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Aggiornato il  20-05-2008

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FRUTTI  DIMENTICATI

Oggi si dice perchè avevamo fame, ma non era sempre vero; da ragazzi lo facevamo come diversivo, eravamo dei monelli e sempre in cerca di cose nuove. Si diceva che avevamo nelle mani la mappa dei terreni circostanti il paese e su di essa erano segnate tutte le varietà di frutta con date e periodi di maturazione. Noi giovani facevamo delle vere "man bassa" di ogni qualità di "ben di Dio" che ci capitava sotto tiro. 

Dalle ciliege durelle di maggio, ai peri butiri di San Giovanni, alle pesche, all'uva, alle mele, alle castagne... ecc. ecc.; in ogni stagione avevamo la frutta fresca. Poi c'era la frutta spontanea, che nasceva da sempre, quella che chiamo "frutta dimenticata": il corbezzolo, in dialetto "La marmotta";il nespolo comune, in dialetto "il petto"; il rovo, comunemente "la mora"; il mirtillo (al mirtil), che si raccoglie sulla nuda apenninica; la fragolina di bosco (la fragolinia); il nocciolo (al nizol); i peri butiri (i perin); le ciliegie (la ziresia); i fichi e fioroni (i fighi e i fioron); la mela ruggine (al pom ruznel); ed altre speci che non tratto.

All'arembaggio dei ragazzi, di notte, entava in operazione la squadra dei grandi, dei panettieri che, ceste alla mano, saccheggiavano intere piante di frutta e filari e pergolati d'uva. Non ci crederanno i giovani di oggi ma negli anni di guerra, la gente aveva sempre fame, e chi ne subiva le conseguenze erano quei poveri contadini che, di volta in volta, venivano presi di mira.
Poveri agricoltori, erano praticamente indifesi. La popolazione di Bagnone contava a quei tempi ottomila anime, tra abitanti e sfollati, contro le duemila di oggi.  Le campagne erano il solo punto di raccolta di viveri a buon mercato (gratis). Questo approfittarsene, mentre durante la guerra poteva quasi giustificarsi, esiste ancor oggi, tra i cacciatori che arrivano da fuori zona e passando nei campi raccolgono ogni ben di Dio che nascondono nelle bisacce vuote di selvaggina.
Ormai questi giochi di noi ragazzi non si conoscono più, perchè la gioventù di oggi è interessata ad altri divertimenti, ha tante possibilità di svago che non avevamo noi ai nostri tempi. Bisogna considerare anche lo spopolamento delle campagne, l'abbandono della coltivazione agraria di tipo famigliare, anche se le piante continuano a vivere in un ambiente più naturale, molte specie minori, che non necessitano di cure particolari, lasciate incolte riescono ancora a produrre della buona frutta.
Queste piante dimenticate, crescono spontaneamente nelle nostre campagne, sui pendii scoscesi, nei boschi. Ancora oggi, ad esempio ci si imbatte in siepi di rovi lungo le strade di campagna, sugli argini dei torrenti  o a delimitare i confini tra i terreni ormai incolti. Non casualmente, i contadini lasciavano crescere alcune speci spinose sui bordi dei campi, mentre in tutti gli altri posti venivano estirpate in quanto ritenute infestanti. 
Infatti, le siepi di rovo, costituivano una barriera, un'ottima difesa dalle intrusioni di persone e di grossi animali, mentre costituivano rifugio e fonte di cibo per una miriade di piccoli mammiferi, rettili, uccelli e insetti utili alle coltivazioni; inoltre proteggevano i campi dalla polvere sollevata dai veicoli e dai venti freddi. In più, da luglio a settembre fornivano le cosiddette more, frutti  zuccherini e succosi, utilizzati per confetture e sciroppi.
Cito brevemente i vari tipi di frutta che erano da noi coltivati o protetti, e che oggi stanno andandosene in via di estinzione. Per ragioni di spazio mi limito a citare solo alcune "specie minori", quali il corbezzolo, il nespolo comune, il nocciolo, l'uvaspina, il cotogno, il ciliegio amarena, i fighi, la mela ruggine, il giuggiolo, il carrubo; come ho già sottolineato in precedenza, queste varietà, per quanto riguarda la natura del terreno e l'esposizione, non hanno pretese perché si adattano abbastanza bene alle più svariate condizioni climatiche e non necessitano di particolari cure e potature.

