustizia, contra voglia,

66     come fu al peccar, pone al tormento.

E io, che son giaciuto a questa doglia

cinquecent’anni e più, pur mo sentii

69     libera volontà di miglior soglia:

però sentisti il tremoto e li pii

spiriti per lo monte render lode

72     a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii".

Così ne disse; e però ch’el si gode

tanto del ber quant’è grande la sete.

75     non saprei dir quant’el mi fece prode.

E ’l savio duca: "Omai veggio la rete

che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,

78     perché ci trema e di che congaudete.

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,

e perché tanti secoli giaciuto

81     qui se’, ne le parole tue mi cappia".

"Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto

del sommo rege, vendicò le fóra

84     ond’uscì ’l sangue per Giuda venduto,

col nome che più dura e più onora

era io di là", rispuose quello spirto,

87     "famoso assai, ma non con fede ancora.

Tanto fu dolce mio vocale spirto,

che, tolosano, a sé mi trasse Roma,

90     dove mertai le tempie ornar di mirto.

Stazio la gente ancor di là mi noma:

cantai di Tebe, e poi del grande Achille;

93     ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville,

che mi scaldar, de la divina fiamma

96     onde sono allumati più di mille;

de l’Eneïda dico, la qual mamma

fummi, e fummi nutrice, poetando:

99     sanz’essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando

visse Virgilio, assentirei un sole

102     più che non deggio al mio uscir di bando".

Volser Virgilio a me queste parole

con viso che, tacendo, disse "Taci";

105     ma non può tutto la virtù che vuole;

ché riso e pianto son tanto seguaci

a la passion di che ciascun si spicca,

108     che men seguon voler ne’ più veraci.

Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;

per che l’ombra si tacque, e riguardommi

111     ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;

e "Se tanto labore in bene assommi",

disse, "perché la tua faccia testeso

114     un lampeggiar di riso dimostrommi?".

Or son io d’una parte e d’altra preso:

l’una mi fa tacer, l’altra scongiura

117     ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso

dal mio maestro, e "Non aver paura",

mi dice, "di parlar; ma parla e digli

120     quel ch’e’ dimanda con cotanta cura".

Ond’io: "Forse che tu ti maravigli,

antico spirto, del rider ch’io fei;

123     ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.

Questi che guida in alto li occhi miei,

è quel Virgilio dal qual tu togliesti

126     forza a cantar de li uomini e d’i dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti,

lasciala per non vera, ed esser credi

129     quelle parole che di lui dicesti".

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi

al mio dottor, ma el li disse: "Frate,

132     non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi".

Ed ei surgendo: "Or puoi la quantitate

comprender de l’amor ch’a te mi scalda,

135     quand’io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda".

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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