78
per li messaggi de l’etterno regno;
e
la parola tua sopra toccata
si
consonava a’ nuovi predicanti;
81
ond’io a visitarli presi usata.
Vennermi
poi parendo tanto santi,
che,
quando Domizian li perseguette,
84
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
e
mentre che di là per me si stette,
io
li sovvenni, e i lor dritti costumi
87
fer dispregiare a me tutte altre sette.
E
pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
di
Tebe poetando, ebb’io battesmo;
90
ma per paura chiuso cristian fu’mi,
lungamente
mostrando paganesmo;
e
questa tepidezza il quarto cerchio
93
cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
Tu
dunque, che levato hai il coperchio
che
m’ascondeva quanto bene io dico,
96
mentre che del salire avem soverchio,
dimmi
dov’è Terrenzio nostro antico,
Cecilio
e Plauto e Varro, se lo sai:
99
dimmi se son dannati, e in qual vico".
"Costoro
e Persio e io e altri assai",
rispuose
il duca mio, "siam con quel Greco
102
che le Muse lattar più ch’altri mai,
nel
primo cinghio del carcere cieco;
spesse
fïate ragioniam del monte
105
che sempre ha le nutrice nostre seco.
Euripide
v’è nosco e Antifonte,
Simonide,
Agatone e altri piùe
108
Greci che già di lauro ornar la fronte.
Quivi
si veggion de le genti tue
Antigone,
Deïfile e Argia,
111
e Ismene sì trista come fue.
Védeisi
quella che mostrò Langia;
èvvi
la figlia di Tiresia, e Teti
114
e con le suore sue Deïdamia".
Tacevansi
ambedue già li poeti,
di
novo attenti a riguardar dintorno,
117
liberi da saliri e da pareti;
e
già le quattro ancelle eran del giorno
rimase
a dietro, e la quinta era al temo,
120
drizzando pur in sù l’ardente corno,
quando
il mio duca: "Io credo ch’a lo stremo
le
destre spalle volger ne convegna,
123
girando il monte come far solemo".
Così
l’usanza fu lì nostra insegna,
e
prendemmo la via con men sospetto
126
per l’assentir di quell’anima degna.
Elli
givan dinanzi, e io soletto
di
retro, e ascoltava i lor sermoni,
129
ch’a poetar mi davano intelletto.
Ma
tosto ruppe le dolci ragioni
un
alber che trovammo in mezza strada,
132
con pomi a odorar soavi e buoni;
e
come abete in alto si digrada
di
ramo in ramo, così quello in giuso,
135
cred’io, perché persona sù non vada.
Dal
lato onde ’l cammin nostro era chiuso,
cadea
de l’alta roccia un liquor chiaro
138
e si spandeva per le foglie suso.
Li
due poeti a l’alber s’appressaro;
e
una voce per entro le fronde
141
gridò: "Di questo cibo avrete caro".
Poi
disse: "Più pensava Maria onde
fosser
le nozze orrevoli e intere,
144
ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
E
le Romane antiche, per lor bere,
contente
furon d’acqua; e Danïello
147
dispregiò cibo e acquistò savere.
Lo
secol primo, quant’oro fu bello,
fé
savorose con fame le ghiande,
150
e nettare con sete ogne ruscello.
Mele
e locuste furon le vivande
che
nodriro il Batista nel diserto;
153
per ch’elli è glorïoso e tanto grande
quanto
per lo Vangelio v’è aperto".