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Il corbezzolo

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Frutti acerbi

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Frutti maturi

IL  CORBEZZOLO

Una pianta tipica che trovavamo principalmente dentro il recinto della villa Quartieri era quella del "corbezzolo", in dialetto noi chiamavamo i suoi frutti "marmotte", si arrivava a rubarle entrando nel parco, dalla località Saldame e dopo la scorpacciata si percorreva una lunga galleria che ci portava vicino alla frazione di Nezzana. 

Il Corbezzolo (Arbutus unedo L.) è originario del bacino del Mediterraneo e costa atlantica fino all'Irlanda. Appartiene alla Famiglia delle Ericaceae. Il Corbezzolo è una pianticella sempreverde dell'altezza di 1-2 metri ma che in qualche caso può avere sviluppo arboreo. La fioritura, consiste in fiorellini bianchi o bianco-rosati riuniti in piccoli grappoli e si verifica normalmente tra ottobre e dicembre.

I frutti, sono bacche sferiche carnose (2 cm di diametro circa) e pelose, dal lungo periodo di maturazione che si conclude in autunno, di colore scarlatto con polpa gialliccia e di sapore acidulo-dolciastro, fa parte della frutta acidula; che se mangiate in grande quantità diventano disgustevoli, quasi stomachevoli. Questi frutti sono utilizzati freschi, canditi, conservati sotto spirito o per preparare marmellate e bevande, ed hanno proprietà astringenti, antisettiche e diuretiche.

Possono persistere a lungo sulla pianta anche per quasi tutto l'inverno se sfuggono alla voracità degli uccelli e, sul fondo verde delle foglie e assieme ai fiori che sbocciano in questo periodo, formano un vivo contrasto cromatico.

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Il nespolo c.

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i fiori

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i frutti

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i frutti

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la pianta

IL  NESPOLO  COMUNE

Il Nespolo comune (Mespilus germanica L.) che noi dialettalmente chiamiamo "il petto, i petti", è originario, secondo recenti studi, dell'areale caucasico, ma anche con primi nuclei di diffusione in Asia minore. Oggi è diffuso in tutta Europa come pianta spontanea nei boschi di latifoglie o come rinselvatichita negli incolti. Appartiene alla Famiglia delle Rosaceae. 
Da noi vegeta spontaneo nei luoghi incolti ed abbandonati, e lo troviamo ovunque. 
Molto resistente al freddo invernale, si spinge fino ai mille metri di quota. 
Albero di modeste dimensioni,  può raggiunge al massimo i cinque metri d'altezza, ma solitamente ha uno sviluppo ben piu' modesto. Il portamento è irregolare, con una certa tendenza dei rami a ricadere nei soggetti invecchiati.
Nei soggetti selvatici i giovani rami possono essere spinosi. La corteccia dei rami da marrone scuro diventa chiara e poi, come sul tronco, grigia. Le foglie, grandi, hanno margine intero e sono dentellate solo all'apice. Hanno forma ovale, picciolo molto corto, e sono più frequenti nella parte distale dei rami. Inizialmente opache per la presenza di una leggera peluria che resta solo sulla pagina inferiore, divengono in autunno di uno splendido colore ramato.
I fiori, a maggio, si aprono al vertice dei rametti fruttiferi, sono grandi e isolati, di colore bianco con cinque petali e portano entrambe i sessi. Pianta autofertile, il Nespolo ha un'elevata percentuale di allegagione. Il frutto, la nespola, è un falso frutto dato dall'ingrossamento del ricettacolo attorno ai frutti veri e propri. Di forma riconoscibilissima, tondeggiante, con un'ampia depressione apicale, coronata da residui del calice, ha un corto peduncolo e una resistente buccia che per grana, colore e consistenza ricorda il cuoio. Si semi sono in numero di cinque, duri e legnosi.
Una volta raccolti i frutti non possono essere consumati freschi, sono aspri e lasciano la bocca secca. Se depositati in cassette coperti da paglia, in un locale fresco, procedono ad una fermentazione di maturazione e devono essere consumati a mano a mano che sono pronti perché il processo di fermentazione non si arresta e i frutti possono rapidamente degradarsi. 
Con la trasformazione si ottengono: marmellate, gelatine, salse e tante varie preparazioni culinarie.
Rustica, resistente e molto bella, è apprezzata come pianta ornamentale.

