La  Divina  Commedia

Purgatorio - Capitolo XXXIII

Settimo girone - Beatrice - Stazio - Matelda.

Riassunto del Canto.

Le sette donne, che simboleggiano le virtù, quattro cardinali ( prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e tre teologali (fede, speranza e carità), invocando un salmo piangono la distruzione del carro, che rappresenta il tempio di Gerusalemme.  Beatrice riprende con Dante il cammino dialogando con lui circa la corruzione della Chiesa, rivelandogli che un condottiero sarà inviato da Dio a ristabilire le sorti del degrado presente della Chiesa; spiegando poi come quell'albero prima spoglio e poi ricoperto di foglie sia il simbolo della giustizia divina.

È quasi mezzogiorno e i due arrivano in prossimità della sorgente perenne, dalla quale sgorgano sia il Lete che l'Eunoè, e qui Matelda immerge Dante e Stazio nelle acque dell'Eunoè, dal quale escono purificati, pronti per l'ascesa in cielo.

Dante dichiara di aver completato la seconda cantica, di sentirsi ringiovanito grazie all'acqua che ha bevuto, e si sente pronto e: "rinnovellato di novella fronda, puro e disposto a salire alle stelle".

Canto XXXIII

"Deus, venerunt gentes", alternando

or tre or quattro dolce salmodia,

3     le donne incominciaro, e lagrimando;

e Bëatrice, sospirosa e pia,

quelle ascoltava sì fatta, che poco

6     più a la croce si cambiò Maria.

Ma poi che l’altre vergini dier loco

a lei di dir, levata dritta in pè,

9     rispuose, colorata come foco:

"Modicum, et non videbitis me;

et iterum, sorelle mie dilette,

12    modicum, et vos videbitis me".

Poi le si mise innanzi tutte e sette,

e dopo sé, solo accennando, mosse

15     me e la donna e ’l savio che ristette.

Così sen giva; e non credo che fosse

lo decimo suo passo in terra posto,

18     quando con li occhi li occhi mi percosse;

e con tranquillo aspetto "Vien più tosto",

mi disse, "tanto che, s’io parlo teco,

21     ad ascoltarmi tu sie ben disposto".

Sì com’io fui, com’io dovëa, seco,

dissemi: "Frate, perché non t’attenti

24     a domandarmi omai venendo meco?".

Come a color che troppo reverenti

dinanzi a suo maggior parlando sono,

27     che non traggon la voce viva ai denti,

avvenne a me, che sanza intero suono

incominciai: "Madonna, mia bisogna

30     voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono".

Ed ella a me: "Da tema e da vergogna

voglio che tu omai ti disviluppe,

33     sì che non parli più com’om che sogna.

Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,

fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda

36     che vendetta di Dio non teme suppe.

Non sarà tutto tempo sanza reda

l’aguglia che lasciò le penne al carro,

39     per che divenne mostro e poscia preda;

ch’io veggio certamente, e però il narro,

a darne tempo già stelle propinque,

42     secure d’ogn’intoppo e d’ogne sbarro,

nel quale un cinquecento diece e cinque,

messo di Dio, anciderà la fuia

45     con quel gigante che con lei delinque.

E forse che la mia narrazion buia,

qual Temi e Sfinge, men ti persuade,

48     perch’a lor modo lo ’ntelletto attuia;

ma tosto fier li fatti le Naiade,

che solveranno questo enigma forte

51     sanza danno di pecore o di biade.

Tu nota; e sì come da me son porte,

così queste parole segna a’ vivi

54     del viver ch’è un correre a la morte.

E aggi a mente, quando tu le scrivi,

di non celar qual hai vista la pianta

57     ch’è or due volte dirubata quivi.

Qualunque ruba quella o quella schianta,

con bestemmia di fatto offende a Dio,

60     che solo a l’uso suo la creò santa.

Per morder quella, in pena e in disio

cinquemilia anni e più l’anima prima

63     bramò colui che ’l morso in sé punio.

Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima

per singular cagione esser eccelsa

66     lei tanto e sì travolta ne la cima.

E se stati non fossero acqua d’Elsa

li pensier vani intorno a la tua mente,

69     e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,

per tante circostanze solamente

la giustizia di Dio, ne l’interdetto,

72     conosceresti a l’arbor moralmente.

Ma perch’io veggio te ne lo ’ntelletto

fatto di pietra e, impetrato, tinto,

75     sì che t’abbaglia il lume del mio detto,

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,

che ’l te ne porti dentro a te per quello

78     che si reca il bordon di palma cinto".

E io: "Sì come cera da suggello,

che la figura impressa non trasmuta,

81     segnato è or da voi lo mio cervello.

Ma perché tanto sovra mia veduta

vostra parola disïata vola,

84     che più la perde quanto più s’aiuta?".

"Perché conoschi", disse, "quella scuola

c’hai seguitata, e veggi sua dottrina

87     come può seguitar la mia parola;

e veggi vostra via da la divina

distar cotanto, quanto si discorda

90     da terra il ciel che più alto festina".

Ond’io rispuosi lei: "Non mi ricorda

ch’i’ stranïasse me già mai da voi,

93     né honne coscïenza che rimorda".

"E se tu ricordar non te ne puoi",

sorridendo rispuose, "or ti rammenta

96     come bevesti di Letè ancoi;

e se dal fummo foco s’argomenta,

cotesta oblivïon chiaro conchiude

99     colpa ne la tua voglia altrove attenta.

Veramente oramai saranno nude

le mie parole, quanto converrassi

102     quelle scovrire a la tua vista rude".

E più corusco e con più lenti passi

teneva il sole il cerchio di merigge,

105     che qua e là, come li aspetti, fassi,

quando s’affisser, sì come s’affigge

chi va dinanzi a gente per iscorta

108     se trova novitate o sue vestigge,

le sette donne al fin d’un’ombra smorta,

qual sotto foglie verdi e rami nigri

111     sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.

Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri

veder mi parve uscir d’una fontana,

114     e, quasi amici, dipartirsi pigri.

"O luce, o gloria de la gente umana,

che acqua è questa che qui si dispiega

117     da un principio e sé da sé lontana?".

Per cotal priego detto mi fu: "Priega

Matelda che ’l ti dica". E qui rispuose,

120     come fa chi da colpa si dislega,

la bella donna: "Questo e altre cose

dette li son per me; e son sicura

123     che l’acqua di Letè non gliel nascose".

E Bëatrice: "Forse maggior cura,

che spesse volte la memoria priva,

126     fatt’ha la mente sua ne li occhi oscura.

Ma vedi Eünoè che là diriva:

menalo ad esso, e come tu se’ usa,

129     la tramortita sua virtù ravviva".

Come anima gentil, che non fa scusa,

ma fa sua voglia de la voglia altrui

132     tosto che è per segno fuor dischiusa;

così, poi che da essa preso fui,

la bella donna mossesi, e a Stazio

135     donnescamente disse: "Vien con lui".

S’io avessi, lettor, più lungo spazio

da scrivere, i’ pur cantere’ in parte

138     lo dolce ber che mai non m’avrìa sazio;

ma perché piene son tutte le carte

ordite a questa cantica seconda,

141     non mi lascia più ir lo fren de l’arte.

Io ritornai da la santissima onda

rifatto sì come piante novelle

144     rinnovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire alle stelle.

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A cura di RUGgGIO - Maggio 2006

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