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Aggiornato il  07-03-2008  

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LUIGI  FUGACCIA

(1894 - 1973)

A Londra, da genitori di Valdena, villaggio di Lunigiana nella pendice del monte Borgallo, sulla parte destra del Taro, nacque Don Luigi Fugaccia, nell'ultimo decennio dell'ottocento.

Come tante altre famiglie di quel versante appenninico, anche i coniugi Fugaccia emigraroro in Inghilterra perchè le risorse del paese nativo erano assolutamente insufficienti per sfamare una popolazione che raccoglieva, in scarsa misura, castagne, segale, e i prodotti del sottobosco quando la stagione lo consentiva.

La pastorizia era addirittura inadeguata, riducendosi solo a qualche capo di bestiame per famiglia. Non esistono ancora i maestri nei paesi di montagna e di campagna, ad eccezione di qualche parroco che provvedeva, volontariamente o per incarico del comune, ad impartire i primi elementi del leggere e dello scrivere ai ragazzi che vivevano in località disagiate e lontane dal capoluogo, le famiglie che potevano spendere un poco di denaro per l'istruzione dei figli, li avviavano al Seminario di Pontremoli, con la segreta speranza di farne un sacerdote che desse lustro ed aiuto alla famiglia.

Luigi Fugaccia fu seminarista a Pontremoli, la cui parrocchia comprendeva territorialmente, Valdena ed altre quattro parrocchie sulla destra del Gotra-Taro.

Il Seminario vescovile godeva, già a quei tempi, di grande prestigio per i valenti e dotti maestri che insegnavano ai seminaristi ed agli esterni che i Vescovi avevano ammesso alla frequenza nelle loro scuole.

In Italia, allora, anche per la fama che a lui veniva come poeta, esercitava una grande efficacia Giosuè Carducci, a cui nel 1905, successe nella cattedra di letteratura a Bologna, il discepolo Giovanni Pascoli.

Gli studenti, anche quelli dei Seminari, si sentivano carducciani o pascoliani: declamavano con grande enfasi Piemonte o recitavano, sommessamente, la Cavallina storna

Il giovane Fugaccia, animo mite e semplice, fu pascoliano, ma il Pascoli che andava nel suo ricordo fu quello che sentì la vita dura dei campi, in una francescana amicizia per gli animali e per la semplice gente della sua terra.

Scoppiata la pima guerra mondiale, essendo nato nel 1894, con il fratello Tranquillo, che morì sul campo di battaglia, fu chiamato alle armi, fante tra i fanti, per quattro lunghi anni.

Alla fine del conflitto riprese gli studi teologici nel Seminario, donde uscì, a ventotto anni, ordinato sacerdote ed assegnato come parroco a Bratto, sotto il passo del Brattello, nel versante opposto alla sua Valdena.

A Bratto trovò la stessa situazione economica di Valdena: un po' di pastorizia, la coltivazione delle patate, l'industria, se così si può chiamare, del carbone di faggio e l'emigrazione in Inghilterra.

Rimase a Bratto, paese tra i faggi e i castagni, 14 anni, amato, benvoluto e stimato dai parrocchiani per la sua bontà e mitezza. Ingegno vivare e fornito di doti profondamente umane, stabilì viva solidarietà con quella povera gente, una popolazione che, spesso, mancava del necessario per tirare avanti giorno dopo giorno stentatamente.

Lassù tra le acque pure, sorgive, del monte Molionatico, ebbe tanto tempo per dedicarsi allo studio, e nei lunghi inverni nevosi, andava rifacendo i classici che sentiva più congeniali al suo temperamento e mandò a memoria tutte le poesie di Pascoli che sempre predilesse, iniziando anche la collaborazione al Corriere Apuano, il settimanale cattolico della Diocesi di Pontremoli, e rimanendo fedele e presente nel giornale, che per tutta la vita amò e considerò come unico tramite di dialogo con l'umile gente di Lunigiana.

Tra le pagine del Corriere Apuano che iniziò la vita con la Giovane Montagna e per quattro mesi i due periodici ebbero in comune la prima pagina, l'On. Giuseppe Micheli, scoprì Fra Ginepro (con tale pseudonimo vi collaborò sempre) invitandolo a scivere per il suo periodico, su Bratto e su Braia, l'altro paese di poche anime, delle quali don Luigi aveva pure la cura.

Con freschezza di stile ed acutezza d'indagine descrisse la vita ed i costumi di quei paesi, le cui donne portavano ancora nei dì di festa, "lunghe vesti, busto rigido e fiorettato, in testa un tovagliolo (in dialetto: Tvaja) bianco e pieghettato, intorno al collo una specie di gorgiera, e gli uomini i calzoni corti di mezza lana, i berretti di pelle e le giache alla cacciatora". 