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Il rovo

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fiori e frutto

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le more

IL  ROVO

Il Rovo (comunemente la mora) appartiene alla Famiglia delle Rosaceae, genere Rubus, specie fruticosus. Adattabile a tutti gli ambienti esalta però la capacità produttiva nei terreni profondi e fertili. E' un arbusto con tralci molto lunghi (anche 3 metri) e una elevata capacità pollonifera; i polloni giovani sono commestibili. 
I fiori, di colore bianco rosato, sono riuniti in infiorescenze terminali panicolate o corimbiformi. 
Il frutto è costituito da bacche riunite in "more" di color viola scuro e brillante.
Alla racconta il ricettacolo rimane aderente al frutto. L'impollinazione è entomofila, sono coltivate sia inermi che spinose.
Rustico, resistente ai freddi invernali e alle brinate tardive. Vive in tutti gli ambienti e si rigenera selvaticamente.
La raccolta delle more inizia in luglio e si protrae fino a settembre. 
L'aroma intenso e gradevole ed il colore nero brillante fanno della mora un ingrediente prezioso per molte sicure preparazioni (marmellate, sciroppi), si prestano particolarmente per il consumo fresco, anche senza l'aggiunta di zucchero.

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Il mirtillo

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il frutto

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il raccolto

IL  MIRTILLO
Il Mirtillo, è una pianta spontanea, appartiene alla Famiglia delle Ericaceae, genere del Vaccinium, da noi vive nei prati specie nelle nude dell'Appennino.
- Vaccinuim myrtillus o Mirtillo nero: spontaneo alto 20-40 cm, con fusti angolosi e ramosi; fiorisce in maggio e fruttifica in luglio-agosto; presenta bacche solitarie o accoppiate, nere, ricoperte da pruina e con polpa colorata. 
Il mirtillo vegeta bene nei terreni acidi, privi di calcare attivo, ben dotati di sostanza organica, fertili, freschi, tendenzialmente sciolti.  Si propaga per talea legnosa o erbacea. 
I  frutti maturi di Mirtillo nero si mangiano così come sono, condendoli con limone e zucchero. Si preparano anche marmellate, gelatine sciroppi e sughi.
Facendo fermentare il succo si ottiene una bevanda leggermente alcolica il vino di mirtilli.

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La fragolina

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i fiori

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il frutto

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il raccolto

LA  FRAGOLINA  DI  BOSCO

Ricordo le nostre contadine, che portavano a vendre al mercato del lunedì dei "cavagni" pieni di fragoline, che avevano raccolto in montagna. 

Dalla vendita ricavavano quegli spiccioli che servivano ad acquistare qualche indumento d'urgenza, oppure qualche oggetto necessario alla famiglia. 

Era esattamente quello che, nella poesia pascoliana, il pollaio ha aiutato a fare il vestito di Valentino.

