HOME PAGE Aggiornato il  24/08/2008 VAI GIU
 

La località

 In dialetto: Tras’cé.  L’agglomerato urbano è sparpagliato sulla cresta di una collina in cinque nuclei ben definiti. Castello (Kastèl) a 455 metri sul livello del mare, Chiesa (Cèsa), Querceto (Guarcèd), Palestro (Palèstar) e Valle (Vala). Territorio che era accessibile solo tramite vie mulattiere e contornato: dal torrente Acquetta ad ovest, dal Bagnone a sud e dal Tanagorda a nord-est, attraversati da due ponticelli con arco a tutto sesto in pietra arenaria di antiche origini. Solo nel 1950 sono state aperte nuove strade carrozzabili, ma sino ad allora le località erano inaccessibili a mezzi motorizzati.

 Il Castello era una vera roccaforte a strapiombo sulla confluenza di due torrenti. Treschietto aveva una notevole importanza, per la sua posizione di «tragitto, passaggio» tra corsi d’acqua e valloni.

Il feudo di Treschietto si componeva allora del Capoluogo e delle ville di Agnola (Agnetta), Biglio, Corlaga, Finale , Iera, Leorgio (Leugio), Palestro, Stazzone e Vico.

Il feudo toccò, in seguito alla divisione ereditaria del 1351, a Giovanni Malaspina detto il Berretta, ed in seguito suddiviso tra i suoi discendenti.

Corlaga divenne feudo indipendente nella prima metà del 1500 ed erano rimasti solamente con Treschietto i paesi di Vico e di Iera. Legge fondamentale era lo Statuto del 1585 approvato dal Marchese Giovan Gasparo Malaspina, noto per le efferratezze ampliamente descritte dai croniste dell’epoca e tramandate fino ai giorni nostri.

In un primo tempo la chiesa era piuttosto considerata una cappella feudale dedicata a San Antonio da Padova, non risulta tra quelle che a quei tempi corrispondevano le decime alla Diocesi di Luni. La prima notizia storica che menziona Treschietto come chiesa soggetta a Luni è datata 7 maggio 1568, giorno della visita pastorale del cardinale Lomellini, si presume sia coincisa la consacrazione della  nuova chiesa parrocchiale, dedicata a San Giovanni Battista. Nella descrizione del cardinale è pure menzionato anche l’oratorio dei Santi Rocco e Caterina, di cui non rimane nulla ad eccezione di alcuni quadri che sono conservati nella parrocchiale; Chiesa che é stata recentemente restaurata ed é ricca di quadri e statue di importanza storica ed artistica.

I ruderi del castello con la torre cilindrata, semimozzata da un fulmine, sembrano avvalorare la leggenda del marchese Giovan Gasparo Malaspina che dal 1616 vessò i suoi sudditi con ogni sorta di male azioni e si coprì di turpitudini sino al 1678, quando all’età di 62 anni, con grande sollievo del popolo morì, non certo in odore di santità; veniva infatti chiamato dalla gente il mostro.

Di Treschietto c’è chi scrive : « Il sacro ed il profano ». Una sacralità antica nella Venere di pietra trovata poco lungi dai ruderi del tristo castello ed una sacralità più recente nella cappella castrense che le strutture difensive, ormai vinte e cadenti, hanno coperto e sopraffatto.

Una leggenda tramandata ci fa credere che nei sotterranei del Castello vi sia stato nascosto un vitellino d’oro, ricercato da tanti al punto di arrivare a distruggerne le parti migliori,  e come tutte le leggende, mai trovato.  

 

La storia

Ho ritrovato alcuni inserti della serie "Cronache d'altri tempi", sono delle pagine pubblicate dal giornale "LA NAZIONE", immagino nel dopoguerra. Il titolo mi ha incuriosito ho letto l'articolo e ne ricopio una parte che riguarda "TRESCHIETTO" una località nel mio territorio, interessante!

Nelle dieci foto pubblicate in calce si possono notare i ruderi di Treschietto, nel territorio di Bagnone. Tra i resti fa spicco l'alta torre cilindrica semimozzata da un fulmine che sorge sopra uno scoglio di un contrafforto pre appenninico del tratto Tosco-Emiliano, che domina la confluenza del torrente Acquetta con il principale e più importante torrente Bagnone.

Tale posizione dovette piacere oltremodo a Giovanni Malaspina detto Berretta al quale, nella divisione con i fratelli, avvenuta il 16 novembre 1351, dei beni del padre Nicolò detto il Marchesotto, toccarono vari possessi nell'alta valle del Bagnone, quali Corlaga, Léugio, Stazzone, Agnetta, Vico, Treschietto, Querceto, Finale, Iera, e che scelse Treschietto per farne la "capitale" del proprio feudo.

Una residenza marchionale esisteva anche a Vico, ma il marchese Giovanni fu maggiormente attirato dalla fortissima posizione di Treschietto, dove esisteva già un antico fortilizio, e dove infatti eresse il proprio castello, ben provvisto oltretutto di difese naturali.

Tali difese, ed anche la posizione appartata del Castello in una angusta vallata montana, protessero Treschietto dagli attacchi che resero movimentata e tormentata la vita di altri manieri lunigianesi, ma non protessero certo il feudo dalle mire del confinante Granducato di Toscana e degli intrighi dei vari pretendenti alla successione, alla morte dell'ultimo dinasta, il marchese Ferdinando. Nel XVIII secolo il feudo tornò all'Impero, fu concesso al conte Carlo Emanuele di Nay, alla Repubblica Cisalpina, e quindi al Ducato di Modena.