Le sue memorie furono poi riunite in un Quaderno della bibioteca Giovane Montagna (Bratto e Braia, Parma 1942, nº 4, p. 15), e rimangono ancora oggi, la testimonianza unica di un passato di sofferenza di popolazioni che in seguito abbandoneranno i monti nativi.

Nel 1937, resasi vacante la parrocchia di Malgrate, già capoluogo dell'omonimo feudo, don Luigi lasciò i monti del Pontremolese per passare nella nuova parrocchia, che oltre ad uno storia propria, ebbe parecchi figli che furono e divennero in seguito illustri: Bonaventura Pistofilo (1480-1534),  umanista e segretario del Duca Alfonso Iº di Ferrara, il padre Silvestro Landini (1503-1554), missionario gesuita in Corsica, di cui don Luigi scrisse la vita dalla nascita nel borgo murato fino al giono in cui il fondatore dell'Ordine lo aruolò nella sua milizia; Giovanni Antonio da Faie (1409-1470), speziale e autore di una Conaca  degna, secondo Giovanni Sforza, di Fra Salimbene.

Ma il lavoro che più compiutamente esprime il meglio del Fugaccia, è Lunigiana visioni e figure (Edizioni Badalamenti - Bergamo, in 4º, 1959, p. 120), che raccoglie bozzetti alla maniera del Fucini, ma semplici e brevi, in cui Fra' Ginepro si muove, senza ambizioni, a suo agio.  Gli affanni della vita vi sono accolti con viva partecipazione, e le tristezze e le miserie sono di casa nelle figure di povera gente che cerca di tirare avanti con la compassione del prossimo.

La prosa del Fugaccia ha il precipuo carattere della spontaneità, e si svolge in un conversare alla buona. Il suo piccolo mondo è quella della terra di Lunigiana, le figure non le va a cercare, sono quelle che battono alla sua porta e che incontra nella strada.

Lo scittore può ricordare la letteratura toscana di ispirazione regionale, ma si riallaccia a Pietro Ferrari delle Novelle di Val di Magra, il cui modo di narrare, "sostanzialmente semplificato nel giro del racconto e della frase, è pur sempre quello dei novellatori trecenteschi e cinquecenteschi... condito e alleggerito con quel che di scorrevole e popolaresco che spicca nell'ammodernata narrativa del Fucini e del Paolieri" (J. Bocchialini).

Sobrio e modesto, ha, tuttavia nelle descrizioni, nativa immediatezza, non indugia nelle visioni e nelle figure, le accenna, cogliendo l'essenziale, e poiché è uomo di sentimento e di cultura, riesce scrittore piacevole. 

Le visioni che procedono, nel libro, le Figure, hanno, alcune, titoli di ricordo letterario: Notturno, Primo vere, Idillio campestre, il Sabato del villaggio, ma il ricordo è lettarario solo nel titolo, e il racconto, si snoda, breve breve, in scorci che colgono, istintivamente, la parte caratterizzante della figura o del paesaggio che è e rimane tipicamente lunigianese.

L'Anna del Sabato del villaggio con grazia tutta femminile scopa la piazza del paese perfino negli angoli per attirarsi le simpatie e le lodi dei giovanotti, mentre i bambini "non possono star fermi, corrono in fretta, fan mille capriole, dan l'assalto ai carri, fan stizzir l'Anna con spargere pezzetti di carta e giocano e cantano come invasi da un demone".

Efficace e nostalgica è la descrizione della gara di bravura dei campanari dei paesi circostanti su cui indugia compiaciuto perché gli impianti elettrici sui campanili hanno sostituito ormai i bravi e, un tempo, volontari campanari che andavano a gara a chi suonava meglio l'Ave Maria o nei giorni di festa le campane del proprio campanile: "il sole, splendido come una raggiera d'oro, è ormai calato dietro i monti gibbosi di Mulazzo. E già le ombre violette si fanno cineree e scendono giù a invadere la valle e il piano. E si destano le campane.  Prime quelle di Filetto: è un canto prima lento e affannoso, poi pettegolo, allegro, concitato come una marcia militare. Queste campane vorrebbero primeggiare su tutte e dare il tono alle conserelle del colle e del piano. È certo che quasi subito si sveglia il torvo campanile di Virgoletta e manda per l'aria un suono festoso, che vorrebbe essere le prima strofa della leggenda del Piave o quella della canzone del Grappa. È un accordo limpido di cinque campane, non facile a sentirsi nei nostri villaggi, e tanto meno nella nostra città madre. Ed ecco Beppe che, quasi punto dall'invidia, muove le sue campane per farle sentire prima che il corteo d'ombre abbia il predominio e l'agricoltore sia rincasato curvo sotto i suoi attrezzi. È la voce di Malgrate, che squilla ammonitrice, chiama al riposo, alla pace e al desco fiorito d'occhi di bambini. 