Una passeggiata fra i castagni ed eccole apparire a lato del sentiero.  Le fragole di bosco, delle quali io ne vado gloso, solo piccine ma il loro sapore è tutto un altra cosa in confronto alle grosse fragole comuni che si trovano nei cestini di plastica in commercio.
La fragola selvatica o fragola di bosco (Fragaria vesca) è una pianta erbacea perenne, alta 10-20 cm, con radici rizomatose e lunghi stoloni, striscianti e radicanti, che danno origine a nuove piantine. I fiori sono formati da 5 petali bianchi. É da noi diffusa e comune ovunque, cresce nei boschi, nelle radure e nei luoghi erbosi, dal piano a 1800 m. 
E' il più esclusivo frutto di bosco: si utilizza per profumare e decorare gelati, macedonie e torte di frutta. Dalla specie originaria sono state oggi selezionate varietà che producono nel corso di tutta l'estate frutti molto profumati ad aroma molto gradevole e il periodo di raccolta va da giugno a settembre.
Le foglie si possono utilizzare in gradevoli tisane primaverili.
Due ricette nostrane:

1) Dopo averle ben lavate ed asciugate, tagliare a metà le fragole più grosse e depositarle in una ciotola di vetro.

Spremete uno o più limoni e sciogliete del miele q.b. nel succo.
Per finire versate il tutto sulle fragole e lasciarle riposare nel frigor per mezz'ora. 

2) Mettete a bagno in un miscuglio di acqua ed aceto, proporzione 2 a 1, le fragole per 15 minuti, dopo di ché scolatele, eliminate i piccioli e, se le fragole sono grosse, tagliatele a metà o a pezzetti.
Mettetele, possibilmente, in una ciotola di vetro, ricopritele con lo zucchero, mescolatele molto delicatamente e quindi annaffiatele con del buon vino rosso; ricoprite la ciotola con un piatto o con della pellicola trasparente e lasciate riposare in frigo per due ore circa.

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il nocciolo

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frutto e foglie

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la pianta

IL  NOCCIOLO

Pianta molto diffusa in tutte le nostre terre, dalla pianura fino 1300 m di altitudine.
Appartiene alla Famiglia delle Betulaceae, genere Corylus, il nocciolo comune vegeta spontaneo da sempre, presenta un gran numero di varietà, alcune delle quali sono degli ibridi. Portamento a cespuglio, pollonifero, alto in genere 2-4 m; il fusto è sottile e slanciato. I giovani rami recano peli corti, in parte ghiandolari. 

La corteccia è di colore marrone grigio, precocemente glabra, con solcature longitudinali e sparse lenticelle chiare. Le radici sono superficiali; le foglie alterne rotondo-ovali con picciolo lungo. La pagina superiore è verde poco pelosa; la pagina inferiore è più chiara; le nervature sono evidenti. 

Fiori maschili in amenti penduli, di color giallastro, ricchi di polline a diffusione anemofila. Gli amenti maschili sono riuniti in gruppi di 2-4 all’estremità oppure all’ascella delle foglie dei rami dell’anno precedente, i fiori maschili sprovvisti dell’involucro, hanno quattro stami.
Fiori femminili presenti sulla stessa pianta poco appariscenti, a forma di gemma, provvisti di un breve ciuffetto di stimmi color rosso vivo.
Frutti: sono notissimi (nocciole); si tratta di grossi acheni racchiusi in un pericarpo legnoso di colore marroncino, contiene un seme dolce e oleoso (nocciola). Sono circondati quasi interamente da un involucro fogliaceo, dentato o irregolarmente frastagliato.
Ricordiamo inoltre che i terreni sui quali vive il nocciolo, sono habitat prediletti per la crescita del tartufo bianco e del tartufo nero. 

