e
quando per la barba il viso chiese,
75
ben conobbi il velen de l’argomento.
E
come la mia faccia si distese,
posarsi
quelle prime creature
78
da loro aspersion l’occhio comprese;
e
le mie luci, ancor poco sicure,
vider
Beatrice volta in su la fiera
81
ch’è sola una persona in due nature.
Sotto
’l suo velo e oltre la rivera
vincer
pariemi più sé stessa antica,
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vincer che l’altre qui, quand’ella c’era.
Di
penter sì mi punse ivi l’ortica,
che
di tutte altre cose qual mi torse
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più nel suo amor, più mi si fé nemica.
Tanta
riconoscenza il cor mi morse,
ch’io
caddi vinto; e quale allora femmi,
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salsi colei che la cagion mi porse.
Poi,
quando il cor virtù di fuor rendemmi,
la
donna ch’io avea trovata sola
93
sopra me vidi, e dicea: "Tiemmi, tiemmi!".
Tratto
m’avea nel fiume infin la gola,
e
tirandosi me dietro sen giva
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sovresso l’acqua lieve come scola.
Quando
fui presso a la beata riva,
"Asperges
me" sì dolcemente udissi,
99
che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
La
bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi
la testa e mi sommerse
102
ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
Indi
mi tolse, e bagnato m’offerse
dentro
a la danza de le quattro belle;
105
e ciascuna del braccio mi coperse.
"Noi
siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria
che Beatrice discendesse al mondo,
108
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
Merrenti
a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume
ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
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le tre di là, che miran più profondo".
Così
cantando cominciaro; e poi
al
petto del grifon seco menarmi,
114
ove Beatrice stava volta a noi.
Disser:
"Fa che le viste non risparmi;
posto
t’avem dinanzi a li smeraldi
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ond’Amor già ti trasse le sue armi".
Mille
disiri più che fiamma caldi
strinsermi
li occhi a li occhi rilucenti,
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che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
Come
in lo specchio il sol, non altrimenti
la
doppia fiera dentro vi raggiava,
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or con altri, or con altri reggimenti.
Pensa,
lettor, s’io mi maravigliava,
quando
vedea la cosa in sé star queta,
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e ne l’idolo suo si trasmutava.
Mentre
che piena di stupore e lieta
l’anima
mia gustava di quel cibo
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che, saziando di sé, di sé asseta,
sé
dimostrando di più alto tribo
ne
li atti, l’altre tre si fero avanti,
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danzando al loro angelico caribo.
"Volgi,
Beatrice, volgi li occhi santi",
era
la sua canzone, "al tuo fedele
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che, per vederti, ha mossi passi tanti!
Per
grazia fa noi grazia che disvele
a
lui la bocca tua, sì che discerna
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la seconda bellezza che tu cele".
O
isplendor di viva luce etterna,
chi
palido si fece sotto l’ombra
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sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
che
non paresse aver la mente ingombra,
tentando
a render te qual tu paresti
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là dove armonizzando il ciel t’adombra,
quando
ne l’aere aperto ti solvesti?