E, finalmente, Orturano, ferace di viti, e Mocrone, adagiato nel verde cupo del piano, mandano, dai loro campanili, un saluto al giorno già tramontato e alla notte che incombe". "Dagli spiriti mali, libera, o Signore, i mortali".

Animo schivo e riservato non indugia ad accenni autobiografici che nel ritorno a casa, d'estate, reduce dagli studi, atteso dalla madre che lo accoglieva lieta e serena sul limitar di casa, e dal fratello che doveva cadere eroicamente in guerra, e dalla sorella ancora sull'alba della vita; e in un triste episodio della guerra d'occupazione nazista; la cattura dei tedeschi, la deportazione e il ritorno a piedi dal campo di Bibbiano e il nuovo arresto al Poggio di Berceto da parte di un fiero maresciallo teutonico... il ritorno a Parma su un camion carico di bestie, ignare come i quattro sacerdoti, della loro sorte... Dieci anni dopo, il 1 Luglio 1944, la sacra funzione al Passo della Cisa ove una settantina di persone, rastrellate, si ritrovano; dieci anni prima con il pallore della morte sul volto, ora, soffuse di santa letizia.

"Ci pare di vivere nel regno di Bengodi; niente politica, niente odio, tutti fratelli. I più rumorosi e i più canterini sono i rastrellati di Panicale, che il loro parroco, don Renato Corsi, guarda ben compiaciuto. Così le ore trascorrono via come lampo, e a tutti sembra di trovarsi in un altro mondo, quello intravisto, per intenderci, dai poeti e da qualche filosofo".

Tanta tragedia e tanto lutto, lasciato appena intravvedere, si conclude con un bonario invito alla fratellanza di tutti gli uomini da parte di un sacerdote che fece, dell'amore per il prossimo, la sua professione di fede.

Estratto dall'Archivio Storico per le Province Parmensi, Nuova serie, Vol. XXVI, Anno 1974, pp. 3538

Scritto da Luigi Armando Antiga e tratto dal suo "STUDI E RICERCHE SULL'ALTA    LUNIGIANA - Associazione Culturale Pontremolese - 

Tip. Artigianelli 1977.

 
IN  OMAGGIO

Ho voluto dedicare tutto il tempo necessario, per trascrivere, al fine di conservare con l'elettronica, il volumetto di Frà Ginepro, che sicuramente andrà disperso, mentre ritengo doveroso conservarlo e tramandarlo ai posteri.

Don Luigi Fugaccia, è stato parroco di Malgrate, che io ho avuto il piacere di conoscere, e ricordo che, da ragazzo, gli ho più volte servito la messa. 

Un uomo semplice, ai miei ricordi, un uomo nato in un piccolo paese come il mio, che si sentiva natio dell'Antica Lunigiana, e di questa terra descrive scene e panorami di vita.

Valdena, infatti, è nel comune di Borgo Val di Taro, uno dei tre Comuni del parmense, con Albareto e Tornolo, che facevano parte del territorio dei Malaspina.

Lo stile di Frà Ginepro è quello di uno scrittore semplice, che racconta scrivendo con una penna d'oro, di facile lettura; i personaggi che descrive sono quelli della nostra gente; i borghi e i luoghi, sono tracciati con linee facili, come semplici sono i ricordi della vita paesana del tempo. 

I richiami ai poeti dell'ottocento, ci fannno rivivere e ricordare tutti i particolari di un tempo passato: i rintocchi delle campane, il desco fiorito d'occhi di bambini, gli animali da cortile, il canto degli usignoli, il nido con quattro becchi gialli spalancati, l'ombra dei castagni, la quete sulla collina...; è praticamente il ricordo, un diario, di tutta la mia giovinezza.

Al termine della trascrizione devo aggiungere alcune mie personali considerazioni.  I brani sono stati da me scritti, letti e riletti, per cui, salvo qualche svista possibile, dovrebbero rispettare l'originale. Ma quello che è affiorato nelle letture è la costante melanconia dello scittore, conclusioni sempre amare e da riflessione, lasciano un sapore di tanta tristezza.

Riflette con evidenza, in tutti i racconti lo spirito del pastore che, vuol trarre in ogni occasione, motivo di redenzione, di riflessione, come faceva durante i suoi sermoni, conclusioni che solo la fede può aiutare a comprendere.  

 

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Il libro

L'OPERA

Racconti di don Luigi Fugaccia, (Fra' Ginepro da Malgrate), nel già citato volumetto "LUNIGIANA - VISIONI E FIGURE" - Edito dalla Badalementi di Bergamo nel 1959.

Nell'elenco, i brani scritti nel volume sopra desritto:

Visioni  (link)

Figure  (link)

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Pubblicato il 7 Marzo 2008

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