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il pero butiro
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la pianta
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il frutto
I  PERI  BUTIRI
Qual’era la frutta migliore e quante varietà c’erano a Bagnone, prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale ?  Diciamo che durante la guerra, quando gli uomini erano soldati, le mamme sfamavano la famiglia con i fichi secchi ed altre cose, prodotti della campagna e degli orti. Noi li chiamavamo peri di San Giovanni, e si trovavano lungo la strada per la Nezzana, e per la festa di San Giovanni, alla fine di giugno, non erano ancora completamente maturi, ma si potevano mangiare e si rosicchiavano croccanti.
I peri butiri maturavano tra  luglio e agosto, di colore verde/giallo, succosissimi e delicatissimi, con elevato tasso zuccherino. Il difetto di questi peri era la delicata e sottilissima pelle che urtata provocava delle macchie scure "bulliatini" e presto andavano a male, si diceva che facessero il chiodo. 
É un frutto di scarso valore ma è apprezzato da un'ampia schiera di consumatori per gusto, fragranza e succosità. A livello nutritivo contiene una buona quantità di zuccheri semplici (fruttosio di rapida assimilazione), pectine, tannino, sali minerali, acido malico e citrico, oltre che composti fenolici ad azione antiossidante.
Di grande digeribilità, la pera butira svolge un'azione diuretica, stomachica, rinfrescante e lassativa e è particolarmente indicata nell'alimentazione di giovani ed anziani. 
I recenti studi dicono che le pere sono fonti eccellenti di fibre idrosolubili, fra cui la pectina: è una fibra che produce gel, quindi aiuta la muscolatura intestinale a spingere i residui lungo l'intestino; inoltre lega ed elimina le tossine intestinali, abbassa il colesterolo e favorisce la perdita di peso; le pere ne contengono ancora più delle mele. Quindi sono adatte per abbassare il colesterolo e per tonificare l'intestino. 
L'albero è di media vigoria, con piante alte a chioma piramidale e rami eretti; foglie piccole rotondeggianti, ripiegate indietro, verdi e di colore rosso-rame in autunno. Buona allegagione dei fiori, la produzione è costante. Frutto rotondeggiante di colore verde-giallo con grande macchia rosata nella zona esposta al sole. Peduncolo forte e diritto, calice poco profondo e piccolo. Il frutto ha sapore delicato, polpa butirrosa con piccole granulazioni intorno al cuore, succosa, leggermente speziata.
Vive da noi ai bordi dei terreni coltivati ed anche nelle macchie di rovo.

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Il ciliegio
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L'albero
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I fiori
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Le Bigarreau
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Le durone
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Le amarene
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LE  CILIEGIE  
Il ciliegio è uno dei molti tesori della nostra terra di Lunigiana, presente in varie aree di coltivazione, dalle quali provengono alcune specie davvero pregiate di questo prezioso frutto. Il ciliegio è un albero alto fino a 10 metri tipico dei boschi di collina, inconfondibile per l'abbondante fioritura bianca che avviene in aprile e per i piccoli frutti dal lungo picciolo tra maggio e giugno. 
Le ciliegie sono il frutto di un albero della famiglia delle Rosacee, la stessa delle rose. Esitono due specie di alberi, il Prunus avium, o ciliegio dolce, e il Prunus cerasus, o ciliegio acido.
Dal primo derivano, per selezione, alcune centinaia di varietà differenti, che producono ciliegie che possiamo dividere in due grandi categorie: le tenerine e le duracine.

Le ciliegie tenerine sono a polpa tenera, di colore rosso scuro con succo colorato o di colore chiaro con succo incolore.

Le ciliegie duracine o duroni hanno dimensioni maggiori e polpa soda, sono di colore rosso scuro o nero con polpa rossa, oppure di colore rosso chiaro con polpa giallastra o rosacea.

La ciliegia è ricca di flavonoidi utili contro i radicali liberi. Risulta essere molto

dissetante.

È indicata nella cura di artriti, arteriosclerosi, disturbi renali e gotta. Inoltre contiene buone quantità di fibre, potassio, calcio, fosforo, vitamine A e vitamina C.

Albero molto diffuso nelle nostre campagne, è stato da sempre oggetto di assalti dei ragazzi durante il mese di maggio e giugno, nonostante la stretta vigilanza dei contadini.

Le varietà più diffuse e più commercializzate sono:

Le Bigarreau

Le ciliegie di varietà Bigarreau sono disponibili sul mercato da maggio a giugno. Queste ciliegie sono tra le prime a comparire sul mercato.

