La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo XXV

Settimo girone - Lussuriosi - Stazio.

Riassunto del Canto.

Nelle prime ore del pomeriggio i tre poeti salgono una scala che li condurrà al settimo girone, luogo ove sono in penitenza le anime dei lussuriosi.

Nella mente di Dante sono rimaste impresse le figure delle anime dei golosi che protendono le mani ai frutti e si domanda come possano queste figure senza corpo sentire gli stimoli della fame e della sete e quindi soffrire e dimagrire, ne chiede a Virgilio la spiegazione. Incaricato dal poeta, chi risponde è Stazio che pronuncia una vera e propria ricerca minuziosa e filosofica sulla teoria della generazione, cioè della formazione fisica del corpo dell'uomo con l'anima vegetativa e sensitiva. Stazio fa osservare come il momento più delicato sia quando Dio infonde l'anima razionale, che, assorbite le virtù attive già esistenti, forma un'anima sola che riunisce la facoltà vegetativa, sensitiva e razionale. Al momento del decesso l'anima intellettiva si separa dal corpo, mentre le capacità vegetativa e sensitiva si arrestano.

L'anima giunta sulla riva del Tevere o dell'Acheronte, conosciuto il suo destino e giunta nel luogo di espiazione o a Lei assegnato, forma un corpo etereo che sembra simile al corpo vivo. Conseguentemente queste anime possono ridere, gioire, piangere e sospirare come in vita e quindi soffrire anche i sintomi della fame e della sete.

Le parole di Stazio terminano quando i tre arrivano all' ingresso del settimo Girone, dove vedono le anime dei lussuriosi camminare in una cortina di fuoco, mentre i pellegrini devono procedere sull'orlo del baratro per evitare di essere colpiti da una fiamma che esce da una fessura della montagna. 

Le anime cantano e contemporaneamente gridano esempi di castità: quello di Maria e quello di Diana; poi riprendono a cantare.

Canto XXV

Ora era onde ’l salir non volea storpio;

ché ’l sole avëa il cerchio di merigge

3     lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:

per che, come fa l’uom che non s’affigge

ma vassi a la via sua, che che li appaia,

6     se di bisogno stimolo il trafigge,

così intrammo noi per la callaia,

uno innanzi altro prendendo la scala

9     che per artezza i salitor dispaia.

E quale il cicognin che leva l’ala

per voglia di volare, e non s’attenta

12     d’abbandonar lo nido, e giù la cala;

tal era io con voglia accesa e spenta

di dimandar, venendo infino a l’atto

15     che fa colui ch’a dicer s’argomenta.

Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,

lo dolce padre mio, ma disse: "Scocca

18     l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto".

Allor sicuramente apri’ la bocca

e cominciai: "Come si può far magro

21     là dove l’uopo di nodrir non tocca?".

"Se t’ammentassi come Meleagro

si consumò al consumar d’un stizzo,

24     non fora", disse, "a te questo sì agro;

e se pensassi come, al vostro guizzo,

guizza dentro a lo specchio vostra image,

27     ciò che par duro ti parrebbe vizzo.

Ma perché dentro a tuo voler t’adage,

ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego

30     che sia or sanator de le tue piage".

"Se la veduta etterna li dislego",

rispuose Stazio, "là dove tu sie,

33     discolpi me non potert’io far nego".

Poi cominciò: "Se le parole mie,

figlio, la mente tua guarda e riceve,

36     lume ti fiero al come che tu die.

Sangue perfetto, che poi non si beve

da l’assetate vene, e si rimane

39     quasi alimento che di mensa leve,

prende nel core a tutte membra umane

virtute informativa, come quello

42     ch’a farsi quelle per le vene vane.

Ancor digesto, scende ov’è più bello

tacer che dire; e quindi poscia geme

45     sovr’altrui sangue in natural vasello.

Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,

l’un disposto a patire, e l’altro a fare

48     per lo perfetto loco onde si preme;

e, giunto lui, comincia ad operare

coagulando prima, e poi avviva

51     ciò che per sua matera fé constare.

Anima fatta la virtute attiva

qual d’una pianta, in tanto differente,

54     che questa è in via e quella è già a riva,

tanto ovra poi, che già si move e sente,

come spungo marino; e indi imprende

57     ad organar le posse ond’è semente.

Or si spiega, figliuolo, or si distende

la virtù ch’è dal cor del generante,

60     dove natura a tutte membra intende.

Ma come d’animal divegna fante,

non vedi tu ancor: quest’è tal punto,

63     che più savio di te fé già errante,

sì che per sua dottrina fé disgiunto

da l’anima il possibile intelletto,

66     perché da lui non vide organo assunto.

Apri a la verità che viene il petto;

e sappi che, sì tosto come al feto

69     l’articular del cerebro è perfetto,

lo motor primo a lui si volge lieto

sovra tant’arte di natura, e spira

72     spirito novo, di vertù repleto,

che ciò che trova attivo quivi, tira

in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,

75     che vive e sente e sé in sé rigira.

E perché meno ammiri la parola,

guarda il calor del sole che si fa vino,

78     giunto a l’omor che de la vite cola.

Quando Làchesis non ha più del lino,

solvesi da la carne, e in virtute

81     ne porta seco e l’umano e ’l divino:

l’altre potenze tutte quante mute;

memoria, intelligenza e volontade

84     in atto molto più che prima agute.

Sanza restarsi, per sé stessa cade

mirabilmente a l’una de le rive;

87     quivi conosce prima le sue strade.

Tosto che loco lì la circunscrive,

la virtù formativa raggia intorno

90     così e quanto ne le membra vive.

E come l’aere, quand’è ben pïorno,

per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,

93     di diversi color diventa addorno;

così l’aere vicin quivi si mette

in quella forma ch’è in lui suggella

96     virtüalmente l’alma che ristette;

e simigliante poi a la fiammella

che segue il foco là ’vunque si muta,

99     segue lo spirto sua forma novella.

Però che quindi ha poscia sua paruta,

è chiamata ombra; e quindi organa poi

102     ciascun sentire infino a la veduta.

Quindi parliamo e quindi ridiam noi;

quindi facciam le lagrime e ’ sospiri

105     che per lo monte aver sentiti puoi.

Secondo che ci affiggono i disiri

e li altri affetti, l’ombra si figura;

108     e quest’è la cagion di che tu miri".

E già venuto a l’ultima tortura

s’era per noi, e vòlto a la man destra,

111     ed eravamo attenti ad altra cura.

Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,

e la cornice spira fiato in suso

114     che la reflette e via da lei sequestra;

ond’ir ne convenia dal lato schiuso

ad uno ad uno; e io temëa ’l foco

117     quinci, e quindi temeva cader giuso.

Lo duca mio dicea: "Per questo loco

si vuol tenere a li occhi stretto il freno,

120     però ch’errar potrebbesi per poco".

"Summae Deus clementïae" nel seno

al grande ardore allora udi’ cantando,

123     che di volger mi fé caler non meno;

e vidi spirti per la fiamma andando;

per ch’io guardava a loro e a’ miei passi,

126     compartendo la vista a quando a quando.

Appresso il fine ch’a quell’inno fassi,

gridavano alto: "Virum non cognosco";

129     indi ricominciavan l’inno bassi.

Finitolo, anco gridavano: "Al bosco

si tenne Diana, ed Elice caccionne

132     che di Venere avea sentito il tòsco".

Indi al cantar tornavano; indi donne

gridavano e mariti che fuor casti

135     come virtute e matrimonio imponne.

E questo modo credo che lor basti

per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:

138     con tal cura conviene e con tai pasti

che la piaga da sezzo si ricuscia.

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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