La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo XXVI

Settima cornice - Lussuriosi e sodomiti - Guido Guinizzelli - Arnaud Daniel.

Riassunto del Canto.

Dante e Virgilio stanno camminando sulla settima cornice uno dietro asll'altro, quando sono raggiunti dalla schiera di anime dei lussuriosi, ed una si stacca dal gruppo, si fa avanti e chiede spiegazioni di come e perchè un essere vivente si trovi in quel luogo. Nel frattempo arriva una seconda ondata di anime che prodedono in senso inverso alle prime, sono i sodomiti, si incontrano si fermano, si scambiano saluti e si abbracciano le une alle altre. 

Al momento del commiato, i lussuriosi ricordano il mito di Pasifae, moglie di Minosse,  mitico re di Creta,  sorella della maga Circe, che diede alla luce il Minotauro; mentre i sodomiti ricordano Sodoma e Gomorra. Dante riprende a parlare e chiede all'anima che si era presentata chi fosse e chi sono i penitenti di quel girone. Essa chiarisce come il centro del peccato di lussuria sia nell'aver ecceduto nella ricerca del piacere, rivela poi di essere Guido Guinizzelli, poeta del dolce stil nuovo. 

Dante vorrebbe abbracciarlo, ma si trattiene per paura del fuoco, ma si esprime favorevole ed amante della sua poesia, sino a riconoscerlo il maestro. Guinizzelli indica un'anima che si fa avanti, è quella di Arnaud Daniel (Arnaldo Daniello), poeta provenzale. I due poeti pregano Dante di pregare per loro affinchè le loro pene siano accorciate, poi si allontanano penetrando nelle fiamme. 

Canto XXVI

Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,

ce n’andavamo, e spesso il buon maestro

3     diceami: "Guarda: giovi ch’io ti scaltro";

feriami il sole in su l’omero destro,

che già, raggiando, tutto l’occidente

6     mutava in bianco aspetto di cilestro;

e io facea con l’ombra più rovente

parer la fiamma; e pur a tanto indizio

9     vidi molt’ombre, andando, poner mente.

Questa fu la cagion che diede inizio

loro a parlar di me; e cominciarsi

12     a dir: "Colui non par corpo fittizio";

poi verso me, quanto potëan farsi,

certi si fero, sempre con riguardo

15     di non uscir dove non fosser arsi.

"O tu che vai, non per esser più tardo,

ma forse reverente, a li altri dopo,

18     rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.

Né solo a me la tua risposta è uopo;

ché tutti questi n’hanno maggior sete

21     che d’acqua fredda Indo o Etïopo.

Dinne com’è che fai di te parete

al sol, pur come tu non fossi ancora

24     di morte intrato dentro da la rete".

Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora

già manifesto, s’io non fossi atteso

27     ad altra novità ch’apparve allora;

ché per lo mezzo del cammino acceso

venne gente col viso incontro a questa,

30     la qual mi fece a rimirar sospeso.

Lì veggio d’ogne parte farsi presta

ciascun’ombra e basciarsi una con una

33     sanza restar, contente a brieve festa;

così per entro loro schiera bruna

s’ammusa l’una con l’altra formica,

36     forse a spïar lor via e lor fortuna.

Tosto che parton l’accoglienza amica,

prima che ’l primo passo lì trascorra,

39     sopragridar ciascuna s’affatica:

la nova gente: "Soddoma e Gomorra";

e l’altra: "Ne la vacca entra Pasife,

42     perché ’l torello a sua lussuria corra".

Poi, come grue ch’a le montagne Rife

volasser parte, e parte inver’ l’arene,

45     queste del gel, quelle del sole schife,

l’una gente sen va, l’altra sen vene;

e tornan, lagrimando, a’ primi canti

48     e al gridar che più lor si convene;

e raccostansi a me, come davanti,

essi medesmi che m’avean pregato,

51     attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.

Io, che due volte avea visto lor grato,

incominciai: "O anime sicure

54     d’aver, quando che sia, di pace stato,

non son rimase acerbe né mature

le membra mie di là, ma son qui meco

57     col sangue suo e con le sue giunture.

Quinci sù vo per non esser più cieco;

donna è di sopra che m’acquista grazia,

60     per che ’l mortal per vostro mondo reco.

Ma se la vostra maggior voglia sazia

tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi

63     ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,

ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,

chi siete voi, e chi è quella turba

66     che se ne va di retro a’ vostri terghi".

Non altrimenti stupido si turba

lo montanaro, e rimirando ammuta,

69     quando rozzo e salvatico s’inurba,

che ciascun’ombra fece in sua paruta;

ma poi che furon di stupore scarche,

72     lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,

"Beato te, che de le nostre marche",

ricominciò colei che pria m’inchiese,

75     "per morir meglio, esperïenza imbarche!

La gente che non vien con noi, offese

di ciò per che già Cesar, trïunfando,

78     "Regina" contra sé chiamar s’intese:

però si parton "Soddoma" gridando,

rimproverando a sé com’hai udito,

81     e aiutan l’arsura vergognando.

Nostro peccato fu ermafrodito;

ma perché non servammo umana legge,

84     seguendo come bestie l’appetito,

in obbrobrio di noi, per noi si legge,

quando partinci, il nome di colei

87     che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.

Or sai nostri atti e di che fummo rei:

se forse a nome vuo’ saper chi semo,

90     tempo non è di dire, e non saprei.

Farotti ben di me volere scemo:

son Guido Guinizzelli; e già mi purgo

93     per ben dolermi prima ch’a lo stremo".

Quali ne la tristizia di Ligurgo

si fer due figli a riveder la madre,

96     tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo,

quand’io odo nomar sé stesso il padre

mio e de li altri miei miglior che mai

99     rime d’amore usar dolci e leggiadre;

e sanza udire e dir pensoso andai

lunga fïata rimirando lui,

102     né, per lo foco, in là più m’appressai.

Poi che di riguardar pasciuto fui,

tutto m’offersi pronto al suo servigio

105     con l’affermar che fa credere altrui.

Ed elli a me: "Tu lasci tal vestigio,

per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,

108     che Letè nol può tòrre né far bigio.

Ma se le tue parole or ver giuraro,

dimmi che è cagion per che dimostri

111     nel dire e nel guardar d’avermi caro".

E io a lui: "Li dolci detti vostri,

che, quanto durerà l’uso moderno,

114     faranno cari ancora i loro incostri".

"O frate", disse, "questi ch’io ti cerno

col dito", e additò un spirto innanzi,

117     "fu miglior fabbro del parlar materno.

Versi d’amore e prose di romanzi

soverchiò tutti; e lascia dir li stolti

120     che quel di Lemosì credon ch’avanzi.

A voce più ch’al ver drizzan li volti,

e così ferman sua oppinïone

123     prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.

Così fer molti antichi di Guittone,

di grido in grido pur lui dando pregio,

126     fin che l’ha vinto il ver con più persone.

Or se tu hai sì ampio privilegio,

che licito ti sia l’andare al chiostro

129     nel quale è Cristo abate del collegio,

falli per me un dir d’un paternostro,

quanto bisogna a noi di questo mondo,

132     dove poter peccar non è più nostro".

Poi, forse per dar luogo altrui secondo

che presso avea, disparve per lo foco,

135     come per l’acqua il pesce andando al fondo.

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,

e dissi ch’al suo nome il mio disire

138     apparecchiava grazïoso loco.

El cominciò liberamente a dire:

"Tan m’abellis vostre cortes deman,

141    qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

144    e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l’escalina,

147    sovenha vos a temps de ma dolor!".

Poi s’ascose nel foco che li affina.

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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