Le Durone 

Di colore giallo-rosso è molto apprezzato dall'industria conserviera per la particolare consistenza della polpa e quindi per la preparazione di confezioni sotto spirito.

Le Amarene

La ciliegia amarena è un frutto del marasco, una varietà di ciliegio dai frutti asprigni. Questa qualità di ciliegio da noi nasce spontanea, ed il suo frutto è la ciliegia, a forma tondeggiante o cuoriforme, con lungo peduncolo, di colore giallo, rosso o nero, con la polpa carnosa, di sapore acidulo o dolce. L’amarena è ricca di vitamina C e di provitamina A.

Le ciliegie sono un frutto particolarmente apprezzato, per forma, aspetto e sapore. Si conservano anche nell’alcool, con zucchero, cannella e chiodi di garofano (ciliege sotto spirito o sotto grappa). Vengono inoltre utilizzate anche per la preparazione di marmellate, sciroppi, succhi, canditi, salse, sorbetti e mostarde e anche di liquori (cherry brandy, kirsch, maraschino).

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il fico

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le foglie

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fico verde
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fico nero
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fico giallo
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fiorone
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I  FICHI  E  FIORONI
I fichi sono il frutto di una pianta originaria del medio oriente, il Ficus Carica, della famiglia delle Moraceae, genere Ficus, specie: Ficus carica L., di cui esistono due subspecie: Ficus carica sativa (fico domestico) e Ficus carica caprificus (caprifico o selvatico). 

Noti fin dall'antichità, erano molto graditi dai greci e dai romani. Nella nostra vallata vivono naturalmente ovunque e sono i frutti che hanno aiutato a far vivere  tanti giovani negli anni di "vacche magre" che uniti ad un pezzo di Carsenta, la focaccia casareccia mista con farina di castagne, ne hanno sfamati tanti. 

Le contadine usavano far essicare al sole grandi quantità di fichi distesi su grandi tavole che venivano appoggiate sulle siepi, per impedire agli nimali di salire, e che conservavano per l'alimento invernale. 

Esistono moltissime varietà di fichi, i più comuni sono quelli verdi, seguiti da quelli neri (morelli) e gialli (Santa Lucia). Alcune specie, chiamate bifere, maturano due volte l'anno, le unifere, invece fruttificano solo una volta.
I fichi che maturano a giugno sono detti fioroni, sono in genere più grossi e meno dolci di quelli che maturano a luglio e agosto (detti fichi forniti), e in settembre (detti fichi tardivi). 

Fichi freschi e trasformati. 

I fichi freschi sono frutti molto delicati, il che rende molto difficile il trasporto e la commercializzazione. Per questo motivo il consumo è piuttosto limitato e anche la coltivazione è ridotta: la maggior parte delle piante sono lasciate all'abbandono (cibo per gli uccelli) o vengono raccolte solo per il consumo locale o addirittura familiare. Per lo più gli alberi sono inseriti all'interno di uliveti o nati sparsi, su terreni impervi in cui è difficile razionalizzare le operazioni colturali. 

Il tronco della pianta di fico è fragile, non resiste a -10°C; teme i ristagni idrici e ama i terreni freschi, profondi e ben dotati di sostanza organica. Il fico domestico è caratterizzato da un apparato radicale molto espanso e superficiale, tronco robusto, con corteccia liscia grigiastra, che può raggiungere gli 8 metri di altezza, rami deboli, con gemme terminali di forma appuntita portanti foglie rugose, tri-pentalobate. La debolezza dei rami rende più difficile la raccolta dei frutti. Ma l'uso familiare obbligava il raccolto per l'essicazione e per la confettura; così molto più diffuso era considerato il commercio dei fichi già trasformati

I fichi secchi sono prodotti che si ottenevano raccogliendo il frutto in piena maturazione e facendolo essiccare al sole per circa una settimana; i fichi sechi, in seguito venivano sterilizzati in vari modi e commercializzati; lavoro questo che oggi da noi è scomparso.