Ma a a parte questi complessi eventi storici, Treschietto ha un posto particolare nella leggenda e nella tradizione popolare per uno dei suoi antichi signori - Giovan Gasparo, figlio del marchese Pompeo, nato il 12 luglio 1616, investito del feudo nel 1637 - accusato di essersi macchiato di azioni turpi e delittuose, di essere stato una specie di Don Rodrigo, di aver avuto al proprio servizio un pugno di "bravi", privi di scrupoli e capaci di qualsiasi nefandezza.

In giovane età Giovan Gasparo, visse e studiò (poco) a Mantova, mentre la madre, Maria Cleria di Tresana, resse per lui il feudo, conducendo una vita appartata, nel più rigoroso lutto vedovile, e in un castello che diveniva ogni giorno più tetro, ma che si animò improvvisamente di vita al ritorno di Giovan Gasparo, in uno sfrenato crescendo di pranzi, feste, balli, e quindi di vere e proprie orge alle quali erano costrette a partecipare della zona, strappate alle loro famiglie dai bravacci del lunigianese Don Rodrigo.

 
La leggenda

Secondo quanto ci ha lascito scritto un certo cronista del  XVIII secolo, don Francesco Finali, nativo di Treschietto, ecco la descrizione leggendaria dei personaggi e dei fatti.

"Giovan Gasparo era di statura non tanto eminente, di colorito bruno tendente al rossiccio quasi smorto, polputo e quasi generalmente di pelo terso,irsuto e nero con basette all'uso spagnolo, mento tondo, bocca ordinaria, naso largo, occhio nero con guardatura tetra e severa, fronte bassa, ciglia lunghe e nere, vestiva alla foggia dei suoi tempi...".

Di lui se ne raccontavano di cotte e di crude: si diceva che era stato messo al bando dalla città di Parma per essere penetrato in un convento, attirato dalle grazie di una novizia che intendeva sedurre con la forza; che era stato condannato a morte per ver fatto uccidere un uomo e aver violentato una donna nel territorio del vicino Granducato di Toscana; che non si era fatto scrupolo di appropriarsi di beni della Chiesa; e che, abilissimo nel difendersi, nel farsi amici influenti, , e insomma nell'arte di restare a galla, era sempre riuscito a farsi perdonare così tante scelleratezze.

Secondo la voce popolare, le giovani donne che erano costrette a recarsi al castello di treschietto, dovevano poi partecipare a balli in costume adamitico, a spettacoli osceni,  e non avevano alcun modo di difendersi dalle brame del marchese e dei suoi bravi, così come non potevano essere difese dalla loro famiglie che vivevano in perpetuo timore.

Tutti sapevano che un legnaiolo - tale Petrin di Antonio Malatesta detto "Saggiari" - che aveva tre figlie nel fiore della gioventù, e che aveva cercato di proteggerle chiudendole in casa, era stato preso dagli sgherri del marchese e gettato, vivo, nell'ossario della Chiesa di S. Biagio del cimitero di Iera. Dopo aver trascorso lunghe e terrificanti ore in mezzo agli scheletri dei trapassati, il poveraccio era stato "liberato" sì dai bravi, ma solo per essere ucciso e rigettato nell'ossario.

Una seconda versione, racconta che le grida del malcapitato furono udite dal castello ove la moglie del Marchese si rinchiuse nella cappella a pregare.

La gente di Treschietto, testimone di una lunga serie di misfatti, chiamava Giovan Gasparo "il mostro", e tale dovette considerarlo anche la moglie Ottavia - una virtuosa e religiosa fanciulla mantovana - che trascurata dal marito e continuamente offesa dal suo comportamento, finì per abbandonare il castello e tornarsene nella città d'origine.

Almeno così la storia si tramanda.  Abbandonato o no dalla moglie, Giovan Gasparo non restò comunque privo di compagnia femminile, nè si privò dei soliti piaceri.

Il mostro morì a Bagnone nel 1678, a 62 anni di età , con immaginabile sollievo dei suoi sudditi.

 

La stele di Treschietto

I ritrovamenti di statue stele, conservate nel museo di Pontremoli, stanno a dimostrare che la presenza umana nel bagnonese è visibile già all’età del bronzo.

L’uso della stele funeraria risale ai greci del periodo miceno. In Italia essa era già conosciuta durante la civiltà enea e palafitticola. Nei vari momenti e luoghi, la stele assunse forme diverse e decorazioni più o meno ricche.  La stele, sta a dimostrare che in Lunigiana esisteva una vita organizzata, già da diversi secoli prima di Cristo.

Non completo il quadro originario, se non dico che una statua stele conservata a Pontremoli, viene da un ritrovamento recente, nel 1969, fatto casualmente durante i lavori di ampliamento del cimitero di Treschietto, frazione di Bagnone,  in un vigneto adiacente.

 La statua stele è femminile, acefala, dotata di seni capezzolati e braccia distese sul corpo.  É un blocco di pietra arenaria dalle dimensioni di 135x39x17 centimetri, dal peso complesivo di circa due quintali. Dare una data alla stele e localizzarla nel tempo, gli esperti la fanno risalire alla prima parte dell’età del bronzo.

Quando noi sappiamo che l’età del bronzo, nel Mediterraneo termina intorno al 1000 a.C., possiamo trarne delle conclusioni. 

Da notare ancora l’ubicazzione del rinvenimento che si pone in una zona sensibilmente elevata, lontano dal fondo valle e dai corsi d’acqua, forse nei pressi di uno scomparso insediamento di difesa, legato alla pratiche agricole e dell’allevamento, ed è indicata dallo scopritore Prof. Germano Cavalli, come rimossa dalla sua posizione originaria. 

(da : www.menhir.net/italia/lunigiana).

 
Immagini del castello
 
Panorama La roccaforte Il castello Il rudere Sotto la neve
Varie riprese della torre da postazioni diverse.
E-mail Pubblicato il 24/08/2008 TORNA SU