La marmellata di fichi al naturale o con varianti, diventata una prelibatezza, la si può consumare semplicemente sul pane o meglio con formaggi piccanti e molto saporiti.

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la mela
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fiori
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pianta
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frutti
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Torta di mele
LA  MELA  RUGGINE
Chi come me ha vissuto le nostre campagne bagnonesi qualche generazione fa, il sapore della pera “butirra”, della mela “ruggine” in dialetto "pomi ruznei", non dovevano essere una gran cosa, vista la loro presenza in ogni podere, orto o giardino, di queste o di numerose altre varietà di piante da frutto, alcune delle quali esclusive proprio della nostra terra. 
La presenza di così tante varietà diverse, quasi tutte naturali, permettevano di poter avere piante con fruttificazione scalare nelle stagioni, che consentivano di poter consumare la frutta fresca durante quasi tutto l’anno.  Inoltre, le piante si erano auto-selezionate in base all’adattabilità e alle situazioni ambientali diferenti (basti ricordare che un tempo i poderi erano arroccati fin sull’Appennino) e di poter resistere a malattie e patogeni senza le sostanze chimiche che oggi sono largamente utilizzate nei frutteti specializzati.
La mela ruggine ha la buccia marrone-giallognola con polpa soda e acidula; ha forma rotonda o un po' schiacciata. E' particolarmente adatta alla cottura e la si trova in autunno-inverno.
Famiglia delle Rosacee (malus communis melo), il melo e' un albero ad alto fusto, puo' raggiungere i 6-8 metri di altezza. Le foglie sono caduche, semplici, con margini seghettati. I fiori hanno cinque petali bianchi sfumati in rosa esternamente e numerosi stami. La mela in realta' e' un falso frutto e precisamente un pomo, come in tutti i frutti di questo tipo, il vero frutto e' il cosiddetto torsolo, dove sono contenuti i semi, mentre la parte commestibile deriva dal calice cresciuto e ingrossato. 
Nel nostro territorio la produzione di mele è abbondante e di discreta qualità e si basa soprattutto su alcune varietà tra le quali la Renetta ruggine. I meli si piantano in novembre o verso la fine di marzo, ad una distanza di 3, 4, metri. La potatura si effettua nel periodo di riposo, preferibilmente alla fine dell'inverno. 

Come si usa mangiare le mele e perché.

Le mele crude: per depurare l'organismo, una mela al mattino a digiuno. Per la digestione: dopo i pasti, favorisce la digestione poiché è l'unico frutto che non provoca fermentazione intestinale. Per pulire i denti: una mela dopo cena, mangiata a morsi, massaggia le gengive e sbianca i denti. Come calmante: una mela prima di dormire rilascia e favorisce il sonno.

Con le mele cotte: come lassativo, una mela mangiata con la buccia dopo la cottura al forno. Come ricostituente, mele cotte nel vino e addolcite con miele. Contro il male di gola, gargarismi con il liquido ottenuto dalla cottura di tre mele tagliate a pezzi in un litro d'acqua.
Non dimentico di citare la nostra rinomata torta di mele affettate, e cotte tra una sfoglia di pasta dolce, in una teglia di rame stagnato.
 
UNA  TESTIMONIANZA  RACCONTATA
Sono arrivato a Corlaga da ragazzino, proveniente dalla città, ed io non conoscevo molto dell'agricoltura ed in particolare dell’albero di fico e del suo frutto. L’ho realmente scoperto nell’estate del 1944, perchè proprio accanto a casa mia, vicino al pollaio, c’era una pianta di fico che produceva “fioroni”, quelli che maturano a luglio. 
Era una bella pianta, di una trentina d’anni, con delle grosse foglie a cinque punte e dei frutti magnifici di cui osservavo ogni giorni lo sviluppo. Li toccavo per sentire se era tempo di poterli "addentare" ! Avevo sentito dire che quando si toccavano bisognava stare attenti a non premere troppo per evitare che facessero il "chiodo", dunque portavo riguardo e misuravo la pressione delle mie dita, ciò malgrado, qualche chiodo finiva per esserci.

A distanza sapevo riconoscere il frutto pronto da mangiare. Quando il mio albero non ne aveva più sapevo dove andarne a trovarne degli altri, in giro per i campi. So che con gli alberi bisognava stare attenti perchè si tratta di un legno molto fragile e dovevo fare attenzione per non spezzare i rami.

I fichi, da piccini diventavano di più in più grossi, da durissimi diventavano di più in più morbidi, da maturi diventivano di più in più appetibili. Una vera delizia della natura ! Capivo gli insetti, loro sapevano cosa c’era di buono in giro ! Scoprivo un frutto divino, straordinario, gioioso, che recava felicità e contentezza alla mia golosità.

Rammento che per una qunindicina di giorni, c’erano ficchi che maturavano continuamente, fino al momento culminante, dove gli ultimi frutti, si screpolavano al punto che, il sugo dolce come il miele colava…, a fare la delizia anche delle mosche e degli insetti vari che volazzavano tutt'intorno.

Bastava staccarli e metterseli in bocca interi,  uno alla volta, li mangiavo con la pelle, senza lavarli, fino al peduncolo, che tenevo con due ditta.  Era la sola parte che gettavo.

C’erano le api, le mosche, i mosconi, gli uccelli, che anche loro cercavano di nutrirsi. Mi facevamo una concorrenza spietata.

Ben più tardi, col tempo, ho capito quanto il frutto del fico fosse un cibo storico per il passante povero, particolarmente nel bacino del Mediterraneo, frutto al quale aveva spesso fatto ricorso anche Gesù nel suo viandare attraverso le campagne della Galilea…
Le qualità alimentari e nutritive di questo frutto gustoso devono essere molteplici e svariate. Ma per me quello di cui sono certo è di sapere che in certe ragioni, per secoli è stato il frutto benedetto e miracoloso che ha contribuito a sfamare la gente, in tutte le sue trasformazioni, frutto fresco o secco.
In settembre, al tempo della maturazione dell’uva, i ficchi "biancolini",  di colore verde/bianco, prima,  e quelli di Santa Lucia, di colore viola/scuri, dopo, erano pronti, maturi… che gioia, che piacere, che gusto per il mio giovane palato sempre alla ricerca di sapori nuovi ! Questi fichi erano più piccoli dei fioroni, ma anch’essi gustosissimi e pieni di ricche vitamine di ogni genere.
Ricordo che io e mia madre li raccoglievamo in una piantina dei suoi campi in località "Lagua". Io via via che li raccoglievo li mangiavo, lei invece li poneva in un cesto per portarli a casa, poi li divideva in due, li appiattiva e li stendeva su delle tavole di legno che poi metteva sulla siepe, di fronte a casa, al sole per farli seccare. 
Due giorni dopo li insaccava e li deponeva nella dispensa, ed io li ritrovavo d’inverno quando di ficchi non se ne parlava più da un pezzo. A manciate riempivo le mie tasche e la sera andando in giro per il paese o alle veglie con amici, me li mangiavo uno dietro l'altro. Certo non era più il frutto fantastico e rigoglioso dell’estate, ma che piacere masticare il ficco secco e di risentire il prezioso suo gusto ed il suo imparagonabile sapore ! 

Mi capita spesso di mangiare dei fichi secchi originari della Turchia, quelli della regione di Ismir, vicino a Efesi.  In quelle località ci sono degli specialisti che per tradizioni conoscono il buon metodo per il trattamento e per l' essicazione dei fichi, perchè il frutto rimane tenero; sono veramente buoni.

Sono riconoscente al ficco di averlo conosciuto e gustato.

Agostino Ghironi.

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Pubblicato il 19 maggio 2008

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